La terapia come con-prensione e specchio di sé: parla la psicologa

La terapia come con-prensione e specchio di sé - Martina Formaini

La terapia come con-prensione e specchio di sé: parla la psicologa

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Pubblichiamo un contributo arrivatoci da una lettrice, Martina Formaini, in risposta ad un articolo della nostra redattrice Barbara Silvestri (per leggere clicca qui) in cui raccontava la sua esperienza riguardo l’accesso alla terapia psicologica, mettendo in luce ostacoli e falle nel sistema. Martina ci scrive da psicologa e psicoterapeuta, offrendoci uno spaccato sulle criticità della sua professione ma anche un incoraggiamento per tutte le persone che al momento stanno cercando aiuto.

Giorni fa scorrevo la bacheca di Facebook, poco prima di cominciare lezione, sono psicologa al terzo anno di formazione in psicoterapia. Vedo un articolo di Aware, come faccio quasi sempre lo apro e lo leggo. L’articolo, poi, era inerente alle tematiche che mi stanno più a cuore, la salute mentale e la lotta contro lo stigma, e trattava in particolare l’accessibilità alla terapia psicologica.

L’ho letto tutto d’un fiato, che nel frattempo mi mancava, letto tutto fino in fondo finché, attivata da forti emozioni ho contattato Desirée, co-fondatrice di Aware, per darle il mio rimando riguardo ciò che c’era scritto. Non è stato un bisogno di correggere o di indignarmi in quanto professionista sanitaria facente parte proprio della categoria citata nello scritto, anzi. Mi è mancato il respiro nel leggere della gimkana che l’autrice dell’articolo, Barbara, ha dovuto affrontare per avere l’aiuto di cui aveva bisogno. Aiuto psicologico per di più, perciò oltre al riconoscimento di avere una necessità per il suo benessere mentale, ha avuto il coraggio di rivolgersi concretamente a chi avrebbe dovuto aiutarla. “Dovuto” in quanto si è rivolta al sistema sanitario nazionale, ma ahimè la realtà è ben lungi dall’essere disponibile e funzionale come dovrebbe essere. E me ne rincresce davvero molto.

Quello che mi ha sconvolto, da professionista che si batte da anni – e soprattutto in questo momento storico di pandemia e post-pandemia – per l’accesso e il riconoscimento degli psicologi nel sistema sanitario pubblico, è la solita, ingiustificata, insopportabile carenza di personale psicologico. E poi, quel poco che c’è, a volte non riesce a far emergere quella parte umana che è la base fondante della nostra professione. Essere una psicologa, per come sono io e per come credo dovrebbe essere l’intero corpo professionale, significa ascolto, comprensione – dove comprensione significa prendere-con sé la sofferenza dell’altro – competenza, umanità, compassione – nel significato complesso di mettersi emotivamente a disposizione dell’altro, spinto verso l’altro da interesse e pathos, essere strumento professionale ed empatico di aiuto, essere specchio esperto che riflette ciò che l’altro porta di sé. Non è facile.

Ho sofferto nel leggere quanto sia stato, invece, impersonale e asettico l’accoglimento che B. ha esperito, me ne rammarico proprio: ho pensato che nei servizi pubblici può capitare che i professionisti siano talmente oberati di lavoro, in sottonumero rispetto al reale bisogno, sottopagati rispetto alla mole di lavoro che svolgono, che ahimè si rischia che la componente umana scarseggi e che l’accoglimento, il prioritario tappeto d’entrata alla terapia, manchi. Mi rincresce sinceramente. Mi rincresce pensare che una persona in difficoltà non trovi l’aiuto che richiede, a maggior ragione nell’ambito della salute mentale, superando per di più lo stigma per cui chi si rivolge ad uno psicologo «è pazzo e ha per forza qualcosa che non va». No. No, non è così, e lo stigma va abbattuto. Mi rincresce che dopo questo atto di coraggio, soprattutto verso sé stessa, non abbia ricevuto l’accoglienza che meritava.

La psicoterapia è un percorso di conoscenza e di consapevolezza verso noi stessi. Io stessa sono stata per anni prima paziente che terapeuta, ancora in formazione. Paziente sia per i miei bisogni di conoscenza di me in momenti di difficoltà, sia come analisi personale per svolgere al meglio il mio lavoro; per rendermi strumento di accoglienza e di con-prensione dell’altro; per essere forte a sufficienza da prendermi cura di dolori che sono stati anche i miei; per dare l’ascolto che anch’io posso non aver ricevuto; per fare da specchio in quegli aspetti in cui prima potevo non essere vista neanch’io. Quando si inizia un lavoro di introspezione dentro di sé, attraverso sé, si vedono mostri che si sono tenuti nascosti da una vita, che facevano troppo male e troppa paura per essere visti da soli; si incontrano aspetti di sé che non si possono togliere, ma solo accettare e integrare. Guardarsi dentro è un atto di estremo coraggio, di estrema forza, di estremo amore. È difficile, è doloroso.

