Panacea e la poesia di un tempo sospeso: l’intervista agli autori

Panacea. Al di là dell'abisso

Panacea e la poesia di un tempo sospeso: l’intervista agli autori

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“Per me l’arte, in questo periodo più che mai, è una vera e propria Panacea”. Così Mariateresa Quercia, illustratrice, esprime il senso di un’opera che, nata all’interno di un oggi immobile, sembra racchiudere allo stesso tempo uno sguardo sognante verso un domani nuovo.

Panacea. Al di là dell’abisso” è la raccolta di poesie di Davide Uria e illustrazioni di Mariateresa Quercia in cui si raccontano gli stati d’animo, i sogni interrotti, le paure, le fragilità e le relazioni morbose di un periodo che non ha uguali nelle vite di chi ne è coinvolto. Un’opera fatta di parole e immagini che sondano le fessure lasciate aperte dalla quarantena e le possibilità che la nostra percezione vi fa cadere.

Progetto auto-prodotto, disponibile su Amazon in formato e-book e cartaceo, lascia tra le mani il sapore agrodolce di una malinconia scivolata nella spazio libero della fantasia.

Ho avuto il piacere di incontrare gli autori e scambiare quattro chiacchiere insieme. Ne è venuto fuori un collage di impressioni e spunti su cosa resterà di tutto quello che stiamo vivendo, sul perché l’arte può essere solo “resistente“(soprattutto oggi) e qual’è il mix perfetto per godersi la lettura di “Panacea. Al di là dell’abisso”.

Davide, Panacea è un ricamo di poesie ed illustrazioni nate da questo tempo sospeso. Nel nome sembra esserci un suggerimento alla lettura: nelle parole, scritte e illustrate, e nelle emozioni che scoprono c’è la cura ai mali di questo tempo. È davvero così? Perché il titolo Panacea?

“Panacea. Al di là dell’abisso” è certamente una reazione a questo momento. Il titolo si riferisce a una medicina ideale, una cura per l’anima, visto che attualmente non può esserci altra cura. E’ un libro che nasce dalla necessità di provare a decifrare le paure, le angosce e le emozioni provate in questi ultimi due mesi. Due mesi in cui tutti noi siamo stati in compagnia di noi stessi e pochi altri familiari, abbiamo organizzato le giornate in pochi metri quadri, ci siamo annoiati, abbiamo pianto e avuto paura, ma abbiamo ancora voglia di guardare avanti, di tornare a vivere davvero. Ecco, più che altro i miei versi si limitano a questo, a descrivere le sensazioni provate e la nuova quotidianità: la gente in attesa in fila per fare la spesa, la gente che parla dai balconi oppure i nostri vestiti che “attendono” appesi negli armadi. “Panacea. Al di là dell’abisso” non è una cura “universale” è più che altro una cura personale, necessaria per poter inquadrare meglio questo momento, per provare a comprenderlo.

Le poesie sono impregnate di una soffice malinconia. Quanto parlano di noi in quanto persone, della nostra umanità d’ogni giorno e quanto del momento che stiamo vivendo?

La malinconia è un mio tratto distintivo, in quasi tutte le cose che scrivo c’è sempre una vena malinconica. Credo che uno scrittore, un pittore o un artista in genere, pur rinnovandosi con storie, stili o soggetti nuovi, sia fondamentalmente legato a una poetica precisa, che riemerge puntualmente e che si porta dietro sino alla morte.

Le poesie che ho scritto per questo progetto seguono un fil rouge, una tematica precisa, ma conservano sempre questa nota nostalgica.

Quelle di “Panacea. Al di là dell’abisso” sono delle composizioni spontanee, genuine e poco artefatte, che restituiscono l’idea della situazione descritta, con estrema semplicità. Non posso dirvi quanto queste poesie parlino dell’umanità in senso assoluto, o meglio, dovrebbero dirlo i lettori, sono però convinto che siano attuali e che provino a raccontare questo momento: “giorni da contare / giorni in cui contare morti”.

