La vida en el Wallmapu – diario dal Sur

Tra cieli rosso fuoco e cerimonie ancestrali, montagne antiche e casette in legno, Nicolò ci porta a scoprire la storia sempre viva fatta di orgoglio e lotta dei Mapuche, popolo indigeno originario della zona centrale del Cile. Un viaggio di consapevolezza nella pancia della resistenza per rivendicare il diritto a rimanere sé stessi.

di Nicolò Segato

Sopra di me i cieli interminabili dell’emisfero australe fanno da rifugio, le nuvole sembrano il risultato di un movimento accurato. Disegnano corpi e figure in movimento, così definite e precise che è facile perdersi alla ricerca dei più disparati significati di queste forme: acquarelli color turchese e avorio che all’imbrunire si tingono di un rosa dolomia. Mentre l’occhio dello stupore si interroga sui significati di questi giochi celesti, il tempo sembra scorrere più lento a queste latitudini.

Le sorelle stelle vengono a salutare ogni notte, così come la regina indiscussa di queste terre, la Cruz del Sur, è lì che gravita nell’oscurità, illuminando la via maestra e ricordandomi su che pezzetto di mondo sto camminando.

Scrivo queste parole nel bel mezzo del campo, in una casetta di campagna nel cuore dell’Araucania, la IX regione dello stato del Cile, una delle aree più povere del paese, fortemente militarizzata e con la più alta percentuale di presenza di persone di origine Mapuche. I cani dei vicini abbaiano e giocano tra loro, mentre un gregge di pecore viene a brucare l’erba del nostro giardino. Ciascun elemento trova un senso e un ruolo nell’avanzare del tempo, mostrando all’uomo moderno che ogni tassello si incastra perfettamente in una quotidianità ancestrale che continua ad esistere, a persistere.

La vita nel Wallmapu scorre seguendo regole antiche e per me, bianco occidentale, volontario di Operazione Colomba, si fa sempre più costante un tentativo di decostruzione mentale e spirituale, per comprendere a pieno ciò che i miei occhi vedono e che il mio cuore incontra.

Mi trovo in Cile, nel cuore dei territori originari della popolazione autoctona Mapuche. Nell’esercizio di ribaltare il concetto di proprietà privata, nell’incontro costante con donne e uomini, comprendo sempre di più la lotta che queste comunità da migliaia di anni stanno portando avanti, contro uno stato moderno che, sempre più cieco, finge di non capire le proprie origini violando di continuo la libertà di un popolo di autodeterminarsi e di poter vivere nei territori a cui appartiene.

Il vile potere delle industrie estrattive, idroelettriche, forestali, figlie di un sistema socio-economico neoliberista, continua imperterrito nel tentativo di cancellare una storia che, nonostante tutto, sceglie di resistere, continuando a lottare come ai tempi della colonizzazione spagnola e più in là, con la creazione degli stati di Cile e Argentina.

L’unico popolo indomo di tutto il Sudamerica, ricorda a tutto il mondo il silenzio, la morte e il saccheggio delle terre ancestrali per mano del “progresso”, ma anche la resistenza, la coesione, i valori che uniscono e diventano lotta. La storia non può essere sradicata, i nomi degli uccelli, degli alberi, dei fiumi, come le storie de “los abuelos” non verranno dimenticate. Perché nella concezione mapuche, il territorio non è terreno, non è un fine economico, di produzione e ricchezza. I territori sono i sogni e gli spiriti degli antenati, sono acqua, aria, fuoco. I territori sono la rabbia covata nei secoli e il sangue che versa nel fango di queste terre.

“No somos chilenos, somos Mapuches”
“Non siamo cileni, siamo Mapuche”

Vedere nella sorella e nella madre di Matias Catrileo, un ragazzo ucciso per mano di militari cileni, morto martire nel tentativo di ricreare una nazione all’interno di uno stato, che con voce soffocata dall’emozione ricordano l’anniversario della sua morte, davanti ad un pubblico di giovani donne e uomini che intonano il suo nome, alimenta un fuoco dentro che ognuna e ognuno di noi sente, contro le ingiustizie del mondo capitalista. La lotta non è mai finita e continuerà ancora.

