Il pianto della Pachamama

Pachamama - Montagna Illimani da La Paz

Il pianto della Pachamama

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Le Ande.
Terre ricolme di storia, civiltà, magie ancestrali, paesaggi incantati.
Per anni la mia mente ha fantasticato su queste montagne. Sognavo di poterle calpestare, di sporcarmi le scarpe con i mille colori di queste terre, esplorarle in lungo e in largo perdendomi in sentieri immersi nella natura selvaggia. Sentire il sudore scendere dalle mie guance, provate dal sole cocente e dal vento prepotente delle alture, cadere nella terra arida della Pachamama, quasi entrando in contatto con essa, senza la presunzione di sentirmi arrivato, senza l’arroganza della conquista della vetta, ma sentendomi ospite in un mondo non mio. Chiedendo il permesso e rendendo grazie. Ora posso sognare ad occhi aperti. La mattina mi sveglio, apro la finestra e il sogno continua. Si arricchisce.

Da quasi sette mesi sto vivendo a La Paz, Bolivia. Passo tutte le ore della mia giornata e tutti i giorni della settimana in una comunità terapeutica per persone con problemi di dipendenza da sostanze situata nella zona sud della città, nel barrio di Bajo Lipari. Il dinamismo e il caos della città, creato dal rumore incessante dei clacson dei minibus che invadono le strade o dalle urla determinate della gente che, con tutta l’energia, tenta di vendere ai più vestiti, alimenti, “artesania”, si mescola con gli schiamazzi dei bambini che, invano, provano a richiedere attenzione alle loro madri, virando poi negli sguardi di turisti troppo indaffarati che con un semplice sorriso e una carezza si mettono il cuore in pace. Questa orchestra urbana si arricchisce, infine, con l’abbaiare straziante di cani di ogni razza e forma, padroni indiscussi di questa città così Paz-za.

Nella frenetica vita pace il silenzio dell’uomo si estingue nella mondanità delle strade.

Kalamarka Trekking e monte Mururata

Kala Marka Trekking con vista del monte Mururata, ph. Antonella Russo

Tutto questo amalgamarsi di suoni-colori-odori, che scende giù a valle seguendo il letto del fiume, si staglia scontrandosi con le colline montuose che si ergono ai piedi della Valle de la Luna, un sito naturale formato da solchi e coni aguzzi di roccia e terra arenaria che riportano alla mente quando, da bambini, si giocava sul bagnasciuga ergendo castelli medievali ed ornandoli di guglie “architettoniche” con colate di sabbia bagnata. L’insieme di queste forme geometriche naturali nasconde un tocco divino e ti porta ad assaporare con gli occhi un paesaggio mistico. Se non fosse per l’esercito di cactus-San Pedro che spuntano ad ogni angolo, sembrerebbe di stare sulla luna. Questa frontiera naturale diventa il lasciapassare per un nuovo mondo.

Da qui in poi le case si riducono. I trasporti “pubblici” − minibus, trufi, taxi − iniziano a diminuire drasticamente, e le cholitas, vestite delle loro gonne tradizionali, si ritrovano a governare intere strade con le loro tienditas e non sono più costrette a fare a calci a vicenda per conquistarsi l’angolo migliore. La metamorfosi ha inizio. I colori della città sfumano a poco a poco che il minibus inizia a scendere a velocità pericolose. Dal grigio delle strade e dei palazzi, addolcito solamente dalle bombolette spray di qualche mano d’artista urbano, si intravede il verde della campagna. Solo il rosso-mattone delle case consumate dalla polvere, dà continuità all’essenza della città, per il resto, l’impressione è quella di aver varcato una porta magica.

Ora si riprende a respirare. I polmoni ringraziano.

Valle de la Luna, La Paz

La Valle de la Luna, La Paz, Bolivia, ph. Antonella Russo

In questa nuova zona di comfort, se il tuo cuore pretende che gli occhi abbiano sete di stupore, si entra in un canale diretto che porta ad apprezzare le meraviglie offerte dalla madre Natura. Le montagne in lontananza, con cappelli di nevi, circondano il paesaggio e lo proteggono dalle intemperie dell’uomo moderno. Il verde sciapo dei campi, consumato dal sole seduto sopra l’altipiano, produce vita e invita i campesinos ad approfittare dei suoi poveri frutti. Mucche, cavalli, conigli, cani e volpi si divertono, innocenti, tra i campi rimasti incolti nel tempo. Poco più in alto, llama dal pelo folto e aggrovigliato pascolano in libertà, disturbati solo dal gracchiare di qualche falchetto alla ricerca di nuove nuvole da perforare. In questo piccolo mondo vengono ribaltate gerarchie e poteri. Sono loro che comandano, bisogna prima chiedere e saper pazientare. Due ingredienti che sembrano essere scaduti dalle nostre parti.

Per chiunque ami esercitare il diritto di sognare attraverso la scoperta dell’altro e una voglia incondizionata di riempirsi le pupille di arcobaleni di paesaggi, questi luoghi sono il paradiso terreste più vicino al concetto di natura selvaggia. Nell’ostinata ricerca di bellezza e felicità, in questo cammino di salite e discese, ci si può ritrovare a calpestare terre arenose di color rosso fuoco, sorelle minori delle rocce granitiche che emergono dalle cime più alte. Poco più in là, può capitare di scivolare tra i fiumi dello Yungas, con il rischio di perdere i propri passi mangiati da una vegetazione che domina ogni angolo di sentiero, dove solo il canto di qualche uccello amazzonico può suggerire la via del ritorno. Nella risalita dall’umidità, dopo aver salutato zanzare, felini, scimmie e serpenti vari, ci si ritrova nell’altopiano dove i polmoni, come appena fuoriusciti dall’acqua, riprendono a lavorare a doppia velocità, in una gara a chi riesce ad acchiappare più particelle di ossigeno possibile, compito reso più arduo dall’altura poco amica dell’uomo. In un attimo, la leggerezza dei sandali abbandona il campo di gioco in favore di pesanti scarponi che, nella neve fresca o in qualche ghiacciaio a 6.000 mt., incollano orme puntellate dall’estremità aguzze dei ramponi.