La quarantena può essere un obbligo, una profonda sofferenza, un’opportunità, un momento di passaggio. Cosa leggi nella lentezza e anormalità di questi giorni?

Sicuramente questi giorni così lenti, hanno messo molte persone in stand-by, in pausa, questo tempo è un po’ uno spartiacque tra ciò che è stato e ciò che sarà. Ma io non sono spaventato dal presente immediato, certo, cautelo la mia salute restando a casa, ma difficilmente la gente si preoccupa del presente, del qui e ora, lo vive e basta. Siamo sempre più propensi a proiettarci nel futuro, ad impensierirci per quello che verrà. Se adesso stare al riparo in casa è la Panacea per arginare la diffusione di questo virus, la ripartenza, che in ogni caso sarà molto lenta, è un qualcosa che mi mette ansia, come tutte quelle cose che non conosciamo e che hanno i contorni indefiniti, e per questo spaventano. In un paese che già non dava abbastanza spazio ai giovani, all’arte e ai sogni, mi chiedo, dopo tutto questo, cosa potrà darci? E’ destabilizzante!

Mariateresa, le tue illustrazioni sembrano seguire le parole di Davide e allontanarsene allo stesso tempo. Quanto effettivamente la tua ispirazione ha seguito la poesia e quanto le tue sensazioni personali verso questo periodo?

Alcune illustrazioni sono state totalmente ispirate dalle poesie di Davide, altre sono nate dalle mie sensazioni, dai miei stati d’animo e da ciò che ho visto, letto e ascoltato in questo periodo. Ad ogni modo, tutte le illustrazioni – così come le poesie – rispecchiano esattamente i miei pensieri e le mie emozioni. 

In copertina, all’abbraccio di una coppia fanno da sfondo le linee di una casa appena accennate nel cielo. Le illustrazioni di Panacea vogliono essere una via di fuga da una realtà che non ne lascia vedere? O più uno spaccato dell’oggi così com’è? Più sogno o quotidianità?

Entrambe le cose, direi. In fondo, di cosa è fatta la realtà che stiamo vivendo se non di paura mista a sogno e speranza? La nostra quotidianità è surreale ormai, il nostro mondo è racchiuso tra le pareti delle nostre case, tutto ciò che possiamo vedere e toccare è qui, che ci piaccia o no. Cerchiamo vie di fuga che non esistono e, per questo, ci rifugiamo nel nostro piccolo mondo, facendovi entrare tutto, anche quello che non c’è. Così, ispirata dalla canzone di Gino Paoli “Il cielo in una stanza“, ho immaginato che, in una stanza azzurra come il cielo, le nuvole dipinte sulle pareti si staccassero cancellandone le linee prospettiche. Insomma, ho immaginato come sarebbe far entrare il cielo in una stanza. 

Un giorno (speriamo presto) tutto questo sarà finito. Cosa resterà? Cosa non dobbiamo assolutamente dimenticare di questi giorni, cosa vale la pena conservare e cosa è meglio dimenticare?

Davide: Non lo so se ne usciremo cambiati, l’uomo tende a dimenticare, difficilmente impara dagli eventi. Sono davvero poche le persone che stanno davvero cercando qualcosa in questo periodo, quel che è certo, è che ora tutti noi abbiamo una nuova consapevolezza della vita, una nuova visione sulla nostra condizione precaria, non che prima non lo fossimo, ma certi eventi, così devastanti, sono per certi versi “illuminanti”, ci mostrano che non siamo così invincibili. Ciò che personalmente ho imparato è quanto sia preziosa e importante la libertà, quando ci è in qualche modo negata, ci sentiamo degli sciocchi, soprattutto quando ripensiamo alle rinunce e a tutto ciò che avremmo voluto fare e che non abbiamo fatto, per inutili limiti autoimposti.

