Melodie vicine: Bikutsi

La musica come mezzo di comunicazione per abbattere barriere secolari, spiegato dal genere camerunense, vivace e audace, del Bikutsi.

Il Bikutsi: colpisci la terra

Se c’è chi crede ancora che la musica sia solo una prova estetica di belle voci e bravi chitarristi, consiglio vivamente di andare ad un concerto Bikutsi. Bi-Kut-Si, letteralmente significa «colpisci la terra», ed è il nome che prese la musica e la corrispettiva danza che consisteva proprio nello sbattere a tempo i piedi sul terreno. Siamo ad una cerimonia in un villaggio del Camerun, nella patria dei Beti (più specificatamente la comunità Ewondo), dove uno sciamano guida i canti in quella che viene definita ‘fase ekang, di argomentazione mistico-religiosa. Successivamente la scena viene presieduta dalle donne del villaggio che, riunite attorno ad un balafon, che vedremo dopo in cosa consiste, danno inizio alla ‘fase bikutsi’ con tematiche attinenti alla vita quotidiana e alla sessualità.
Da questo villaggio ai palcoscenici di mezza, se non tutta, Africa, di strada ne è passata. Vediamo come.

La seconda vita del Novecento

I primi attestati di Bikutsi si hanno in tempi antichi, ma solo dagli anni ’40 del Novecento i ritmi tradizionali e cerimoniali di questa musica arrivarono alle orecchie di un più largo pubblico. In questi anni Anne-Marie Nzie fece conoscere questa cultura musicale attraverso le sue registrazioni, che una ventina di anni dopo ispirarono Messi Me Nkonda Martin ad aggiungere elementi moderni dando una seconda vita al Bikutsi. Negli anni ’80 si ha un boom nel continente, che rende onore alla vivacità e alle vibranti melodie del genere, che inizia a farsi conoscere anche internazionalmente. Il Bikutsi salta subito all’orecchio anche per carattere: il tema della sessualità è di forte impatto, si sa, specialmente se, in una società maschiocentrica, a trattarlo è una donna.

Popolo Beti
Storica immagine di uomini Beti// credits: www.histhrill.com

Il “sesso forte”

Fin dai primi testi tramandati oralmente, il Bikutsi presenta audaci metafore e vertiginose spinte di bacino. È una musica fuori dai denti, verrebbe da dire, che aggredisce lo spettatore andando poco sul sottile. Ma ciò non è dato dal caso, o dal senso puramente ludico della danza ironicamente erotica. Citando un noto (e discutibile) slogan della tv italiana: Oltre le gambe c’è di più. Ci sono bisogni di emancipazione e dovere di sincerità verso sé stesse e verso gli altri. C’è la presenza forte di donne che ora animano le scene musicali del Bikutsi, tenendo a mente l’importanza del genere nella loro storia. Un proverbio Beti recita: «La gallina non canta davanti ai galli»; e questo basterebbe a definire come la cultura obblighi da tempo le donne Beti a tacere in presenza di uomini. Fin dagli inizi il Bikutsi fu un mezzo di voce libera e indipendente, ma a maggior ragione nel Novecento, epoca di nuova vitalità del movimento femminista. Le voci femminili entrano a gamba tesa sul tema della sessualità perché libere di esprimere i loro desideri e il loro diritto al piacere. Cosa che ancora nel 2020 farebbe rizzare la parrucca a più di qualcuno. Flora Amabiamina insegna Letteratura all’Università di Douala, e dice che «In una società in cui alle ragazze viene insegnato a essere ritirate e discrete, le donne sono arrivate a cantare forte e chiaro dei loro appetiti sessuali». La docente, attiva nei campi di diritti delle donne, continua affermando che in questo modo l’uomo perde del potere sulla donna, ormai padrona della propria sessualità. Come si può evincere, non è semplice ‘sculettìo’ su un palco. Oltre a questi punti fondamentali, il Bikutsi permette lo storytelling di storie di vita reali, di violenze domestiche e subordinazioni forzate; di secoli di barbarie. Si capisce come il Bikutsi si mise subito in mostra, ricevendo anche valanghe di critiche.

