Dare anima alle aziende, la versione di Paolo Pietrogrande

Paolo Pietrogrande

Dare anima alle aziende, la versione di Paolo Pietrogrande

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“Il problema è una società civile diffidente verso la novità e aggrappata a concetti statici per paura di non essere capace di evolvere”.

Paolo Pietrogrande non è il classico manager in cravatta. Lo senti parlare e avverti quella consapevole spensieratezza propria dei giovani sognatori. Nonostante gli anni (63) e il curriculum di lunghezze bibliche (Enel GreenPower, Ducati, Ryanair, Falck Renewables…) nelle sue parole si percepisce una fede incrollabile in quel futuro costantemente nuovo che aspetta solo di essere costruito. Un futuro rigorosamente sostenibile.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere in vista della “Diretta Resistente” di questa sera alle ore 21 sulla pagina Facebook di Aware, di cui sarà ospite per parlare di ambiente e responsabilità sociale. Tra citazioni di papa Francesco, trend globali e storie di autobus da rottamare, ne è venuta fuori un’intervista senza schemi che aiuta a riflettere e ragionare, in particolare sulle possibilità sociali alla portata degli attori economici a livello mondiale (consumatori in primis).

Risposte serrate e chiare che aprono altrettante domande, offrendoci uno stimolo diffuso ad attivarci come singoli per un bene realmente collettivo: “non si tratta di avere più stato, ma di avere il bene comune come obiettivo prevalente dello stato”.

Paolo, hai guidato aziende leader a livello internazionale nel campo dell’energia rinnovabile. Attualmente offri consulenze in ambito manageriale per rendere più sostenibili i processi produttivi e gestionali di compagnie internazionali. Cosa significa “sostenibilità” nei processi produttivi aziendali e, nella tua esperienza, come valuti la percezione di questo valore tra manager, azionisti e stakeholder?

Sostenibiltà è un sostantivo pericoloso, che rischia di diventare un camaleonte, che ciascuno utilizza con un significato diverso: se chiediamo cosa intendono per Sostenibilità alle miriadi di advisor che cercano di imbavagliarne la definizione per vendere consulenze, o peggio ancor agli enti regolatori che ne disciplinano l’utilizzo in Consiglio di Amministrazione, le risposte sono spesso vuote e contorte. Diverso è chi sostituisce al sostantivo l’aggettivo “sostenibile”: strategia sostenibile, piano industriale sostenibile… Nelle aziende questo aggettivo implica ripensare alle decisioni, alle aspirazioni estendendo il contesto in cui ci si muove. Estendendolo non solo in termini temporali (pensare oggi quale sarà il ruolo dell’azienda nel 2030 e dopo), ma anche in termini di stakeholder: chi ha legittime aspettative sui comportamenti dell’azienda? Non solo gli azionisti, ma anche i clienti, i collaboratori, i partner, la comunità sociale. Nei Consigli di Amministrazione delle grandi aziende a capitale diffuso (quotate in borsa) questi argomenti stanno diventando sempre più rilevanti, complice anche una maggiore sensibilità degli investitori sulle prospettive di sviluppo sostenibile dei loro patrimoni. Sostenibile, un aggettivo, non sostenibilità, un sostantivo.

Negli ultimi 20 anni di attività hai notato un cambiamento nel modo in cui le aziende percepiscono l’impatto della propria attività? Credi che cambierà ancora nei prossimi 20 anni?

Siedo in Consigli di Amministrazione di aziende quotate dal 1999. Vent’anni fa il CdA aveva come prospettiva l’aumento del valore per gli azionisti. Non che questo significasse mungere le aziende allo scopo di pagare dividendi, anche allora si pensava in termini di prospettive di lungo termine, anche allora reputazione e responsabilità erano aspetti considerati, ma con una logica di preservare, mediante un comportamento morale adeguato, il valore dell’investimento. Ora è molto più chiaro che un’azienda non può avere successo se non inserita in un contesto sano. Vale per tutte le aziende? Ancora no, ma il cambiamento c’è ed è profondo. Manca ancora la cultura diffusa, perché le nostre scuole, le norme, la cultura di chi oggi gestisce gli apparati di governo e controllo sono ferme agli anni ’70. Quello che si studia nelle università in termini di governance è fermo all’articolo 2247 del codice civile che asserisce che lo scopo della Società per azioni è la divisione degli utili generati dall’attività economica: Google non ha mai diviso gli utili, ma è cresciuta di valore, chi se la sentirebbe di dire che ha mancato di perseguire lo scopo? Negli ultimi due anni Larry Fink (CEO di Black Rock, il principale investitore al mondo) ha inviato lettere alle aziende in cui il fondo ha investito in cui si chiarisce molto bene che gli obiettivi degli investitori sono di lungo periodo e richiedono strategie sostenibili. Come dire, o vi adeguate o noi non investiamo più su di voi. Da un punto di vista di governo delle aziende è un segnale forte, da un punto di vista sociale sono perplesso: gli investitori stanno surrogando quel ruolo di indirizzo e controllo che la politica ha abbandonato per perseguire interessi di breve periodo e ristretti ambiti. Fra 20 anni le aziende saranno più abituate ad assumere decisioni sostenibili e responsabili, ma non possiamo delegare alle aziende il ruolo di costruire una società migliore, che spetta a noi cittadini e alla Politica, quella alta.