Donald Winnicott, un pediatra e psicologo britannico, tra i miei autori preferiti, diceva che «la paura di un crollo è la paura di un crollo già sperimentato». Mai parole furono più vere. E riprendere in mano quel crollo, riviverlo, guardare in quel burrone così nero che sembra non avere una fine, è un atto di coraggio incredibile, è un atto d’amore verso di sé che diventa poi un atto d’amore verso gli altri, perché chi ama sé stesso poi può imparare a dirigere questo amore anche verso le altre persone. Trovo incredibilmente stupido il tanto radicato stigma verso chi si reca da uno psicologo per iniziare una terapia, tutte quelle etichette di «pazzo», «pazza», «malato mentale»: in fondo, se ci pensiamo bene, questo significa tristemente che ci sono molte più persone che hanno paura e non la affrontano rispetto invece a chi ha il coraggio di conoscere l’animo umano. Ed è questo che fa davvero paura.

Nel mio lavoro, soprattutto nei miei tirocini in cliniche di cura psichiatriche, ho conosciuto e con-preso persone con un’umanità sconfinata che però, purtroppo, sono state sopraffatte dalla sofferenza, e ciò le ha trasformate e sono finite, anche su loro richiesta, in luoghi protetti dove possono essere ascoltate, con-prese, “curate” sotto l’aspetto farmacologico. Non mi piace la parola “curare”, come non mi piace la parola “malattia mentale”, perché, per quanto indichino situazioni psico-neuro-fisiologiche in qualche modo “diverse”, “alterate” a livello neuro-biologico, si rischia troppo spesso di trasformarle in etichette, che portano all’esclusione e all’allontanamento, invece che alla vicinanza umana e all’ascolto, che sono le vere cure dell’anima. È facile allontanare il diverso, piuttosto che capirlo e mettersi a confronto. Anni fa, all’inizio dell’università, avevo scritto un post-it che conservo ancora da qualche parte, con scritto un mio pensiero: «alle persone non piacciono le persone sincere, perché le mettono di fronte alle loro bugie». Credo che questo valga anche quando parliamo di persone che vivono sofferenze, disturbi, “patologie”, problematiche mentali: «fa paura vedere nell’altro l’ennesima potenza delle sofferenze che abbiamo dentro di noi».

Non sto certo negando che esistano la schizofrenia o la psicosi, si badi bene: sto negando la concezione per cui queste persone non possano essere riconosciute e con-prese come ogni altro essere umano.

Sarà un percorso duro, lungo e frustrante quello che porterà l’abbattimento del muro che chiude la vista sulla “malattia mentale”, ci vorrà, ahinoi, molto tempo prima che questo muro si faccia ponte: perché ciò richiederà un gran lavoro di ascolto, accettazione e con-prensione di noi stessi, per poi poter ascoltare, accettare e con-prendere l’altro. Ma io non mi arrenderò, continuerò a lottare smontando quanti più mattoni possano spostare le mie mani. E più siamo, più ponti costruiremo. Mando un forte abbraccio a B., e a tutti e tutte coloro che vogliono intraprendere un percorso su di sé dico: abbiate il coraggio di insistere, di perseverare, di non arrendervi di fronte alle difficoltà e ai muri istituzionali e burocratici, perché superati questi chi vuole con-prendervi c’è, ed è pronto ad accogliervi.

Martina Formaini è Psicologa, Psicomotricista Relazionale e psicoterapeuta dell’Infanzia, dell’Adolescenza e dell’Adulto in formazione Verona (VR) e Tione di Trento (TN). Laureata in Psicologia all’Università di Padova, parallelamente agli studi universitari si è diplomata presso una scuola di Psicomotricità Relazionale sempre a Padova. Dopo l’esame di stato ha concluso un master in Psicologia Giuridica a Milano e attualmente lavora a progetti nelle scuole materne come Psicomotricista Relazionale e come consulente, soprattutto con bambini, genitori e ragazzi adolescenti. Qui la sua pagina Facebook ufficiale.

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