La bellezza è orizzontale

Bellezza orizzontale

La bellezza è orizzontale

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– di Francesco Milo Cordeschi

 
Che cos’è la Bellezza? Ebbene sì, alla veneranda età di 29 anni mi ritrovo a riflettere su un assunto così apparentemente banale. Con la boria e la malriposta supponenza, tipica di un adulto, di saper ricondurre ogni concetto a formule precostituite, artificiose e nel complesso banali. Chissà come avrei risposto quando ero più piccolo. Spesso faccio fatica a ricordare com’ero, figuriamoci ad immaginare come mi sarei rapportato agli altri, come mi sarei posto davanti ad interrogativi così semplici da non esserlo affatto. Chissà. Chissà se, nella mia vita, abbia mai provato semplicità al punto da saperla restituire a parole.

Devo riconoscere una cosa, negli ultimi anni ho maturato la convinzione che il “bello” sia tendenzialmente “ineffabile”, inesprimibile. La vera bellezza la si misura nell’istante in cui decade qualsiasi forma e sovrastruttura, impedendo di saper argomentare a parole cosa si stia percependo. In un certo senso continuo a esserne sicuro e a convincermene. Crescendo, però, e dovendo fare i conti con ciò sono stato, sono e sarò, mi obbligo a mettermi in discussione, a capire meglio cosa mi abbia portato oggi a riflettere su ciò che ho intorno. E qui torniamo alle righe iniziali. Sì, ho 29 anni e ancora mi interrogo sulla Bellezza, la cerco nel tentativo di esplorarla in ogni suo singolo segmento.

Veniamo a quella che potrei goffamente definire l’epifania degli “ante triginta”. Sono nato e cresciuto con un’idea di Bellezza per lo più “verticale”. Amo il Cinema e le arti visive, ho amato tutto ciò che mi ha saputo restituire emozioni dall’alto di un grande, piccolo schermo, di una vignetta o di un quadro. Pur essendoci un distacco materico tra me, ciò che ero, le mie esperienze, e quel che vedevo, riproduzioni alternate (o ampliate) di un assetto spazio-temporale, ciò che mi scorreva davanti agli occhi lo sentivo come una parte inscindibile di me. Era vita a tutti gli effetti. Sono stato un privilegiato e talvolta lo dimentico: penso che in pochi ad oggi possano vantare di aver partecipato a dei cineforum durante la scuola media. Parliamo di esperienze cosiddette “segnanti”, grazie alle quali racimolai una matassa scoordinata di immagini, voci, figure, luci e ombre, molte delle quali destinate a perdersi negli anni. Alcune stanno riaffiorando: le pernacchie e gli applausi ironici all’incipit interminabile di West Side Story, in cui si susseguono cinque minuti di sfondi monocromatici di Saul Bass, il grumo di dollari appigliati al cappellino da flapper della piccola Tatum O’Neal in Paper Moon e, soprattutto, il volto ricurvo, torvo e spaurito di Stathis Gialleilis in quel capolavoro di Elia Kazan Il ribelle di Anatolia: non la storia di un tormentato viaggio oltreoceano, ma del Viaggio, di quei volti perduti in un secolo non troppo lontano alla ricerca di nuovi inizi, nuovi volti. Ecco, cosa dire, tutto questo è sicuramente ascrivibile ad una definizione di “Bellezza”, specie se penso a come arrivai ad immagazzinare ed elaborare quelle immagini. Nulla che non riscontrai in seguito con altri significativi momenti che porterò sempre con me: le visite al Louvre, al Belvedere di Vienna o il tramonto inesauribile sulle sponde del lago di Markemeer, in Olanda in una mite estate 2015, le voci sfuse all’orizzonte che colorarono un’atmosfera violacea e irripetibile.

