Con i piedi saldamente incollati nel sogno: l’intervista alla regista de “La Napoli di mio padre”

“La Napoli di mio padre” di Alessia Bottone è un elogio mozzafiato del ritorno, delle radici e della ciclicità delle vite.
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– a cura di Andrea Trono*, introduzione di Guglielmo Rapino

Arrivano i titoli di coda e nella stanza continua a percepirsi il battito di un tempo sospeso, trascorso ed eppure presente, misticamente incollato ad una vita che sarebbe potuto essere la tua ed eppure ne è sideralmente distante.

Il cortometraggio “La Napoli di mio padre” di Alessia Bottone è un elogio mozzafiato del ritorno, delle radici e della ciclicità delle vite, vissute e da vivere. Nella storia di un papà visceralmente innamorato della propria Vicaria, quartiere popolare nel cuore della città partenopea, ed eppure costantemente proiettato verso un orizzonte in continuo mutare, si legge il racconto universale di una povertà inconsapevole che fa da anticamera alla genuinità dei sentimenti e l’essenza effimera del sentirsi saldamente ancorato ad una nuvola d’umanità senza terra.

Nei venti minuti di sequenze d’archivio e musiche sognanti ci si commuove, ci si arrabbia, ci si immerge, ci si bagna e ci si asciuga al sole tiepido di un sogno che resta aperto a metà. La fine è solo un trampolino da cui lanciarsi per fare propri gli sguardi fuori dal tempo di Giuseppe e cercare da sé il coraggio per tornare ai luoghi della felicità, quella pura e onirica di bambino.

Abbiamo incontrato la regista e sceneggiatrice di questo prezioso ricamo d’arte, Alessia Bottone, per conoscere di più su cosa si nasconda dietro alla sua genesi e come affrontare i passi che il finale aperto sembra ci inviti a seguire.

 Locandina-Napoli
Locandina del cortometraggio “La Napoli di mio padre” di Alessia Bottone.

Ciao Alessia, come stai? Ci racconti un po’ di te?

Abbastanza bene grazie. Io sono una giornalista, specializzata in ufficio stampa e realizzo documentari e cortometraggi dedicati ai temi sociali. Sono laureata in Istituzioni e Politiche della Pace e dei Diritti Umani e ho un Master in Sceneggiatura, ho pubblicato due libri di cui uno con Feltrinelli intitolato “Papà mi presti i soldi che devo lavorare?” dedicato al precariato in Italia. A breve dovrei iniziare un’accademia di regia a Roma anche se, in realtà, i corsi sono bloccati a causa Covid.  Da 4 anni a questa parte realizzo documentari e inchieste video dedicati ai temi sociali: mi sono occupata di violenza psicologica sulle donne, disabilità, barriere architettoniche, immigrazione e questo cortometraggio, l’ultimo, ovvero la Napoli di mio padre è il primo che realizzo con materiale di archivio.

Perché hai deciso di realizzare “La Napoli di mio padre”?

“La Napoli di mio padre” è un documentario che nasce dall’esigenza di raccontare il rapporto padre-figlia, la storia di mio papà e la mia storia ma vuole essere anche un modo per ringraziarlo, per avermi insegnato ad amare la libertà ed inseguirla. La Napoli di mio padre parte quindi dal desiderio di conoscere le proprie origini e quindi saperne di più in merito alla vita di mio papà perché credo che conoscere i propri genitori sia un modo per conoscere meglio se stessi.

Ho avuto questa possibilità durante un viaggio a bordo di un treno notturno diretto a Napoli in compagnia di mio padre e mio fratello. Durante quel viaggio mio papà ci ha parlato della sua Napoli, quella della sua gioventù, della sua vita, dei viaggi con i suoi amici e delle sue scorribande con l’amico Napoleone.  Mi sono rimasti impressi i suoi viaggi a bordo dei treni, in tutta Europa, con pochi soldi nelle tasche e tanta voglia di scoprire e conoscere che è esattamente ciò che faccio io ancora oggi. Mi prendono sempre in giro perché, preferisco viaggiare venti ore a bordo di un pullman piuttosto che in aereo, una sorta di remake del libro “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani. Non ho paura di volare, ma che gusto c’è ad arrivare in poco tempo? Si perde il senso del viaggio: ovvero l’attesa.

Mi è venuto naturale seguire le orme di mio papà, sono stata all’estero per cinque anni, ho vissuto in sette Paesi Ue ed Extra Ue, parlo quattro lingue, il tutto solo grazie a poche borse di studio e i tirocini. E credo che La Napoli di mio padre voglia essere proprio questo: un’esaltazione della libertà, non solo in termini di movimento ma libertà dal pregiudizio perché quando si è liberi dal pregiudizio, risulta più semplice confrontarsi con gli altri, in maniera genuina, proattiva, semplicemente più sana sotto tutti i punti di vista. Il pronome Io diventa Noi quando non giudichiamo e quando abbiamo veramente voglia di imparare senza imporre la nostra visione, rimettendosi in gioco e condividendo punti di vista ed esperienze. Non è fantascienza, può realmente succedere anche se non è questo il messaggio che va per la maggiore.

A proposito di messaggi, pensi sia necessario che una opera artistica contenga un messaggio di tipo culturale o sociale?

