Orizzonti vicini: Ogoni

Protesta Ogoni

Orizzonti vicini: Ogoni

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La vera prigione

“Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un’intera generazione
E’ il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L’inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E’ questo
E’ questo
E’ questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.”

Questa poesia, dal titolo “la vera prigione”, è un componimento di Ken Saro-Wiwa, importante protagonista della storia che sto per riportare.
La prigione che lo rendeva carcerato, come spiega il poeta, non è solo il mero cubo di calcestruzzo e metallo, ma anche la condizione sociale in cui lui e il suo gruppo erano ( e sono tutt’oggi) costretti a vivere.
Tenendo bene a mente la prigione e il suo potere simbolico, vado a presentare gli Ogoni, etnia nigeriana che abita la regione del Delta del Niger.

Ogoni

Si stimano circa 500.000 unità di Ogoni, divisi in 111 villaggi nello stato nigeriano del Rivers. La zona del Delta del Niger è una regione molto propensa all’agricoltura e alla produzione di olio di palma, che vale allo stato il soprannome di ‘Oil Rivers’. Fosse per gli Ogoni, si riunirebbero sotto la bandiera tricolore dell’Ogoniland, che però non ha mai visto la luce di un’indipendenza dalla Nigeria proprio a causa della sua ricca terra. Ancora una volta, dove c’è petrolio c’è guerra.
L’oro nero fu scoperto dalla Royal Dutch Shell nel 1958, data che ha segnato l’inizio dei giochi di potere sugli Ogoni. Prima di allora, il popolo nigeriano ha sempre saputo convivere con i coloni britannici (dal 1901) e le loro tradizioni, grazie ad una politica di integrazione di natura religiosa. La grande solidarietà degli Ogoni, la loro ricerca di amore e tolleranza, deriva da precise credenze religiose che invitano al vivere comune. Non a caso aderiscono ad un sistema familiare allargato che li vede non fare distinzioni parentali tra linee materne e paterne. Questo spirito di comunità è tipico delle tradizionali religioni indigene; più precisamente gli Ogoni hanno fede in Bari, Essere Supremo e creatore dell’universo e delle sue leggi, che permette ai suoi fedeli di convivere in pace con le altre religioni: su tutte il cristianesimo e l’islam.
La discriminazione non è contemplata nei caratteri di questa religione tradizionale, che fa crescere i giovani nella convinzione che l’umanità sia unica unità di più popoli, ognuno custode di una specifica natura che lo circonda. La terra e gli animali, quindi, sono per gli Ogoni espressioni dell’Essere Supremo, e per questo meritano amore e rispetto.

Petrolio Ogoni

Un ragazzo degli Ogoni mostra la sua terra intrisa di petrolio// credist: Marten van Dijl- Milieudefensie

Tra natura e Karikpo

Agricoltori, allevatori e pescatori, come molti altri popoli affini hanno una struttura interna soggetta ad accordi tra comunità, inclusa la nomina di capi e organismi di sviluppo. L’imprescindibile legame tra gli Ogoni e la natura li porta a segnare in rosso sul calendario la stagione della raccolta dei frutti, che è un grande momento di festa per tutta la popolazione. Ogni villaggio ha la propria festa tipica, di antica o di nuova origine, per rendere omaggio alla terra ancestrale e a tutti gli spiriti che la abitano. Inoltre, queste manifestazioni riescono a mantenere coeso l’amalgama sociale del popolo nella riconoscenza a Madre Natura. Grandi protagonisti delle celebrazioni sono le maschere.

Tra le tante, la più famosa mascherata è quella denominata Karikpo, che consiste nel far indossare agli uomini maschere raffiguranti animali. La maschera del Karikpo viene usata durante particolari giochi acrobatici, ricevimenti importanti, sepolture o anche ricorrenze come Natale e Capodanno.
Chi vuole entrare nel gruppo de “mascherati”, non esistono particolari usanze se non quella di portare cibo o bevande in dono ai già membri, che dopo aver banchettato accettano la new entry come uno di loro.