Movimenti di massa come Fridays For Future (FFF) ed Extinction Rebellion (XR) si fanno portavoce di un appello collettivo per politiche economiche maggiormente orientate alla sostenibilità e alla riduzione dell’impatto ambientale. Cosa manca alle grandi compagnie per accogliere a pieno le istanze dei movimenti ambientalisti? Si tratta semplicemente di un processo di trasformazione che richiede del tempo oppure ci sono interessi divergenti in campo?

Non manca nulla, infatti nei CdA si parla spesso dei temi che questi movimenti hanno fatto emergere. Le politiche economiche non si fanno in azienda, ma nei mercati. Le aziende si adeguano a norme e meccanismi che sono vecchi. Un esempio? Il principale freno a molti progetti di economia circolare è nella definizione di rifiuto per materiali e prodotti che invece hanno valore. Sarebbe molto semplice modificare vecchi autobus ultrainquinanti (in Italia l’80% di quelli che circolano hanno più di 12 anni) con sistemi di trazione ibrida o solo elettrica. In questo modo le tonnellate di lamiera, vetri, sedili, componenti meccanici avrebbero una seconda vita. Dal punto di vista economico e finanziario ci sarebbero investitori prontissimi, senza la necessità di incentivi pubblici. Omologare però un vecchio mezzo riadattato è assai complicato, si aprono questioni di tipo amministrativo, di diritto pubblico, di omologazione, di responsabilità civile… È più semplice buttare il vecchio e acquistare un nuovo autobus costruito in Cina. Il problema non è la mancanza di aziende responsabili o di investitori con obiettivi sostenibili. Il problema è una società civile diffidente verso la novità e aggrappata a concetti statici per paura di non essere capace di evolvere.

Durante il lockdown abbiamo sperimentato i benefici ambientali di una produzione industriale ai minimi storici. Pensi che questa percezione dal lato del consumatore cambierà le logiche di produzione delle grandi aziende? Come?

Ha già cambiato il modo di concepire il contributo degli impiegati, non più legato alle ore spese in ufficio, ma all’aver contribuito efficacemente ai processi aziendali di cui ciascuno è parte attiva. Gli uffici di molte grandi aziende rimarranno in soft lockdown per molti mesi, e dopo la configurazione degli uffici sarà diversa, più flessibile. Ma secondo me un altro trend sta finalmente emergendo: aver responsabilizzato con maggiore trasparenza il contributo di molti renderà obsoleto il ruolo di coordinamento e controllo di tanti quadri e dirigenti: i passacarte diventano inutili, molte trasferte diventano inutili, affollare le metropolitane durante le ore di punta diventerà inutile. Questo nel breve aprirà un problema sociale per la generazione intermedia, ma sarà anche un potente stimolo a rivalutare il lavoro dei singoli sulla base del valore che ciascuno di noi aggiunge, non delle ore che passa alla scrivania. Chi saprà cogliere questo cambiamento lavorerà meglio. In fabbrica come in ufficio. Parole come carriera, supervisione, orario di lavoro perderanno il senso che hanno avuto per 70 anni.

Nella tua attività di consulente ti è chiesto di immaginare scenari di mercato futuri a breve e lungo termine. Che trend positivi e negativi in termini di impatto ambientale prevedi in fase 3?

Ripensare il ciclo di vita dei prodotti: l’esempio degli autobus, ovvero come con un minimo impatto della tecnologia si può estendere la vita di un familiare strumento di trasporto. Valorizzare al meglio gli “asset” a disposizione: un esempio lampante è l’utilizzo delle centrali solari realizzate in tutta fretta nell’epoca degli incentivi, e da allora gestite con una logica esclusivamente finanziaria. Allora era essenziale fare presto per aver diritto agli incentivi, e nessuno pensava a farle bene, o a farle funzionare al meglio. Abbiamo 20.000 MW di centrali solari in Italia che producono tra il 10% e il 30% meno di energia pulita di quello che potrebbero. Ora le aziende si stanno rendendo conto che quando hai uno strumento di produzione, non solo è moralmente gusto, ma anche conveniente farlo funzionare al meglio delle sue potenzialità. Trend negativi? Chi per paura del futuro richiama il proprio capitale per nasconderlo sotto il materasso anziché ricapitalizzare l’azienda per attuare una strategia sostenibile che crei valore per gli azionisti, per i collaboratori, per la società. Chi si arrende oggi assume una disdicevole responsabilità sociale.