Mariateresa: Io credo che questo periodo di reclusione abbia quantomeno favorito la riflessione, ci abbia fatto pensare al vero valore di libertà, quella libertà che prima non percepivamo nella nostra quotidianità, nelle piccole cose di ogni giorno, ma che ora ci manca terribilmente. Ecco cosa non dobbiamo assolutamente dimenticare di questi giorni, la consapevolezza che niente è “poco”, che non dobbiamo dare niente per scontato, che le piccole cose sono le più importanti e, per questo, niente affatto “piccole”. Credo che dobbiamo conservare tutto di questi giorni e non dimenticare niente, neanche il dolore, la paura e l’angoscia, perché saranno proprio queste sensazioni che proviamo adesso a dare importanza a quel che verrà in futuro.

Su Aware, la sezione dedicata alla creatività si chiama “Arte resistente”. Cosa c’è di resistente nell’arte di oggi e nella vostra in particolare?

D: Scrivere o esprimersi attraverso l’arte, significa analizzarsi profondamente, significa provare a capire, porsi delle domande, più che trovare delle risposte. Non puoi esimerti dal raccontare il presente, ciò che accade, anche se il presente non è così roseo. L’arte diventa la Panacea, il rimedio a questo tempo, quindi, questo progetto è certamente un lavoro resistente, se resistenza sta per arte reattiva, una sorta di replica o risposta a quello che stiamo vivendo. “Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non per uscire letteralmente dall’inferno”. L’ha scritto Antonin Artaud, uno dei miei poeti preferiti, e questa frase riassume perfettamente il mio pensiero e il senso di questo libro nato, appunto, durante questi giorni così strani e difficili.

M: L’arte di oggi porta sempre con sé dei messaggi, è sempre lo specchio di ciò che si vive, che si subisce o che si sogna. L’arte resiste a tutto, è il nostro modo di restare vivi, di dire la nostra su quel che accade, di gridare “io ci sono!”; di gridarlo al mondo, ma anche a noi stessi, per incoraggiarci a trovare la nostra dimensione, il nostro spazio. Per me l’arte, in questo periodo più che mai, è una vera e propria Panacea.

Consiglio alla lettura: c’è qualcosa che vorreste consigliare o dire a chi vi legge?

D: “Panacea. Al di là dell’abisso” è un libro, seppur intenso, molto breve e può essere letto in poco tempo. Ci siamo confrontati a lungo sulla brevità del progetto, e alla fine abbiamo optato per la leggerezza, abbiamo scelto, in antitesi col momento, qualcosa che fosse allo stesso tempo, profondo e leggero. Abbiamo creato anche una playlist su Spotify (qui: https://spoti.fi/2Kywi2S), con canzoni che rimandano alle atmosfere delle poesie e delle illustrazioni. Dieci tracce, cinque scelte da me e cinque da Mariateresa, una vera e propria cornice musicale, che potrà accompagnare i lettori durante la lettura del libro. Quindi, consiglierei di leggere “Panacea. Al di là dell’abisso” al tramonto, Spotify alla mano e una tisana rilassante.

M: Ciò che amo della lettura è che non ha regole, se non quelle segrete di ciascun lettore, che più che regole sono abitudini o preferenze. In questo momento storico caratterizzato da regole, leggi e divieti, vorrei che la lettura di questo breve libro fosse totalmente libera e che regalasse leggerezza. Lo si può leggere tutto d’un fiato – non ci vuole molto! – o una poesia al giorno; al mattino per ricordarsi che non si è soli in questo mare, che le paure e le angosce sono universali, o la sera, prima di dormire, per scacciare i brutti pensieri e lasciare spazio ai sogni, alle nuvole, all’azzurro.

Grazie. Ora vado a riscaldare l’acqua per la tisana e, mentre faccio partire la playlist di Spotify, scelgo una poesia tratta da Panacea per salutarci…

Ecco, questa:

Vorrei volare
ma non posso,
non ho ali
e quattro mura
restano sempre
quattro mura.

Ti saluto
dalla mia finestra,
ed è tutto quello
che posso fare.

E’ come finire
in trappola
in una ragnatela
dove le mie parole
diventano fili
che misurano
la distanza
tra me, te,
e il mondo.

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