Karikpo

“Brotherhood 2”: una foto dalla mostra “Karikpo Pipeline” del 2015 dell’artista Zina Saro-Wiwa

Il poeta della pace

Nel tropicale clima del Delta del Niger, tra una maschera Karikpo e l’altra, si è insinuata la serpe del petrolio che nell’ultimo sessantennio ha generato solo male. Ritorniamo al poeta:
Kenule Beeson Saro-Wiwa, detto Ken, è stato uno scrittore, poeta e attivista Ogone, uno degli intellettuali più significativi dell’Africa postcoloniale. Il suo peso storico è dato dal suo impegno nella vita pubblica che affiancava al lavoro di eclettico scrittore. Dopo una carriera in ruoli istituzionali del Rivers, dagli anni ’80 inizia a farsi portavoce delle rivendicazioni del suo popolo che da quel fatidico ’58 si vede oppresso dalle multinazionali petrolifere. È capo delle proteste contro le continue perdite di petrolio che danneggiano le colture e l’ecosistema. Nel 1990 si fa promotore del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni, detto MOSOP. A seguito di manifestazioni che videro la partecipazione di circa 300.000 persone, viene arrestato con l’accusa di aver incitato all’omicidio di presunti oppositori del MOSOP. Ken Saro-Wiwa, al termine di un processo che ha suscitato vive proteste dall’opinione internazionale, viene frettolosamente impiccato insieme ad altri 8 componenti del Movimento; è il 10 Novembre del 1995.

MOSOP

Il MOSOP nacque col proposito di combattere con mezzi nonviolenti la distruzione dell’ecosistema della regione dell’Ogoniland. A ciò, si affiancarono altre fondamentali rivendicazioni per l’autodeterminazione del popolo Ogoni: la rappresentanza nel controllo economico delle risorse della zona, il diritto a promuovere la cultura Ogoni, a utilizzare le lingue tradizionali e la propria religione. Fu messo tutto nero su bianco il 26 Agosto del 1990 con la compilazione dell’Ogoni Bill of Rights.
La risposta del governo, spalleggiato dalle compagnie petrolifere, fu tramite arresti arbitrari. Il Movimento acquisì vetrina internazionale grazie all’organizzazione di manifestazioni nonviolente e di proteste; questo, però, non bastò a far indietreggiare le mani delle multinazionali. Anzi, portò alla perdita di molte vite, tra le quali quella di Ken.

<< Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua>>:

Queste, le sue ultime parole prima di morire.

Ogoni contro Shell

Ogoni con indosso maschere raffiguranti il simbolo della Shell in una protesta// credits: RSI

Il conflitto del Delta

Dall’insediamento della Shell e la Chevron, società d’estrazione petrolifera, durante gli anni sessanta, la zona del Delta del Niger è una continua polveriera. L’azione delle multinazionali è sempre stata supportata da una legge costituzionale che ha reso il governo nigeriano l’unico proprietario e detentore dei diritti di tutto il territorio; il compenso sarebbe stato valutato in base al valore dei raccolti prodotti e distribuito alle compagnie petrolifere. Come si può notare, nell’equazione non rientra chi abita quelle terre, le coltiva e le apprezza.
Nei primi anni ’90 si aprì una lunga serie di scontri e conflitti etno-politici che si protrae tuttora. A porsi contro il governo sono i gruppi etnici degli Ogoni e degli Ijaw, supportati da gruppi paramilitari. Le innumerevoli violenze hanno causato la militarizzazione della zona, che è servita solo ad inasprire maggiormente gli animi. L’incredibile importanza del commercio del petrolio, la cui produzione di greggio nel 2000 era pari al 40% del PIL nigeriano, è confluita in una situazione civile già deteriorata. Il Delta del Niger è una zona ad altissima densità abitativa (265 individui per chilometro quadrato) che ha visto quindi un incremento urbanistico sopra la norma, ma a causa dell’inquinamento delle colture di sussistenza ad alzarsi anche la cifra della povertà e della disoccupazione. Il risultato è un crescente livello di criminalità che rende il conflitto del Delta ancora più carico di soldati.
L’escalation di violenza tocca punti tragici come nel Giugno del 1994, dove 30 villaggi Ogoni vennero distrutti, 600 persone arrestate e 40 uccise.
In seguito, tra i civili, furono contati 100.000 rifugiati e 2.000 morti.