Una lotta che prende forme diverse. Le azioni di rivendicazione dei territori da una parte, perseguite da leggi ministeriali che ne inaspriscono sempre più le conseguenze, scritte ad hoc dal governo cileno, che mira specificamente a connotare questa gente come terroristi. Da quando mi son trasferito qui ho seguito diversi processi finiti con sentenze di condanna. Secondo i difensori, le condanne sono spesso figlie di prove inesistenti o costruite dagli inquirenti. 

Da altre parti vengono scelte forme più istituzionali di dialogo che alle volte portano a dei risultati di compromesso.

L’arma che accomuna tutte queste scelte di resistenza è quella del lavoro agricolo della terra. Resistere insediandosi, coltivando, costruendo e ricevendo vita dalla madre terra, con una visione di autosostentamento, di rispetto e di convivialità, senza operare distruzione e un consumo eccessivo.

Possibile che i terroristi siano coloro i quali, vestiti di poncho e qualche bastone, attuano le “recuperaciones” dei loro territori ancestrali, trovandosi di fronte a forze militari con blindati, mitragliatrici e droni?  

Mi chiedo spesso quale sia il mio ruolo qui, che apporto posso dare, oltre che ricevere tanta forza d’animo e farmi contagiare dai sogni e dalle speranze delle famiglie mapuche che vivono vicino a noi. Che parte posso prendere in questo puzzle così complicato di uno Stato sovrano che a suon di repressione, leggi razziste, discriminatorie e di un’accurata costruzione mediatica crea un immaginario ingannevole di persone con le quali ogni giorno condivido un pezzo di strada della mia vita? La mia presenza come osservatore internazionale dei diritti umani è sufficiente per essere accettato come parte attiva di questa lotta, durante i presidi nelle carceri e nei tribunali di diverse città dell’Araucania? Il lavoro di osservazione, partecipazione e stesura di report potrà veramente contribuire a testimoniare e divulgare la storia di questo popolo e le continue condanne che è costretto a subire?

Questi interrogativi fanno parte del mio abitare questi luoghi, si mescolano con le riflessioni personali e ancora fanno difficoltà ad uscire fuori e trovare riscontro. Ma nella confusione che attanaglia la mente, è proprio nella condivisione e nella presenza che incarno delle risposte embrionali. Le ritrovo nell’accoglienza che ricevo dal Longko J. (autorità ancestrale) e nelle sue parole in Mapundungun di ringraziamento per essere qui, per aiutarli anche solo nel partecipare ad un pranzo o ad un lavoro nel campo, nell’essere testimone di uno scorrere della vita così tenace e duraturo. Le incarno in L. e la sua famiglia che invitano noi “winka” (persone non-mapuche), ad una delle loro cerimonie più significative, il guillatùn, una cerimonia di preghiera e richiesta nei confronti delle divinità, di auspicio per un buon anno di raccolto e di salute per tutta la comunità. Qui, nascosti tra le piante di araucarie e nei boschi, coccolati dal Rio, mi trovo abbandonato in un spazio sacro, con al centro il rewe (altare mapuche adornato con piante e altri oggetti simbolici). Uomini e donne condividono la loro vita, mentre danzano e cantano in uno spazio che si mescola tra divino e umano. Mi sento privilegiato a poter godere di tutto questo, qualcosa che non è solo folklore, tradizioni e usi da vendere come turismo, ma qualcosa di più potente: è quotidianità, condivisione, comunità. È vita. Mi chiedo quanti altri bianchi occidentali abbiano avuto la mia stessa fortuna.

E allora per un attimo trovo le risposte che cercavo, l’atto di essere qui presente, con l’idea di tessere dei legami e di relazionarmi anziché essere investito da un compito salvifico e rivoluzionario. Son qui consapevole che questa non è la mia lotta, tantomeno la cultura che mi appartiene, che non potrò cambiare le sorti di un popolo, ma posso accompagnarlo ed esserci, posso scambiare e ricevere, posso chiedere e rispondere, posso esserci o non esserci. Ho scelto di stare al suo fianco, sto piantando dei semi che solo il tempo e la consapevolezza potranno far fiorire. Al fianco di donne e uomini che per me hanno un nome e dei lineamenti ben precisi. 

Al fianco di donne e uomini che portano i brandelli di una storia ingiusta, io voglio esserci.  
Marichiweu!

Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.