Melodie vicine: Qawwali

Band Qawwali

Melodie vicine: Qawwali

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Musica per l’animo: il Qawwali

“Quando non c’era la Terra, nessun universo,
Niente luna e sole e niente paradiso
Quando il segreto dell’essere non è stato rivelato,
Quando non c’era niente, c’eri solo tu.”

Questo testo, di un poeta sconosciuto, è solo uno dei tanti esempi della qualità poetica che adorna ed esalta il genere Qawwali. Siamo nel subcontinente indiano, tra gli odori di una cultura colorata e diversificata dove la musica è un elemento con ampio spettro di attività. Pensando all’India viene subito in mente il classico incantatore di serpenti con il suo flauto, oppure una danzatrice del ventre a piedi scalzi che balla su un tappeto. Fortunatamente esiste un mondo esagerato aldilà degli stereotipi. La musica è trasporto e innalzamento dell’animo umano, e in questo angolo di mondo lo sa bene chi professa la fede islamica. Il Qawwali è infatti la manifestazione fisica e spirituale della tradizione sufi nell’Asia meridionale: il potente mezzo che essi usano per arrivare ad unirsi con Allah.

Il ‘parlare’ di fede e d’amore

Il termine deriva dalla parola araba “qaul”, ovvero ‘parlare’, ‘dire’, a sottolineare l’importanza della parola e del messaggio di queste canzoni. La storia del Qawwali inizia nella Persia dell’ VII° secolo, e  da lì migra pian piano nel subcontinente indiano, in Turchia e in Uzbekistan. Si ritiene che fu Amir Khusrau, dell’ordine sufi Cishtiyya, a fondere la tradizione persiana a quella indiana. Ma chi sono i sufi Cishtiyya ? Il sufismo è la dimensione mistica dell’Islam, e sono detti sufi quanti praticano tale forma di esperienza. Di esperienza vera e propria si tratta proprio perché attraverso dei tramiti, come in questo caso la musica Qawwali, ergono l’animo umano a fianco dei poteri divini. La Cishtiyya è una confraternita di sufi che deve il suo nome alla cittadina di Cisht, in Afghanistan, ed è nota per essere una comunità dedita alla tolleranza e all’apertura mentale. I sufi Cishtiyya enfatizzano il ruolo dell’ amore, e lo si evince dalla rinomata accoglienza che offrono a tutti, indistintamente dalla religione che si professa.
In questo ambito e con queste prerogative, il Qawwali si fa arte partendo dalla fede e dall’amore indefinito.

Eugene Baugnies

Il dipinto del pittore Eugene Baugnies che raffigura degli antichi sufi// credits: madina365.com

Gli strumenti del Qawwali

La funzione principale è quella di far capire agli ascoltatori le parole o il messaggio delle canzoni. Il Qawwali era originariamente eseguito nei santuari, come parte di un rito più complesso. Qui, seduti per terra, i musicisti si esibiscono per un santo, i suoi rappresentanti e i suoi devoti. Generalmente il gruppo è formato da otto/nove musicisti divisi tra il cantante solista, gli accompagnatori, le percussioni e i suonatori di armonium. Tempi addietro era molto usato il sarangi, ovvero lo strumento ad arco (che assomiglia all’unione tra un contrabbasso ed un violino) tra i più diffusi in India, ma la difficile accordatura di questo lo ha portato ad essere sostituito con il più duttile armonium, che, per chi non lo conoscesse, è un organo a pompa di piccole dimensioni. Le percussioni sono affidate ai rintocchi di piccoli tamburi (il tabla e il dholak) formati di legno e di metallo, magari scortati da battiti di mani che prendono il possesso del ritmo musicale.

Lunghe vocalità di petto

Facilmente intuibile quanto importante sia il testo in questo genere di musica. All’orecchio di uno straniero che non parla l’urdu o il punjabi, lingue predominanti di questa musica, il ritmo e le melodie prendono il sopravvento relegando il testo in secondo piano. In caso contrario il testo, vero e proprio componimento poetico, è l’assoluto protagonista. Il tema centrale è l’amore e lo struggimento per la lontananza da Dio, e con spiritualismo, talvolta di carattere edonistico, si possono differenziare più categorie di Qawwali a seconda del contenuto. Si va dalle composizioni in onore di Allah (le hamd) a quelle per Maometto (le naat). Si può cantare per un Imam o un santo sufi un manqabat, oppure rimanere su un piano più terreno con un ghazal, dove si parla della gioia del bere e della tristezza per la separazione da un’amata (ricordando molto la Sevdalinka bosniaca di cui vi parlavo qui.

Il Qawwali è famoso anche per le sue liriche generalmente lunghe. Si possono avere delle eccezioni di canzoni di breve durata, ma in generale si parla di una media che va dai 10 ai 15 minuti per canzone, con il record che appartiene ad Aziz Mian e la sua Hashr Ke Roz Yeh Poochhunga che dura 115 minuti (esattamente, quasi due ore). Questa particolarità è dovuta all’impostazione della canzone: i Qawwali iniziano lentamente con un preludio strumentale, e poi crescono man mano con l’inserimento della voce solista, che passa a vocalizzare nel cuore del brano e sparare tutte le cartucce verso la fine. L’effetto è quello di un continuo crescendo di energia che quasi induce in stato ipnotico chi la produce e chi la ascolta. La difficoltà realizzativa è alta, ed è aumentata dal fatto che non vi è distinzione tra voce di petto e voce di gola. Qui si canta molto forte e molto rumorosamente, consentendo di estendere la voce di petto a frequenze molto più alte di quelle usate nelle normali canzoni che ascoltiamo in radio. Torno a ripetere, però, che l’effetto attrattivo è meravigliosamente assicurato.

Manjari Chaturvedi

La ballerina Manjari Chaturvedi durante un’esibizione// credits: Twitter

La polvere magica

La musica Qawwali è ormai al passo coi tempi. Ora anche le donne ne sono partecipi, escluse per tanto tempo da questa arte. Avere la possibilità di assistere ad uno spettacolo Qawwali significa lasciarsi colpire da un messaggio che, per quanto incomprensibile sia (causa diversa professione di fede o diverso codice linguistico), mischia in petto un sentimento particolare. Non è difficile vedere spettatori che si alzano in piedi e iniziano a ballare. Sembrano affetti da qualche psicosi, ma in realtà è solo una delle forze più potenti del mondo: la musica. Si capisce bene che non è necessario essere asiatici, o musulmani, o musicisti professioni per apprezzare il Qawwali. Dopo aver ascoltato anche solo pochi brani di queste melodie mi sento molto più vicino al serpente che esce dalla brocca dei migliori cliché sull’India. È un sentimento particolare quello che ti colpisce, ma il peggio è che dopo averti colpito si insinua e viaggia nelle vene, nei muscoli, trasportandoti come le danzatrici del ventre. Il Qawwali è una polvere magica con effetti quasi psicotropi. D’altronde stiamo parlando della droga più potente del mondo: la musica.

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Incontro Sufi

Foto di un incontro sufi in cui si sta per suonare Qawwali// credits: Saswat Swarup Mishra per Wikipedia

Immagine in evidenza:
Un gruppo di Qawwali prima di uno spettacolo// credits: lafayette.edu

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