Le mani sporche

La maggior parte del gas naturale prodotto nelle basi per l’estrazione petrolifera viene bruciato immediatamente o introdotto nell’atmosfera per una quantità stimata in circa 2,5 milioni di piedi cubici al giorno. Questa quantità equivale al 40% del consumo totale africano di gas naturale e costituisce la più grande emissione di gas serra del pianeta.
ENI, Shell, Total, Chevron, Exxon Mobil, sono i nomi di chi opera nell’area dell’Ogoniland. Non poche volte questi nomi sono stati vicini agli interventi delle forze armate governative. La Shell, principale nemesi delle popolazioni indigene, nel 1990 chiese e ottenne l’intervento armato per sedare le proteste pacifiche nello stabilimento a Umuechem. La polizia non esitò a saccheggiare i villaggi e ad uccidere 80 manifestanti, i cui corpi furono gettati nel fiume. Tre anni dopo chiamò il Governo nigeriano affinché schierasse l’esercito per proteggere l’attività di un oleodotto nuovo che doveva essere posizionato nel territorio dell’Ogoniland. L’intervento provocò l’attacco al villaggio Biara e l’uccisione di 11 persone. Uccisione di pacifici manifestanti, devastazioni di villaggi e case, violenze su donne e minori, esplosioni nelle abitazioni, arresti ingiustificati, torture nelle prigioni si moltiplicarono e divennero azioni ufficiali del governo nigeriano contro le rivendicazioni del Mosop.

Clean it up!

Negli ultimi anni, le associazioni internazionali hanno preso maggiormente in considerazione la situazione del delta del Niger. Tre mesi di visite sul campo, nell’estate del 2015, hanno permesso ad Amnesty International e alla Ong nigeriana CEHRD (“Centro per lo sviluppo, l’ambiente e i diritti umani”) di documentare le inadempienze sul territorio. Al grido di “Clean it up”, il rapporto sostiene la carenza di manutenzione dei condotti e l’assenza di forme di contenimento per le perdite di petrolio. A spartirsi le responsabilità, secondo il report, sono Shell e il governo.
L’UNEP (Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) ha stimato che potrebbero essere necessari fino a 30 anni per riabilitare l’Ogoniland al massimo delle sue potenzialità, e che solo i primi cinque anni di riabilitazione richiederebbero un finanziamento di circa 1 miliardo di dollari. Nonostante la prospettiva difficoltosa, nel 2012, il ministro nigeriano delle risorse petrolifere, Deizani Alison-Madueke, ha annunciato l’istituzione del progetto di ripristino dell’inquinamento da idrocarburi, che intende seguire i suggerimenti del rapporto UNEP dell’Ogoniland per prevenire un ulteriore degrado.

I colori dell’Ogoniland sono ancora coperti dal nero del petrolio, che macchia le mani di molti ma non serve ad oscurare le migliaia di sfumature degli Ogoni e la loro forza.
Lascio la chiusura al vate spirituale di questo popolo, a cui è dedicato questo articolo: Ken Saro-Wiwa, che ha speso la vita ad una lotta impossibile e visceralmente fondamentale.

«Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale»

Ogoniland

Vista del Delta del Niger, nell’Ogoniland// credits: unenvironment.org

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Foto in evidenza:
Protesta degli Ogoni nel 1995// credits: SIPA

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