Scomparire

A volte quando ero piccola provavo a scomparire. Se qualcuno mi rivolgeva la parola, pensavo si fosse sbagliato.
Share on facebook
Share on linkedin
Share on whatsapp

Io ho una passione per la carta da parati. Non so perché, in realtà, e non so se è una passione vera o se è soltanto l’idea della carta da parati a piacermi. In questo periodo sto leggendo i vari volumi della saga dei Cazalet e i vari personaggi, ogni volta che si trasferiscono in una casa, rivestono le camere di nuova carta da parati. A me piacciono molto le descrizioni di pulizia e di risistemazione delle case, e, soprattutto, mi piace se la descrizione è coronata dalla carta da parati. La immagino beige, verde o giallina, con strisce fine fine e piccoli fiorellini. Tristissima. Forse è per questo che mi piace.

O forse perché la carta da parati mi fa pensare all’idea di diventare invisibile, e confondermi con i suoi fiorellini e i suoi toni verdini (in questo, devo dire, mi alleno già abbastanza spesso con i vestiti che metto).

Quando da piccola andavo a tennis, e riflettevo sul mio non essere brava e sull’invisibilità del figlio del maestro di tennis e del suo amico, come dico qui, il mio insegnante era convinto che io volessi scomparire. Ne era convinto perché era vero, ma lui me lo ripeteva a ripetizione durante le lezioni. “E se dei tuoi compagni di classe ti invitano a una festa come fai, a non farti vedere?” mi chiedeva tra un rovescio e l’altro. Poi si rispondeva da solo: “Ah, è vero, tu non ci vai.” A me questa sua affermazione, invece di farmi arrabbiare, mi rassicurava tantissimo. Perché era così, io non ci andavo alle feste, mi inventavo infiniti appuntamenti dal dentista e influenze improvvise, perché mi dispiaceva dire di no senza un motivo. Oppure speravo di non essere invitata, così da non sentirmi in colpa a rifiutare. Il fatto che lui lo dicesse così apertamente rendeva questo mio comportamento molto normale e tranquillo. Ero quasi contenta, di essere così, e sui diari che scrivevo assiduamente in quel periodo raccontavo le nostre conversazioni e di come lui mi prendesse in giro in maniera buffa e gentile.

Quando ha scoperto che facevo teatro è stato sorpreso, ma a quel punto ha chiamato in suo soccorso il grande classico degli attori che sono tutti timidi. Lui ne aveva avuto uno come allievo qualche anno prima, era timidissimo e poi era diventato famoso. Continuava a dirmi che io ero di sicuro brava, vista la mia timidezza. Questo mi rassicurava, ma non troppo, perché già a quell’epoca non credevo tanto a questo mito. Non so, magari sarà anche vero, per carità, solo che gli attori (tanti) che ho conosciuto non mi sono mai sembrati così timidi, o, almeno, mi sono sembrati sempre meno timidi di me. O forse il punto è che io non volevo così tanto recitare e quindi non ero poi così spronata a vincere la mia timidezza.

Però era vero che provavo a scomparire, e il maestro di tennis se ne era accorto. Di come io fossi riuscita a farlo vedere in uno sport in cui ci si deve slanciare per riuscire a prendere una pallina, è un mistero. Ma quegli anni in cui facevo lezione, i miei quindici, sedici anni, erano quelli in cui mi ci impegnavo con più forza.

Ero talmente impegnata a scomparire che se qualcuno mi vedeva io pensavo che si fosse sbagliato.

Mi voltavo indietro per controllare che non si stesse rivolgendo a qualcun altro. Quando era ormai chiaro che quel qualcuno si stava rivolgendo proprio a me, io provavo a parlare e a ignorare le mie guance che diventavano inesorabilmente rosse. Ma ero distratta dal chiedermi perché quella persona stesse parlando con me. Perché aveva scelto proprio di chiacchierare con me? Qual era il vero motivo? Doveva esserci un motivo, che a me, però, sfuggiva.

Per fortuna, dopo un po’ la tortura finiva e potevo continuare a stare in silenzio, parlando soltanto nella mia mente. Da piccola, infatti, passavo molto tempo in silenzio. Anche il maestro di tennis me lo faceva notare. “Ma tu non parli mai!” mi diceva dall’altra parte del campo. E io alzavo le spalle e non lo contraddicevo.

Era vero, io non parlavo, anche se adesso sembra incredibile. Adesso io parlo sempre. Parlo anche quando non dovrei, parlo anche quando sono stanca, parlo anche quando non ho niente da dire, come dico qui.

Secondo A., le mie principali attività in casa sono: parlare con lui (che si stufa o mi fa notare che sta studiando, anche se pare perso a guardare nel vuoto), parlare al telefono o, quando proprio non c’è alternativa, parlare da sola. È una lista molto incompleta, perché io passo molto tempo a scrivere e a leggere, ma è anche vero che spesso commento quello che faccio.

E poi, quando parlo, lo faccio troppo velocemente. Secondo me è collegato alla mia idea di scomparire. È come se, nel tempo, quell’angoscia del parlare, dell’avere tutta l’attenzione di qualcuno puntata su di me, si sia tramutata nel tentativo di esaurire quello che ho da dire nel minor tempo possibile. Esaurire tutto quello che ho da dire perché non sono sicura che, passato quel momento, riceverò di nuovo attenzione. Non so quanto durerà questo momento, prima che l’altra persona si accorga che la sto un po’ fregando, che io in realtà vorrei scomparire. E allora, intanto, parlo velocissima. Perché sì, è vero che vorrei scomparire, ma ci sono anche delle cose che vorrei dire.

Forse vorrei essere una sorta di carta da parati parlante, che può lanciare delle frasi nella stanza, di tanto in tanto, e poi tornare a confondersi con i fiorellini.

Ogni quindici giorni, pandipanico è ospitata sulle pagine di AWARE, ogni volta con un panico nuovo, nella nostra sezione dedicata al tema salute mentale. Qui il blog: https://pandipanico.blogspot.com/.

Clicca sulla pagina “autrice” in alto per leggere i precedenti articoli!

Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.