Parliamo di Bellezze, bellezze che non sarebbero tali se non fossero brandelli di vita. Cerco di venire al dunque. Il mio eterno status contemplativo verso le meraviglie che affioravano ai miei occhi, col tempo, hanno prodotto dei piccoli vincoli. O meglio, il gap fisico che mi separava da ciò che era bello ha crogiolato il mio sguardo all’illusione di un’eterna attesa. Come se la Bellezza ma non vada cercata ma, per l’appunto, aspettata o, peggio ancora, ponderata. Questo tremendo oblio abitudinario mi ha spesso allontanato da una prospettiva, di cui solo oggi capisco appieno la sua importanza: la Bellezza è anche e soprattutto “orizzontale”. Anzi, la verticalità difficilmente può prescindere dall’orizzontalità, specie se, come me, si ama scrivere, condividere fatti o, più in generale, raccontare. Potrei muovermi nel rassicurante territorio della parafrasi, citando La Grande Bellezza di Sorrentino o l’antologico momento «Come Eravamo versione maschile» del cult di Gus Van Sant Will Hunting – Genio Ribelle: «se ti chiedessi dell’arte, probabilmente mi citeresti tutti i libri mai scritti, Michelangelo, le sue opere, le aspirazioni politiche, lui e il papa, le sue tendenze sessuali… ma scommetto che non sai dirmi che odore c’è nella Cappella Sistina. […] se ti chiedessi sull’amore probabilmente mi diresti un sonetto… ma guardando una donna non sei mai stato del tutto vulnerabile». Torno però sui miei passi. Guardandomi indietro e scrutando attentamente quei piccoli attimi di beatitudine, in cui posso dire di aver pienamente vissuto, vi era una peculiarità che coniugava in un filo rosso ognuna di quelle impressioni: la sensazione di non essere soli. Ognuno dei quadri visti al Belvedere, l’incanto che rapì i miei occhi alla vista de Il Bacio klimtiano, era frutto di un orizzontalità, di una relazione, di un rapporto. Dietro al quel gesto tanto disperato quanto tenero vi era probabilmente la storia di un “Amore Difficile”, per dirla alla Calvino. Stesso vale per i fatidici cineforum adolescenziali che colorarono i miei sogni e il mio immaginario: nei retroscena di quei profili e di quei fondati immaginifici, che sconquassarono le mie percezioni, c’erano anzitutto delle storie, tracce e fioche testimonianze di un mondo a me così lontano e, al contempo, così vicino. Il tutto senza considerare il luogo in cui mi trovavo, la sala, la sua esclusiva e innata predisposizione all’inclusività e alla condivisione, cosa che solo uno spazio sociale sa donare. E ancora, il tramonto sempiterno lungo il lago di Markemeer. Che dire, difficile saper cogliere la Bellezza di quel momento, tale da sospendere il tempo e la sua fissità spaziale, prescindendo dalle sfumature che lo contraddistinsero: il cielo che sembrava collidere col sole, colori indistinti, un ciclo interrotto, non vi era più giorno e notte, o meglio, vi era una certa incertezza su quale dei due dovesse sorgere o finire. Acqua e terra non esistevano più. Anzi, esistevano, sì, ma in un insieme fluttuante, univoco, senza che l’uno smezzasse l’infinità dell’altro. Mentirei a me stesso dicendo che quel momento sarebbe stato lo stesso se, oltretutto, non avessi avuto altre persone attorno. Se non avessi goduto di quel silenzio sincronico che ci avvolse, persuadendoci di un intesa sublime. Robe mai più provate.

Tutta questa tiritera per dire che la Bellezza, quella reale, è epidermica, nasce anzitutto dal contatto, da ciò che si sfiora, si sente, arrivando a percepire le singole differenze che rendono esclusiva la nostra permanenza. Questo è almeno ciò che, alla veneranda età di 29 anni, pretendo di aver capito, col rischio concreto di sembrare naif e anche un po’ melenso. Tutto questo forte del fatto che ho ancora tanto da scoprire e capire. Sicuramente è un approccio retrospettivo, grazie a cui tento di ravvivare quel senso di leggera fanciullezza, sopito ma immancabilmente presente. Pochi giorni fa ho ricominciato, dopo davvero tanto tempo, a svolgere delle piccole attività di volontariato. Nulla che fosse servito a rendermi improvvisamente speciale o, peggio ancora, indispensabile, come se il peso del mondo debba, per una sterile ragione determinista, responsabilizzarmi. Quel che penso è che, ogni tanto, non faccia male ricordarsi che in questo pianeta, in questo universo, in questa vita, non si è soli. O meglio, lo si è, ma come parte di un indissolubile “tutto”.

È l’orizzontalità. L’essere accorti a ciò che si ha intorno che ci fa trasudare di Bellezza. Settimana scorsa ero al mare coi miei, mangiavamo in un chiostro adiacente a una piccola tavola calda di uno stabilimento. Lungo una tegola, in un’area semichiusa, un merlo turbinava con frenesia impacciata attorno a un nido, lì deposto, nel tentativo di posarcisi. «Sai una cosa? Mi hai sorpreso» incalza mia madre. «In che senso?» le chiedo assorto. «Era da un po’ che non mi facevi notare qualcosa che stesse avvenendo al di sopra del tuo naso».

 

Immagine in evidenza: illustrazione di Hanna Barczyk

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