La collana della tranquillità

Una mia amica mi ha regalato una collana della tranquillità. L'ho rotta. L'ho riparata. Ho visto che la natura mi fa rallentare.

Per Natale una mia amica mi ha regalato una collana di pietre verdi.

“Sono pietre della tranquillità” mi ha detto. (In realtà lei mi ha detto anche il nome della pietra, ma io non so nulla di queste cose e quindi l’ho rimosso. Magari però legge qui e mi dice il nome).

Mi ha detto che le era sembrata una collana appropriata a me, e il verde sta anche bene con i miei capelli.

Due giorni prima ero caduta ad arrampicata e mi ero dovuto mettere quattro punti sulla tibia. Non so come fosse accaduto, so solo che in palestra c’erano delle prese a forma di albero di Natale, una era particolarmente sporgente ed ero riuscita a urtarla nel modo peggiore possibile.

Due giorni dopo aver ricevuto la collana sono scivolata in bicicletta, rompendo uno dei due cambi della bici di A. (il cambio della mia si era rotto il giorno prima), sbattendo il ginocchio e un braccio e strusciando la caviglia.

Per fortuna, al momento dell’impatto con il terreno, o forse un istante prima, ho avuto la prontezza di buttarmi sul lato sinistro, ricordandomi dei punti sulla tibia destra.

Il giorno dopo, mentre correvo a Villa Ada, ho sentito dei puntini freddi che tintinnavano sul petto. Mi sono fermata. Ho alzato la maglietta. Dal mio corpo sono cadute perline verdi, una dopo l’altra, che hanno iniziato a rotolare sulla terra.

“Si dice che se la collana si rompe è perché fa troppa fatica a tenere una persona tranquilla” ha commentato la mia amica.

Ho osservato le perline cadere per diversi istanti, poi ho iniziato a raccoglierle tutte, una per una. Quel giorno era anche un po’ tardi, ma le ho raccolte tutte e le ho messe in tasca. Mentre continuavo a correre ho pensato che portavo la tranquillità rinchiusa in tasca.

“Ora devi infilarle in un nuovo filo” mi ha detto la mia amica. L’ho fatto, nonostante la mia incapacità in queste cose (A. mi ha visto mentre mi accanivo con l’estremità di un filo che si sfaldava sempre di più e mi ha rivelato che i fili per le perline hanno un piccolo ago attaccato).  

Qualche giorno fa A. e io siamo arrivati in montagna. Il primo giorno, camminando, c’era molto fango. “Attenta a non cadere” mi ha detto varie volte A. Forse troppe, e ho dimenticato di ascoltarlo. Sono caduta e ho sbattuto su una roccia, esattamente all’altezza della ferita sulla tibia, che si è aperta di nuovo.

Ho avuto modo di riflettere molto sulla tranquillità. Non ne ho cavato molto. Allora mi sono occupata della mia collana. L’ho nascosta in giardino e stamattina la sono andata a riprendere. Era presto, ed era tutto fermo. Anche io ero un po’ ferma. Più lenta. Mi piace la mattina perché sono lenta. In realtà tenderei a essere veloce, ma ho visto che le persone intorno a me la mattina sono lente, e allora ho capito che è meglio fare così. (Più che altro, sono loro che mi hanno detto tante volte se potevo evitare di dire così tante parole prima del caffè. A volte lo faccio ancora, ma stona anche a me).

Qui in montagna è più facile essere lenta la mattina. Credo sia il silenzio. E forse il freddo che c’è fuori. Il giardino è un po’ addormentato, soprattutto adesso, che è inverno, e quando ci cammino mi sento in uno spazio sospeso. Mi posso accucciare e osservare i rami spogli. L’erba bagnata. Le foglie secche. È un giardino che tiene ancora tutto dentro e si prepara. Si riposa.

Il giorno dopo, durante la nostra passeggiata, sono stata attenta. Non credo di aver camminato più lentamente, perché A. e io ci abbiamo messo il solito tempo per arrivare in cima a quella montagna. Ogni cima ha il suo tempo, ed è bello osservare come si ripete. Non sono andata più lentamente (tranne nella discesa finale, dove si rischia sempre di cadere) ma sono stata attenta. Non so bene cosa è stato. È iniziata come paura di cadere di nuovo, ma poi si è trasformato in qualcos’altro.

Anche il giorno dopo ho sentito questo indefinito qualcos’altro. Forse era il modo di osservare gli alberi, le rocce e i cespugli, che sono sempre gli stessi, ma che in alcuni punti sembrano diversi e in altri invece uguali. La scanalatura della roccia che mi obbliga a mettere il piede in un certo modo, il sole che mi dà fastidio e mi fa abbassare gli occhi, la terra bagnata. Un certo albero in un punto del percorso, una pozzanghera che non si asciuga mai.

Mentre cammino a volte non guardo, vago tra le nuvole. Anche in questi giorni, in realtà, ma poi devo stare attenta a non cadere e allora mi accorgo di altro. Anche la fatica mi fa rallentare. Anche i suoni e gli odori. Li sento e mi sento nel mezzo. Se sono in mezzo alla natura che ha un suo ritmo, è più facile per me non andare veloce. A volte me lo scordo e allora vado in giardino, e lui subito mi regala un po’ di calmo vuoto.

Quando sono a Roma è più difficile, perché quando esco le strade non mi regalano esattamente il calmo vuoto, ma una serie di clacson e urla e un po’ di smog da cui provo a difendermi con una mascherina.

Però forse ho capito perché spesso la mattina mi lancio fuori di casa e raggiungo Villa Ada in bicicletta. A quell’ora non c’è quasi nessuno per la strada (non è lo stesso al ritorno, e infatti i miei giorni preferiti sono il sabato e la domenica o un qualunque giorno di festa, perché al ritorno non c’è nessuno) e il parco è ancora calmo e silenzioso. Anche se corro e vado veloce (almeno questo è quello che penso fino a quando non incontro qualcun altro che corre, e vedo che è sempre più veloce di me), dentro vado più lenta. Un po’ del vuoto del parco arriva dentro di me.

Avere come proposito per il nuovo anno quello di “andare più lenta” suona un po’ difficile. Però se mi dico “prendere in prestito un po’ del calmo vuoto della natura”, già mi sembra meglio.

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Ogni quindici giorni, pandipanico è ospitata sulle pagine di AWARE, ogni volta con un panico nuovo, nella nostra sezione dedicata al tema salute mentale.

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