Donne Bikutsi
Foto di ragazze in veste tradizionale per la danza Bikutsi// credits: kwekudee-tripdownmemorylane.blogspot.com

Panik à bord di Majoie Ayi

Chi incarna meglio la passione del Bikutsi, al giorno d’oggi, è Majoie Ayi. Il brano che propongo è proprio il singolo con cui si è resa famosa, tratto dal suo album Origines del 2006. Si intitola Panik à bord (trad. «panico a bordo») e fornisce classici elementi del genere, come l’introduzione col flauto di Pan e le ritmiche delle percussioni, senza mancare degli apporti moderni della chitarra elettrica. La voce solida della cantante si alterna ai cori di sottofondo, lasciando alla seconda parte del brano il proposito di far ballare la platea. Il testo è esplicitamente accusatorio contro gli uomini che trattano la donna senza dignità e come un oggetto. Include dei versi come: «dico no, dico stop ai profittatori che sono gli uomini», ed è interpretato con mosse di danza usuali del Bikutsi. L’intento provocatorio fa di Majoie un’attiva particella del tessuto nazionale (ma anche internazionale), che si pone come artista con un preciso dovere e con una costante motivazione di contribuire alla società di cui fa parte. A voi l’ascolto: Majoie Ayi – Panik à bord.

Il Balafon, le zucche multi-uso e i tempi moderni

Per avere meglio il quadro di questo stile musicale, è necessario anche un breve approfondimento sugli strumenti usati. Ho precedentemente citato il balafon, che è uno strumento caratteristico dell’Africa Occidentale sub-sahariana. Si tratta di uno xilofono pentatonico, composto da una struttura di base in fasce di legno o bambù in cui vengono posizionate orizzontalmente delle zucche chiamate “calebasse”, note anche come ‘zucche bottiglia’ per la loro particolare forma. È una vite coltivata che può essere raccolta da giovane e acerba per essere consumata come frutto, o anche fatta maturare per essere essiccata e usata come strumento. La zucca viene infatti scavata e usata come cassa di risonanza per il balafon. Un divertente aneddoto la vede anche come mezzo per aggirare la legge nigeriana: qui infatti viene anche usata come casco da motocicletta. Nonostante la duttilità della zucca, i tempi moderni hanno arricchito il Bikutsi anche di strumenti più avanzati. Oltre all’uso odierno della tecnologia elettronica, sono da aggiungersi le chitarre elettriche che, fornite di corde ricavate da un materiale più ‘soft’ come la canapa, riescono ad avvicinarsi al suono del tradizionale balafon. In sostanza, il Bikutsi vuole mantenere la sua identità tribale nelle melodie, pur avendo a disposizione utensili artistici più all’avanguardia.

Majoie Ayi
Majoie Ayi// credits: Kamer Lyrics

La potenza del Bikutsi

Tengo a sottolineare che l’elemento della sensualità femminile è uno dei molteplici aspetti che compongono la complessa musicalità Bikutsi, e che anche gli artisti maschili partecipano al successo del genere, tuttavia ho voluto qui valorizzare la vera potenza di questa musica che la trascina sia come arte del cantare e del suonare sia come arte del vivere. Erotico, sensuale e terreno: sono le prime parole che saltano alla mente dopo aver ascoltato un brano Bikutsi. Se le prime due sono di istintivo impatto, il terzo termine rispecchia la corporeità delle sue parole. La musica parla e vuole riportarci, in questo caso, alla concretezza del suolo, della terra e dell’essenza. L’essenzialità del riavvicinamento tra umano e naturale, ma soprattutto tra uomo e donna. Il Bikutsi è, così, grido di battaglia e danza seducente, un necessario mix che porta all’auge l’ecletticità femminile, per troppo tempo oscurata e boicottata.

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Uomini Bikutsi
Dei ballerini pronti ad incominciare la danza Bikutsi// credits: visa-help.com

Immagine in evidenza:
Rappresentazione grafica di una danza Bikutsi// credits:etsystatic.com

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