La forza di una bambina triste

– di Marwa Hichri

 
È davvero facile mettere in dubbio la propria esistenza e non trovare un senso a tutto ciò che ci circonda, è così semplice sentirsi vuoti, insoddisfatti e tristi.

Ho iniziato a provare queste emozioni in modo intenso per la prima volta a 10 anni: mi svegliai una mattina e tutto era buio, il mondo mi era estraneo, irriconoscibile; non mi possedevo più, divenni invisibile e ossessiva e le sensazioni di inferiorità ed inutilità presero il primo posto tra i miei pensieri. Mi era quasi impossibile non interpretare il mondo con profonda negatività e questo mi spingeva a non fidarmi di nessuno, ero condizionata solo da ciò che avevo nella mia testa. Sentivo che nessuno mi potesse aiutare, che nessuno potesse comprendere ciò che stessi passando e questo perché non lo sapevo nemmeno io.

I miei ultimi ricordi di questa prima esperienza si fermano al giorno in cui decisi di farla finita: andai in cucina, presi un coltello che portai in camera con me e, come avevo visto in qualche film, me lo puntai dritto sullo stomaco.
Scoppiai a piangere sedendomi per terra.
Non ne ebbi il coraggio.

Quello che stavo vivendo in quel momento era un profondo stato di depressione e crescendo mi sono sempre più resa conto di come la mia persona sia formata da due parti in contrasto tra loro, due facce della stessa medaglia. Una è legata all’ansia e alla disperazione, l’altra invece alla bellezza della vita.

La prima è una bambina triste, sola, senza speranze, una bambina piena di rabbia e odio. È l’insoddisfazione e il bisogno d’amore insieme, è la mia parte autodistruttiva che si presenta liberamente, che non può rimanere nascosta per troppo tempo quindi si anima all’improvviso e non mi dà nemmeno il tempo di prepararmi perché sa imporsi con tutta la sua forza. Quando è lì ho solo voglia di chiudermi in casa, di non vedere e sentire nessuno, il mondo diventa orribile e vuoto come il buco che ti si forma nello stomaco. I pensieri negativi e paranoici si comportano come un amante geloso e possessivo, un amante che ti picchia se non lo ascolti e che ti porta ad avere un’idea completamente distorta della realtà e di te stessa. Ho passato anni a non sapere chi fossi, e ancora oggi sto cercando di scoprirlo.

E gli altri? Gli altri non sanno cosa stai passando.

L’altro lato della medaglia, invece, è la voglia di vivere, l’amore verso la scoperta e il piacere; è la lettura, l’arte e la scrittura; è la musica con tutte le sue sfaccettature e il volersi bene. Questa parte è l’unica che riesce a salvarmi permettendomi di non cadere. Ho imparato piano piano a focalizzarmi su di essa perché mi sono resa conto che poteva essere la chiave di tutto. Quando ascolto la musica o scrivo, per esempio, il mio cervello si perde tra la felicità e la soddisfazione, mi sento piena. Mi ci è voluto del tempo per poter trovare un equilibrio tra la mia vita interiore e quella esteriore, ho iniziato a dedicarmi ai miei desideri, ho iniziato a dare loro maggiore importanza. Come potevo amarmi se l’unica cosa che sapevo fare era criticarmi o biasimarmi? Mi è stato insegnato un amore malato e sbagliato, un tipo di amore frutto di una società capace di imporre valori e visioni tossici per l’uomo.

La bambina triste fa parte di me e non se ne andrà mai, sta a me imparare a gestirla e a comprenderla. Nel tempo ho capito, tra pianti, odio e disperazione, che la chiave era nella terapia, nella conoscenza e accettazione di me a nella curiosità che mi muoveva ogni giorno.

Tendevo sempre a puntarmi il dito e ad incolparmi peggiorando lo stato in cui riversavo, tendevo a farmi catturare dai tentacoli dei pensieri negativi e della tristezza finché tutto non smetteva di avere un senso. Ora guardo verso quei tentacoli, mi faccio avvolgere mentre li analizzo ed osservo: questi mi fanno meno male e hanno meno controllo sulla mia mente.

Ci sono ancora mattine in cui mi sveglio e il mio corpo e la mia mente non vogliono affrontare la vita, in cui l’essere e l’esistere sono solo un fardello inutile e pesante. In quelle mattine mi vado bene così, e quando non mi arrabbio con me stessa sento un’improvvisa sensazione di accettazione e di tranquillità pronte a darmi quell’amore mancato: questo amore riempie il solito vuoto che si forma sullo stomaco.

Foto in evidenza: John William Waterhouse, The Lady of Shalott, 1888.

Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.