Non credo che un’opera artistica debba per forza contenere un messaggio di tipo culturale o sociale Anzi, credo che siano molto interessanti anche le opere che non contengono questi messaggi però, per quanto mi riguarda se posso scegliere, quando tratto lavori per l’appunto indipendenti cerco sempre di lasciare con un messaggio di questo tipo. Sono tanti gli artisti che inseriscono un tema sociale all’interno delle proprie narrazioni non solo perché si tratta di una moda, credo sia un’esigenza dell’artista stesso, di fotografare il momento e consegnarlo nelle mani del pubblico.

Vedi un certo tipo di “arte sociale” in quello che fai?

Mi sono sempre occupata di temi sociali anche se, in realtà, ho lavorato a lungo in aziende occupandomi di comunicazione però, diciamo che prediligo i temi sociali. Io generalmente non fornisco mai delle risposte nei miei lavori perché non credo che esistano risposte univoche ma, al contempo, penso sia necessario fornire degli spunti di riflessione affinché ognuno di noi possa trarre le sue conclusioni e magari fermarsi ad analizzare le cose da un altro punto di vista; che poi, trattare temi sociali vuol dire parlare di quotidianità, di ciò che va ad impastare il nostro vivere. Talvolta si pensa che i temi sociali siano qualcosa di distante ma non è così: parlano di noi a 360°.

L’arte sociale, ma in generale l’arte, può essere compatibile con il business dell’industria della cultura?

Sì. Credo che, in generale, si pensi sempre all’arte come un qualcosa di “meno utile” quando in realtà, come abbiamo potuto notare durante il lockdown, la musica i film, il teatro la lettura ci hanno tenuto veramente compagnia, diventando indispensabili. Questo è un esempio banale però reputo che il nostro Paese non abbia colto l’importanza dell’arte, limitando molto gli investimenti nella cultura ed è un peccato anche perché, se considero i tanti giovani che cercano di fare veramente arte vuol dire che c’è un bisogno, che c’è un sentire comune, un’esigenza di arte. Secondo me questo è il problema del nostro secolo, o meglio uno dei tanti, che ha delle conseguenze sulla vita di tutti perché si riflette sullo stato di benessere delle persone, dei giovani frustrati dalla mancanza di opportunità serie nel settore, sviliti più che valorizzati nonostante la loro preparazione. Potrebbero dare molto, se solo li si lasciasse fare e se l’industria della cultura volesse realmente dare loro un’opportunità.

Pensi che come comunità impareremo qualcosa da questi tempi di Coronavirus?

Io non credo che il coronavirus ci abbia realmente insegnato qualcosa, forse lo abbiamo sperato ma dubito che ciò accadrà. Avverto una maggiore frustrazione generale, rabbia, un qualcosa che si può notare anche leggendo i commenti sui social agli articoli ad esempio, o ai post delle testate nazionali.  Credo che dovuto al fatto che in molti si sentano numeri non si sentano parte della società, o meglio si sentono invisibili, inascoltati, dei numeri in poche parole e penso che in molti si siano sentiti ancora più invisibili e, se non cominceremo a invertire la rotta, e restituire importanza all’essere umano, al di là del Covid, il tutto sfocierà in un problema ancora più grande. Un esempio? Il numero dei femminicidi, l’esplosione delle baby gang, l’aumento vertiginoso dei casi di depressione giovanile. Inaudito. Non c’entra solo il Covid, manca un ideale, un obiettivo per il quale lottare e questo te lo da la collettività, una parola che è stata sostituita dalla diffusissima citazione “Mors tua, vita mea”. 

Come è stato il tuo lockdown?

Decisamente particolare nel senso che, lavorativamente parlando, ho avuto l’occasione di lavorare da casa e sono riuscita a concentrarmi molto di più sui miei obiettivi. Sono addirittura riuscita a praticare lo sport, cosa che non avevo mai fatto in vita mia.   Ho accusato il colpo ad ottobre, perché il nostro settore è stato fortemente colpito e i piani sono stati “congelati” e procrastinati a tempi migliori. Nonostante tutto il 2020 è stato un anno ricco di soddisfazioni, tanti premi e tanti festival.

Progetti futuri?

I progetti futuri sono tantissimi anche se, sia perché sono scaramantica, sia perché attendo le nuove disposizioni in materia di Covid, vorrei aspettare a parlarne. Posso annunciare qualcosa, restando sul vago, se me lo permettete. Sto scrivendo nuove sceneggiature per docu-film oltre a preparare un corso di sceneggiatura che vorrei realizzare in un parco, di sera, per ricreare dei momenti di condivisione che tanto ci mancano in questo momento e mi dedico anche alla stesura del mio nuovo libro. Nel frattempo continuo ad insegnare comunicazione e giornalismo all’Università e svolgere il mio lavoro seppur on line. Vedremo cosa ci riserva il 2021.

E noi te ne auguriamo uno pieno di arte profonda e delicata, come quella racchiusa ne “La Napoli di mio padre”. Buona strada a te Alessia!

 

Invitiamo chiunque sia interessatə a vedere in esclusiva il cortometraggio “La Napoli di mio padre” di Alessia Bottone a scriverci nei commenti o una email a info@beingaware.it.

Dal 9 al 14 marzo 2021 il corto sarà visibile gratuitamente sulla piattaforma Mymovies, nell’ambito del Palladium Film Festival organizzato dall’Università di Roma Tre.

Qui di seguito potete trovare il trailer:

[*Sceneggiatore e produttore del cortometraggio pluripremiato “Irreversibile“]

Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.