“Ci vediamo a casa”: l’album in controtendenza che mette al centro le parole

The Spell Of Ducks- ci vediamo a casa

“Ci vediamo a casa”: l’album in controtendenza che mette al centro le parole

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Ricordo la prima volta che ho sentito Andrea suonare i pezzi della sua band, i The Spell of Ducks, una sera d’estate di un paio d’anni fa. Eravamo in compagnia della comitiva surf di fronte all’ennesimo falò, con le onde dell’oceano portoghese a farci da sottofondo e la magia di minuscoli plancton fosforescenti stesi sulla battigia spoglia tutt’intorno.

Messa da parte la birretta fresca, prende la chitarra e comincia a cucire insieme una serie di accordi tra il country e il folk. Ci canta sopra “Giada” e un altro paio di brani in inglese. Ricordo la sensazione: come se le parole e le note seguissero il ritmo dello scoppiettio casuale del fuoco, mantenendo un alone di soffice leggerezza.

Da allora, Andrea Del Col, chitarrista e surfista da anni, torinese da sempre, con i The Spell of Ducks ha confezionato altri due album. Ho avuto il piacere di sentirlo per l’uscita dell’ultima fatica, “Ci vediamo a casa“, un album nuovo per gli schemi della band (e non solo). Interamente in italiano, anticipato da un podcast in cui Olivia Manescalchi (attrice e doppiatrice, famosa per aver partecipato al programma di Rai3 “Melevisione”) ne recita i testi, racconta di vita vera (“Prendere e Partire”) e critica sociale (“Scarpe Nuove”) mantenendo però la stessa soffice leggerezza avvertita quella prima volta di fronte al falò.

Ne è venuta fuori una intervista lunga e affascinante, insaporita da quel gusto frizzante che sa metterci chi è abituato a guardare la realtà e farla diventare arte. Da leggere d’un fiato per riscoprire l’antico vezzo di usare le parole come contenitore di significato e conoscere un paio di storie su cui riflettere (in vista in particolare della fase 3).

Spoiler: si parla anche del testo di “Maracaibo” e no, il titolo dell’album non viene dalla quarantena.

Ivan e Andrea dei The Spell of Ducks

Ivan e Andrea, cantante e chitarrista dei The Spell of Ducks.

Andrea, con “Ci vediamo a casa” avete rotto alcuni schemi della band: primo album interamente in italiano, anticipato da un podcast recitato, con un’attenzione diversa alle tematiche trattate che sembrano abbandonare il sapore romantico per immergersi nella narrazione, a tratti anche sociale (vedi brani come “Prendere e partire” o la stessa traccia d’apertura “Scarpe nuove”). Cosa è cambiato in questi anni e come siete arrivati a queste scelte?

In parte questo “cambio di rotta” e questo “ritorno a casa” sono stati inevitabilmente casuali, ma di certo abbiamo sentito un’esigenza più forte, rispetto in passato, di esprimerci e comunicare con le parole. Avevamo cose importanti da dire, storie meravigliose da raccontare e punti di vista da condividere e poterlo fare utilizzando la nostra lingua, sfruttando una maggior destrezza e confidenza verbale e un vocabolario certamente più ampio, si è dimostrato fondamentale.

Il podcast con i testi dell’album recitati dall’attrice Olivia Manescalchi: perché aggiungere l’interpretazione teatrale ad un album di cantautorato folk? Cosa ha dato in più a chi vi ascolta?

Questa è una domanda essenziale per comprendere meglio la risposta precedente.
Prima di cominciare la pianificazione definitiva per la realizzazione del disco eravamo certi e consapevoli di due cose: la prima che i testi che avevamo tra le mani avessero un “valore” oltre quello personale e affettivo. La seconda che avremmo voluto trovare il modo di comunicare ai nostri ascoltatori quali fossero i reali significati delle parole e dei testi, che da li a poco, avrebbero sentito cantate in musica.
Ogni testo nella storia della musica ha preso significati e sfumature differenti al variare delle orecchie dalle quali veniva ascoltato. Anche situazioni emozionalmente differenti possono portare ad una sorta di deformazione del senso originale. E’ normale, è lecito….è giusto che sia cosi. (“Maracaibo” ne è esempio lampante!)
Noi abbiamo soltanto sentito l’esigenza di comunicare ai nostri ascoltatori quali fossero i toni, le emozioni e le sensazioni quando abbiamo scritto quelle parole. Perciò grazie al talento e la sensibilità  di Olivia, dopo averle raccontato la storia che si nasconde dietro ogni brano, siamo riusciti a realizzare questo podcast.
“Volevamo dire esattamente questo  e crediamo sia importante mettervi al corrente…..poi voi fatene quel che volete di quei testi, sono per voi, fateli vostri!”