A livello globale la pandemia ha sicuramente generato un acuirsi delle disuguaglianze in tema di distribuzione delle ricchezze. In molti accusano il sistema capitalista-neoliberista attuale, definendolo da anni fuori controllo, e propongono alternative in cui lo stato sia più presente (vd. Bernie Sanders negli USA). Credi che ci sia un problema nel sistema economico moderno o semplicemente necessita di regole capaci di controllarne la portata transnazionale?

Io ho visto, invece, i segni recenti di un grande progresso, direi quasi un’alleanza tra chi gestisce capitali (i nostri risparmi, le nostre pensioni) e il popolo (sempre noi). Ma fa poco notizia. Anche per colpa di chi vede l’eterna contrapposizione tra capitale e popolo. Purtroppo il nemico è per entrambi l’individualismo acceso di chi antepone i propri interessi a quelli comuni. Io voto negli Stati Uniti, alle primarie non ho votato Bernie proprio perché mi sembra incapace di cogliere la necessità di superare la contrapposizione tra virtuosi, per combattere la battaglia vera, sempre più urgente tra sfruttamento individuale delle risorse e crescita sostenibile. Non si tratta di avere più stato, ma di avere il bene comune come obiettivo prevalente dello stato. Le aziende, grazie alla pressione dei fondi pensione, dei singoli investitori, stanno estendendo le prospettive delle loro strategie al 2030, e “noi”. Lo stato sta riducendo la prospettiva, ad oggi, e “io”. Quello è il nemico da mettere in fuga.

A tuo avviso, quale sarà il ruolo degli stati e quale quello delle aziende nel processo di crescita del benessere globale nei prossimi 20 anni?

Purtroppo le aziende, o gli investitori che le posseggono (noi tutti, perché le nostre pensioni sono il capitale ormai diffuso), stanno sempre più surrogando il ruolo “alto” della politica. La vera domanda è: come eserciteremo noi, cittadini e risparmiatori, la nostra responsabilità di indirizzo e controllo della società nei prossimi 20 anni?

6000 Sardine, FFF, XR: negli ultimi anni sono nati numerosi movimenti del basso che rivendicano un cambiamento radicale del modo di comunicare della classe dirigente e nelle priorità nell’agenda politica. C’è chi d’altro canto contesta che sono progetti poco pragmatici e mancano di concretezza. Credi manchi qualcosa nell’operato di questi gruppi perché possano creare una interlocuzione proficua con chi governa e gestisce grandi aziende? Condividi lo spirito basato sulla rivendicazione non-violenta delle proprie idee attraverso strumenti di disobbedienza civile o credi esistano strade più efficaci?

Non manca nulla, sono movimenti che scuotono le coscienze, che sollecitano risposte profonde da parte di ciascuno. Misurare l’efficienza di questi movimenti in termini di concretezza è a mio parere sbagliato. Questi sono movimenti che risvegliano la responsabilità individuale per prendersi cura del bene comune; è un movimento culturale, molto simile a quello avviato da papa Francesco con la Laudato Si, documento studiato più dai manager aziendali che dai prelati nostrani. Dove anche le parole hanno un impatto culturale, che si misurerà in anni, non in centimetri quadri di titoli sul giornale di ieri, che è già passato. Un esempio? Prendersi cura al posto di gestire emergenze.

Questa sera sarai ospite della Diretta Resistente di Aware assieme alla direttrice di Italia Che Cambia, un rappresentante di XR ed uno di FFF. Tu sei abituato ad organizzare corsi di formazione e team-building per stimolare nuove idee all’interno di gruppi disomogenei. Ce ne consiglieresti uno per creare sinergia ed immaginare nuove pratiche condivise in materia ambientale?

In azienda diventa sempre più importante definire la visione del futuro e del ruolo che l’azienda vuole ricoprire. Più questa visione e la missione che l’azienda si da si basano su valori condivisi e meglio l’azienda può affrontare le scelte quotidiane in un periodo di forte incertezza. Questo vale anche per le organizzazioni, i gruppi di interesse, i movimenti, le singole famiglie, gli individui. Confrontarsi sulla visione e sulla missione di ciascuno, individualmente (io lo chiamo progetto di vita), poi come coppia/famiglia e infine come movimento è un bellissimo esercizio di presa di coscienza, di ascolto, di inclusione e di responsabilità. 

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