Cultura dello stupro e responsabilità maschile: l’educazione a partire dai comportamenti quotidiani

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Cultura dello stupro e responsabilità maschile: l’educazione a partire dai comportamenti quotidiani

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Pochi giorni fa Barbara Silvestri ci ha parlato del caso di RiminiToday e di come i giornali siano complici della cultura dello stupro online. Attraverso la creazione di contenuti fuorvianti, diverse testate continuano a giustificare le violenze utilizzando un linguaggio sbagliato, puntando il dito contro le ragazze e le donne, andando a cercare consenso nell’opinione pubblica generalista. Nell’articolo di oggi andiamo a definire questa cultura e cerchiamo delle soluzioni a partire dalle responsabilità maschili.

 

Quando utilizziamo l’espressione cultura dello stupro non ci stiamo riferendo unicamente alla violenza sessuale: questo termine in realtà comprende tutta una serie di comportamenti perpetuati al punto da divenire socialmente accettati e che per questo diventano cultura, perché non c’è sdegno o sanzione nel metterli in pratica. La violenza sessuale è il prodotto finale della cultura dello stupro

Ci sono dei comportamenti molto comuni nel quotidiano e che si esauriscono in una risata di approvazione, ed è proprio da questi che vorrei partire. Nello scambio tra amici, in contesti scolastici o nelle chiacchiere da bar è normale ascoltare un linguaggio sessista che mortifica il corpo della donna. Parlare della donna come di un oggetto e commentarne il corpo come carne pornografica è uno dei tasselli della cultura dello stupro. Anche il catcalling, termine inglese che si riferisce ai fischi e ad appellare le donne che si incontrano per la strada con nomignoli o con un “ciao bella”, è una forma di molestia, perché non c’è consenso. Le molestie da strada vengono spesso sminuite dalle amicizie, in famiglia, ma anche dalle autorità come “solo complimenti”. Il dottor Morelli, psichiatra, ha addirittura definito il catcalling come quell’approvazione che rende la donna femminile. Questi “complimenti” sono causa di un crescente sentimento di forte disagio per le donne, costrette a subirle tutti i giorni.

Uno studio condotto dal gruppo statunitense anti-molestie “Hollaback!” in collaborazione con la Cornell University (Cornell International Survey on Street Harassment) mostra che l’84% delle donne ha subito delle molestie in giro per strada prima dei 17 anni. In questo studio, l’88% delle donne italiane ha dichiarato di aver cambiato strada per tornare a casa dopo aver subito episodi di catcalling.

Per mia esperienza personale, tutte le ragazze che conosco concordano con me nel dire che questi non sono complimenti: avere subito pedinamenti e importuni le ha fatte sentire in pericolo, non certo apprezzate. È qui che possiamo veramente osservare come quella che tristemente definiamo cultura dello stupro si concretizza nell’essere proprio una cultura: non si fa niente per cambiare le cose, perché si minimizza il problema. Non ci dovrebbe essere bisogno di un’aggressione sessuale o di un femminicidio per arrivare a capire che questa tendenza va fermata prima.

È evidente che tutti quegli uomini che “non sono così”, devono fare qualcosa. Il distacco personale non è sufficiente, è necessario prendere posizione e condannare la cultura dello stupro. Nelle righe che seguono ho cercato di individuare alcuni dei comportamenti apparentemente più innocui che mettiamo in atto tutti i giorni, donne e uomini, cercando di portare lo sguardo sulla sensibilità femminile e di trovare delle semplici soluzioni come punto di partenza per una cultura più attenta e responsabile.

Secondo uno studio del 2019 che l’Istat ha rilasciato in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, quasi una persona su 4 in Italia ritiene che un abbigliamento “succinto” possa provocare una violenza sessuale. Questa maniera di pensare ha due effetti. Da un lato, si cade nell’errore di contingentare il corpo femminile a oggetto, continuamente passibile di accuse e giudizio. Dall’altro, perpetua lo stereotipo della donna che “se la va a cercare”. 

Da uomini, dovete trovare il coraggio di replicare quando un amico (ma anche un’amica!) giudica una donna in base all’aspetto definendola una ragazza facile, che se l’è andata a cercare. Se in queste occasione nessuno dice niente, si viene portat* a pensare che una donna possa venire etichettata, importunata, addirittura violentata per come si veste o per gli atteggiamenti che ha. Eppure anche gli uomini possono essere sensuali e provocanti, ma non rischiano di venire molestati per strada da una donna.