Nella copertina di “Ci vediamo a casa”, opera dell’artista torinese Cesco Rossi, troviamo una foto di una casa di campagna, probabilmente scattata col cellulare, e i profili dei membri della band in una specie di render architettonico. In questi giorni di clausura suona come un grido di libertà. Copertina e titolo: quanto c’è di quello che stiamo vivendo e quanto di una volontà precedente alla quarantena?

Difficile da credere, ma sono state entrambe scelte fatte circa tre mesi prima della quarantena scattata ad inizio Marzo. “Ci Vediamo a Casa” è per noi un ritorno alla nostra lingua ed è una frase che ci ha sempre trasmesso un certo senso di affetto e calore. E’ un saluto speranzoso e in questo momento storico, al di là del Covid, crediamo ce ne sia tanto tanto bisogno. Per quanto riguarda la parte grafica confermo che è stato un altro colpo di veggenza o lungimiranza! Quella casa non appartiene a nessun componente della band, ma è situata sul percorso casa-lavoro di Ivan, il cantante. Lo ha sempre affascinato, gli ha sempre trasmesso qualcosa di simile a quel senso di sicurezza e tepore che abbiamo trovato nel titolo dell’album.

Così, d’accordo con Cesco, abbiamo deciso di renderle il giusto omaggio rendendola sfondo della copertina e icona del concetto di “casa”. A seguire, l’idea primaria era quella di sfruttare le doti del grafico nella pittura, facendo dipingere i The Spell of Ducks, direttamente sulla fotografia, nell’azione di raggiungere la casa camminando in mezzo al prato. Così su due piedi, bevendo una birra insieme al pub, abbozzò sul suo iPad uno schizzo per capire cosa sarebbe potuto uscirne fuori scegliendo un colore a caso che contrastasse a sufficienza sullo sfondo per rendere tutto più “chiaro”.  Quella bozza ci piacque tanto che diventò la bella e quell’“arancione Spritz”, come lo chiamiamo noi, è rimasto diventando parte centrale del concept grafico del nostro album.

Cantare in italiano offre una nuova possibilità ma anche una responsabilità diversa. Come avete vissuto la scelta delle tematiche dei brani? I testi sono tutti di Ivan o avete avuto un processo creativo condiviso?

Non è stata una scelta, ma un’esigenza. Come raccontavo poco fa, abbiamo sentito una sorta di bisogno nel parlare di certi argomenti o di raccontare più semplicemente un’emozione o la storia di una persona.
L’esprimerci in italiano è una responsabilità che accogliamo con grande entusiasmo, ne avevamo bisogno, è una liberazione in un certo senso. Per quanto riguarda la provenienza dei testi invece, no, c’è un bel mix in quest’album. Ivan ha scritto il testo di Milde Sorte, La Casa sull’Albero e Prendere e Partire…io quello di Every Sunshine, Chissà, Scarpe Nuove e di Johnny…mentre il testo di Vivi Immobile e l’Outro sono opera di Alessandro Negri, il nostro batterista.

Gli arrangiamenti seguono il trend folk della band ma sembrano essere arricchiti da nuove sonorità: trombe in sordina, archi classicheggianti, pianoforti ad accompagnare. Com’è andato il lavoro con i ragazzi del Vip Sound Studio di Torino? Arrivati già con idee chiare o avete avuto un processo di (ri)costruzione insieme?

Rispetto  l’album precedente “Soup”, registrato interamente in presa diretta e uscito a Maggio 2019, con questo disco abbiamo cercato sonorità differenti e maggior precisione e completezza registrandolo in maniera standard multi traccia. Sicuramente si è persa un po’ di verve e intenzione tipiche di un’esibizione live, ma ne abbiamo guadagnata in “rotondità” e complessità degli arrangiamenti e del mix finale.
Un ringraziamento speciale va fatto a Francesco Priolo che al di là di pazienza e disponibilità è sempre riuscito a tradurre le nostre idee e richieste in una lingua musicale più concreta e corretta. Siamo arrivati in studio con le idee decisamente chiare riguardo i brani e dove volessimo portarli con gli strumenti a disposizione, abbiamo sempre più dimestichezza ed esperienza. Sapevamo dunque anche l’importanza che avrebbe avuto trovare un trombettista per inserire della frasi musicali che non avrebbero raggiunto lo stesso livello se fossero state suonate da una chitarra elettrica, da un violino o qualunque altro strumento. Ma nonostante l’immensa soddisfazione ogni tanto ci chiediamo: come sarebbe venuto questo disco se non avessimo avuto alcun limite di budget economico e di tempo?

