La rabbia

Quando ero piccola e mi arrabbiavo sentivo che era finito tutto. Quando mi arrabbiavo, io mi sentivo risucchiata da un mostro.
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Quando ero piccola e mi arrabbiavo non riuscivo a fare niente.

Allora mi arrabbiavo per non riuscire a fare niente. Non era possibile stare in tutto quel niente, era orribile. E, inoltre, il niente mi faceva venire sempre più rabbia. Nel niente la mia rabbia cresceva a dismisura, diventando un enorme mostro incontenibile.

Quando ero piccola e mi arrabbiavo sentivo che era finito tutto. Non so bene cosa fosse questo tutto e, a dire la verità, non finiva mai davvero; passata la rabbia, le cose continuavano uguali a prima. L’ordine delle cose non era stato alterato, loro continuavano a scorrere come sempre. Ma quando ero dentro la rabbia, per me era finito tutto.

C’è un ricordo che ho di me e di mia cugina nel giardino della casa al mare. Credo sia un ricordo falso, in realtà, ovvero una di quelle immagini che si sono fissate nella mia memoria solo perché mi sono state raccontate. Posso visualizzare il giardino, posso visualizzare me e mia cugina, così come le nostre madri, e quindi, nella mia testa, ho creato un ricordo.

In questo ricordo, mia cugina mi ha preso qualcosa, o forse possiede qualcosa che io desidero molto. Lei scappa per il giardino e io le corro dietro; non penso di avere molto successo perché mia cugina ha un anno in più ed è sempre stata parecchio più alta di me. Mentre corro urlo a squarciagola: “Etta dammelo, dammelo, sennò mi allabbio, mi allabbio!”. Etta, però, non si ferma, e allora io mi blocco e, con fare drammatico, grido: “AH! Mi sono allabbiata!!”. Nel ricordo finto, a questo punto, mia madre e mia zia scoppiano giustamente a ridere.

E io, probabilmente, mi dispero. Mi dispero perché mi sono arrabbiata. Il dramma è quello. Il dramma non è il motivo, non è quello che mi ha fatto stare male, il dramma è che io mi sono permessa di arrabbiarmi.

Tutte le volte in cui mi arrabbio, ancora oggi, io mi arrabbio per essermi arrabbiata. Anzi, quella è, spesso, la parte più consistente della mia rabbia. Magari la mia rabbia dura poco; ma la rabbia per la rabbia dura molto di più.

Qualche giorno fa stavo andando in bicicletta, ero su una strada grande e una macchina che si immetteva da una stradina e che avrebbe dovuto darmi la precedenza non si è fermata e mi è quasi venuta addosso. Non mi ha neanche sfiorato, perché io mi sono bloccata in tempo e la macchina, per fortuna, andava molto piano, ma se io non mi fossi fermata mi avrebbe preso. Io ho iniziato a urlare contro la signora alla guida (che, da parte sua, non ha fatto assolutamente nulla per scusarsi ma, anzi, sembrava voler indicare che non era poi davvero colpa sua).

Ho smesso di urlare e ho raggiunto A. che, fermo più avanti, oltre un semaforo, non aveva visto nulla. Gli ho raccontato l’accaduto, lui mi ha chiesto come stavo. “Ho sbagliato. Non mi dovevo arrabbiare”, è tutto quello che ho detto. Lui ha risposto che mi ero arrabbiata anche troppo poco, perché lui non aveva sentito niente.

Quando vado in bicicletta mi arrabbio molto spesso. E poi, subito dopo, ci rimugino sopra. A volte immagino cosa devono pensare i passanti vedendomi sbraitare. Certo, magari notano che una macchina mi è quasi venuta addosso, e che, quindi, avrei ragione. Ma io non credo, penso sempre che mi guardino con disprezzo e che io, ai loro occhi, diventi una persona diversa da quella che sono soltanto per il fatto di arrabbiarmi. Potrebbe anche non importarmi nulla del giudizio di alcune persone sconosciute. Il problema, però, è che questo è anche il mio giudizio: come gli sconosciuti che mi guardano, anche io mi considero una persona diversa da quella che sono veramente, se mi arrabbio.

La rabbia mi sembra una cosa troppo grande e, quando appare, ho sempre l’impressione che sia come quel mostro enorme che mi invadeva da piccola. Come fa a continuare tutto come prima se sono in compagnia di questo mostro? Non è discreto, non è carino, è ben visibile e rumoroso.

E, quando ero piccola, quando arrivava quel mostro, poi cadevo nel niente. Ci annegavo dentro e non sapevo come uscirne. Mi sentivo sporca per la mia rabbia, e non riuscivo a ripulirmi da tutto lo sporco. Da un po’ più grande, al liceo, invece di sentire la rabbia mi intontivo di urla e di lacrime. In questo modo, infatti, non avevo più la forza di fare nulla ed era più facile; non mi sembrava una decisione, il non fare nulla, ma solo una conseguenza obbligata. Spesso vedevo un film. A poco a poco, i film placavano la rabbia. O meglio, più che placare la rabbia, mi facevano dimenticare di essermi arrabbiata.

E io, in genere, non sono in grado di farlo. Se c’è la mia rabbia, io vedo solo lei. In questo modo, lei non passa. “Distraiti, fai altro”, mi viene detto, ma io non ci riesco. È la stessa cosa con il pianto. Quando piango, io mi ostino a continuare a piangere, a navigare in un vuoto fatto di pianto. Se mi distraessi sarebbe più semplice, ma c’è qualcosa che sembra impedirmelo, una sorta di ostinazione a risolvere le cose, a dissezionarle, invece che a metterle via per un po’.

Adesso, quando mi arrabbio, scrivo. Per vari motivo, credo. È una cosa che mi piace. Mi riesce bene. Mi fa concentrare su qualcos’altro.

Ma il punto principale, sospetto, è che se non scrivo poi mi arrabbio per non averlo fatto e allora c’è una rabbia in più.

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