Sui mezzi pubblici, sarebbe molto apprezzato che gli uomini lasciassero spazio alle donne di potersi muovere senza dover avere un contatto fisico con un estraneo. Oltrepassare il confine dello spazio personale, allargando le gambe nei posti a sedere, si definisce in inglese “manspreading”. Gli uomini lo mettono in atto, anche inconsciamente, molto spesso. In strada assistiamo a un comportamento simile: quando incroci una donna sul tuo percorso, non stare al centro obbligandola a farsi piccola, ma spostati di lato. Non è un esagerazione, è educazione e creazione di uno scambio sicuro. 

Negli incontri notturni, l’uomo dovrebbe cambiare marciapiede se incontra una donna da sola, per farla sentire in sicurezza. E dovrebbe anche essere pronto a prendere le sue difese, se percepisse che altri ragazzi la stanno importunando. Anche quando si tratta di una molestia verbale. Potrebbe non essere evidente, ma ci sono strade molto ampie e marciapiedi liberi, ma è assai frequente che un uomo scelga di passare proprio accanto a noi, quasi da sentirne il fiato. È la messa in atto del potere maschile a scapito delle donne.

Da uomo, dovresti incazzarti quando un amico condivide sul tuo gruppo di WhatsApp una foto non consensuale di un’altra ragazza, e non puoi limitarti a non dire niente: devi anche obbligarlo a cancellarla, spiegandogli perché è sbagliato. Si tratta di quella oggettivazione del corpo femminile della quale parlavamo sopra, si chiama revenge porn ed è perseguibile. 

Come uomo, non insistere quando una donna ti dice di no: l’insistenza è mortificante, e un no è un no.

Tutti questi comportamenti fanno parte della cultura dello stupro, dove lo stupro è la punta dell’iceberg. È proprio permettendo e per conseguenza legittimando questi gesti che creiamo una disparità tra i generi, instauriamo un rapporto di supremazia maschile e facciamo credere che i fischi e i commenti non graditi siano solo complimenti. Se una donna si mostra diffidente nei confronti di un uomo, non c’è da stupirsene: viviamo costantemente con lo sguardo maschile puntato addosso, uno sguardo maniacale che è sufficiente a sentirsi violate.

Siamo giudicate per il nostro aspetto, costrette a uscire di casa con vestiti che coprono la pelle per sentirci meno vulnerabili. Questo perché in fondo in questa cultura navighiamo pure noi: se accadesse qualcosa, penseremmo che è colpa nostra. Modifichiamo le nostre abitudini e preferiamo uscire in macchina, o in compagnia, per non dover tornare da sole, pure se le molestie avvengono anche in pieno giorno. L’unico suggerimento ricevuto è di tenere in mano le chiavi o lo spray al peperoncino: questo non previene un’aggressione, è solo un tentativo di uscirne indenni. Inoltre, questo ragionamento favorisce la definizione del genere maschile come una “giungla di istinti incontrollabili”, per cui ne consegue una generalizzazione del maschio in negativo.  Quello che invece dobbiamo fare, tutt*, è di prevenire questi episodi attraverso un’educazione e un comportamento diversi.

Tutti gli atteggiamenti elencati derivano da una costruzione sociale di tipo patriarcale, in atto da migliaia di anni. Purtroppo non si può distaccare il genere dall’azione, in quanto il genere è il movente dell’azione stessa. 

Ci tengo a dire che il femminismo non vuole essere un maschilismo al contrario, ma semplicemente auspica a una situazione di parità tra i generi. Iniziare un discorso di responsabilità maschile è necessario, perché c’è bisogno di una presa di coscienza da parte dell’uomo. Il problema non è superato ed il bisogno di parlarne è quanto mai urgente. Perché noi abbiamo ancora paura. 

Ed ecco perché il femminismo serve anche a voi: perché anche gli uomini subiscono molestie (statisticamente, da altri uomini), perché se volete conoscere una ragazza a un concerto dovete sapere come ci si comporta, perché un uomo non è un uomo quando ha comportamenti machisti e piega le donne al suo potere. Riprendo le parole di Alexandria Ocasio-Cortez in risposta agli insulti sessisti ricevuti da un deputato repubblicano:

“Non è avere delle figlie che rende un uomo una persona per bene. E non è avere una moglie che rende un uomo una persona per bene. Trattare le persone con dignità e rispetto rende una persona per bene”

Se c’è una maniera di essere uomo, è quella del rispetto e dell’impegno verso una nuova definizione di identità maschile. Portare il discorso della responsabilità al centro è fondamentale, perché le donne da sole non vengono ascoltate abbastanza. Il femminismo serve anche a voi, e la responsabilità per quello che è stato costruito è anche vostra.

 

Crediti illustrazione: Ambivalently Yours

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