“Prendere e partire”: chi è il padre venezuelano di cui si parla nel brano? Ci racconti qualcosa della storia che c’è dietro?

Eifrem è il nome di questo papà che trovatosi davanti ad un figlio affetto da una malattia rara, è costretto a cercare in tutti i modi una soluzione. Attraverso viaggi che lo portano a scappare da difficili situazioni di guerra e rivolta nel Sud America (Venezuela, Cuba, Nicaragua) trova, come per magia, un associazione umanitaria che gli consiglia di puntare verso l’Italia per la presenza di ricercatori e soluzioni che sembravano fare proprio il caso di Leonardo. Prima a Brescia e poi a Torino, ancor più specializzati. Così con moglie e i suoi tre figli affronta uno dei viaggi più importanti della sua vita, consapevole anche del fatto che una volta arrivato a destinazione si sarebbero presentati altre difficoltà: la ricerca di una casa, di un lavoro per lui e la moglie e la preoccupazione per l’istruzione dei figlioli (“salvati” dopo mille peripezie, da una borsa di studio dell’istituto Sociale di Torino).
Oggi, tutta la famiglia sta benissimo e Eifrem è un felice e sereno panettiere.

In “Scarpe nuove” c’è una forte critica ad una futilità diffusa in molti momenti pubblici e privati del nostro vivere. C’è dietro una occasione particolare o più una sensazione generalizzata? Cambierà qualcosa post-quarantena o tutto tornerà come prima?

Sensazione generale e generalizzata, assolutamente. Ricordo di averla scritta tre anni fa circa, d’estate, all’ombra di un albero in montagna; è il frutto di riflessioni, di paragoni del mio “io” rispetto a quello passato, del confronto dei gusti miei rispetto a quelli altrui o almeno dei miei coetanei. C’è un po’ di rabbia dentro, c’è della polemica e solitudine. Ma c’è anche ironia e tutta la leggerezza essenziale per affrontare certi discorsi. Ora, la mia speranza non è tanto è che al termine di questo lungo lockdown cambi qualcosa, ma più semplicemente che tutto il buono che ne è venuto fuori da questa quarantena resti.
Senza pessimismo alcuno, però, non nutro grande fiducia in questo e l’unica cosa che posso impegnarmi a fare è continuare io stesso e in primis a mantenere vivi quei piccoli cambiamenti, quei dettagli e a mantenere accesi quei “campanelli di allarme” che si sono accesi in questi ultimi mesi.

Come vivete il lancio di un nuovo album in quarantena e lo spostamento dell’attenzione interamente sul digitale?

Dobbiamo esser sinceri?! Male! Il live è la parte del nostro lavoro che più ci stimola e appaga e senza di questi dobbiamo rinunciare ad una grossa e succulenta fella della torta. Ci manca il contatto col pubblico, ci manca far ballare, sentir cantare e vedere a tratti gli occhi lucidi della gente davanti al palco. Il live è una festa ed un vero e proprio specchio, un feedback immediato e inconfutabile. Non c’è like o stories che possa sostituire un sorriso o un applauso alla fine di un concerto.

La nostra sezione dedicata all’arte su Aware si chiama “Arte resistente”. Secondo te ha ancora senso di parlare di resistenza nell’arte? C’è una componente “resistente” nella vostra musica?

Mi chiedo spesso se il significato di “arte” sia soggettivo e se si, entro quali limiti. Per me, per esempio, l’Arte è una qualunque forma di rendere reale, fruibile e concreta un’emozione, una sentimento, un ideale… Il concetto di “resistenza” invece penso sia più semplice da individuare e attribuire. Io reputo resistente, ogni idea o azione che necessiti di fatica e coraggio per esser messa in moto…che nuoti in direzione differente a quella della corrente purché mossa da un’intenzione sincera. Perciò posso dire che la nostra musica è UNA FORMA D’ARTE ESTREMAMENTE RESISTENTE.

Prossimi appuntamenti per la band? Cosa ci aspettiamo?

Siamo in attesa dei prossimi sviluppi sulla possibilità di tornare in tour per portare in giro per l’Italia il nostro nuovo disco, ma per ora purtroppo è ancora tutto fermo nel campo dello spettacolo e dell’arte in generale. Stiamo preparando però altri contenuti, tra merchandising, collaborazioni, video e tanto altro per ingannare un po’ l’attesa!

Grazie, ci vediamo dal vivo per il primo live in fase 3. O a casa.

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