Mi racconto

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Mi racconto

 226 

– di Giorgio Barbieri

 

Raccontare bellezza, non è facile.

La prospettiva a 70 anni è più ristretta.

È come percorrere un rettilineo a 300 all’ora.

Resta meno da vivere di quello che hai vissuto.

E fai i conti con te stesso.

E a volte i conti non tornano.

Il posto da dove vengo era grigio.

Di fumo, di polvere, di anime.

Non era bello.

Allora non si parlava di bellezza.

Si parlava di ideologie, di lotta di classe, si credeva di cambiare il mondo.

Allora c’erano FLM e consigli di fabbrica.

C’erano le fabbriche.

E c’erano gli operai.

E c’erano gli studenti.

E si riempivano le piazze.

Chiedo scusa, sono vetero.

Marxista.

Comunista.

Sindacalista.

Uomo.

Idealista.

Sognatore.

Revisionista.

Delle mie idee.

Devo delle scuse, quella lotta l’abbiamo persa.

Abbiamo restituito un mondo imbruttito.

Alcuni “arrivati” ancora pontificano, da Capalbio, magari.

Per loro il bello è essere arrivati.

Altri insistono con la lotta.

Altri la pensano diversamente.

Alcuni hanno fatto autocritica.

Altri no.

Alcuni si sono rinchiusi in se stessi.

Altri no.

Io ci ho ripensato, al passato.

Resto vetero.

Marxista.

Comunista.

Sindacalista, no.

Ma le masse non le amo più tanto.

Loro hanno fatto e preferito altro.

Io voglio bellezza.

Dentro.

E fuori.

Voglio che il mio vicino sia sazio.

Voglio che il mio vicino impari e capisca.

Voglio che il mio vicino si appropri della sua dignità.

E armato di questa si rialzi in piedi.

Voglio lavorare per questo.

Le fabbriche erano belle.

Dentro c’è stata un’umanità.

Ora sono mostri con occhi rotti.

I vetri rotti dai sassi dei ragazzi.

Le fabbriche diventano altro.

Centri commerciali.

Dove si consuma quello che hai prodotto.

Cittadelle di tutto tranne che di umanità.

Siamo già ere oltre.

Si parla di archeologia industriale.

Si salvano i magli, le lingottiere.

Si salvano le macchine.

Si restaurano i siluri della ghisa.

Si mette in mostra la locomotiva che trainava i siluri.

Ma non si ritrova più l’umanità che brulicava.

Non ci sono più i Beretta e i Brambilla.

Non ci sono più i Giuseppe e gli Elio.

Nelle fabbriche ora è silenzio.

Da quel silenzio deve uscire un grido.

Un grido per tutti quelli che soffrono.

Un grido per quelli che partono.

Un grido per quelli che arrivano.

Un grido per quelli che ce l’hanno fatta.

Un grido per quelli che sono annegati.

Un grido di umanità, di bellezza.

Un grido di dignità.

Un grido di orgoglio.

Un grido di vita. Vera.

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