In queste avventure nel cuore pulsante della Bolivia, la parola d’ordine diventa: perdersi per ritrovarsi.

Pachamama - Cammino Takesi, Yungas, Bolivia

Cammino Takesi, Yungas, Bolivia

Lasciamo a casa ogni certezza, dimentichiamoci della direzione del cammino, della segnaletica, del rifugio, della strada principale. Apriamoci alla possibilità di essere nel mezzo del niente più estremo, trovando il coraggio di ribellarci ad uno stile di vita abituale, sicuro, entrando a capofitto in un’esistenza non convenzionale. Christopher McCandless in una tappa del suo cammino verso la natura selvaggia e la felicità scriveva: «Ho letto da qualche parte che nella vita importa non già di essere forti, ma di sentirsi forti. Di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda, senza altri aiuti che le proprie mani, e la propria testa». La scelta di incarnare questa filosofia nelle “terre selvagge boliviane” permette di vivere esperienze che si intrecciano in un filo di incontri, apparentemente casuali, ma che nascondono un collegamento ed un’unione invisibile agli occhi, ma evidente per il cuore.

Ti potrà capitare di inseguire una grotta nei dintorni di Sorata, una cittadina incastrata tra la Cordillera Real a poche ore di macchina da La Paz, scegliendo, più con logiche emozionali che razionali, un sentiero secondario che ti farà “perdere” la rotta, dandoti però la possibilità di conoscere Ruben, proprietario di un terreno che sostenta la vita della sua famiglia e che ospita una roccia con dipinti rupestri del periodo pre-Incaico. La grotta potrà aspettare, le parole e i racconti di Ruben ti entreranno nella testa in un viaggio parallelo alla scoperta di una storia mai raccontata, ma degna di essere fantasticata. Questi pezzetti di magia, messi dentro ad un pentolone ardente e mescolati con piccole dosi di fortuna e sfortuna, daranno alla luce un piatto che emana odori provenienti da diverse culture e con sapori che spaziano dal dolce della frutta tropicale al salato di una sopa, fino a bruciarti le labbra con l’abbondanza di locoto fresco. Non esiste ricetta. Non esistono dosi e ingredienti specifici. Dipende tutto dalla mano del cuoco.

Dipende tutto da come ci approcciamo a quest’arte di vedere e interagire con il mondo.

Pachamama - Valle de las Ánimas a Uni

Zona sud di La Paz, ph. Antonella Russo

Scrivo queste parole perché sento dentro di me il forte desiderio di condividere la realtà nella quale sono immerso. Sento il dovere di ringraziare, senza la pretesa di limitarlo ad un nome o ad un concetto astratto, semplicemente: grazie. Alla natura più incontaminata e a uomini e donne che hanno il coraggio e la sensibilità di vivere in contatto con essa, aiutandola e imparando ogni giorno qualcosa di più. Ti ringrazio, Natura, perché mi fai sentire parte di una grande famiglia che ci accomuna e ci mette tutti nello stesso piano come essere umani. Come parte di questa famiglia, però, non posso fermarmi solo a ringraziarti e godere del tuo splendore, bisogna prendere posizione e difenderti.

Difenderti da un mondo fatto di uomini che si son persi tra meccanismi sociali ed economici, raffigurandosi come padroni indiscussi di terre che hanno dato loro la vita. Un mondo che non ha più a cuore la bellezza e la curiosità del diverso, ma che baratta questo per poteri e riconoscenze che non hanno alcun valore al cospetto della natura. Un mondo che non vuole accorgersi del pericolo dei cambiamenti climatici e che si ostina a chiudere gli occhi davanti a ettari ed ettari di foresta amazzonica che sparisce nelle fiamme, come un fumatore incallito che continua a godersi i suoi piccoli vizi senza accorgersi della sua lenta rovina. Un mondo che volta le spalle al continuo scioglimento dei ghiacciai, solo perché lontani dalla vita di tutti i giorni, troppo distanti dal nostro sguardo. Un mondo che si professa fraterno e unito, ma non piange i suoi fratelli animali e le sorelle piante, calpestati e uccisi da piedi goffi e prepotenti che camminano sopra le proprie responsabilità guardando avanti, cercando l’orizzonte.

Ma l’orizzonte, a poco a poco, si fa sfocato, perdendosi tra i fumi e le lacrime della terra.

Pachamama - alba dal monte Condoriri

Alba dal villaggio Takesi, ph. Antonella Russo

La Pachamama piange.

E noi, con che parole la consoleremo? Dove troverà la pazienza per ascoltarci? Ci perdonerà?

Per quanto ancora dovremo raccogliere le sue lacrime? Quanti recipienti serviranno prima che la sua sofferenza traboccherà inondandoci di tutte le nostre colpe?

La Pachamama continua a piangere.

E noi, cosa stiamo facendo?

 

[Foto di copertina di Antonella Russo]

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