Cyma e la ricerca dell’anima sonora delle cose

Nella serata del 13 agosto Cyma sarà ospite e protagonista del nostro Festival delle Cose Belle con un live elettronico dalle profonde venature oniriche.
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Cyma, all’anagrafe Samuele Cima, è un produttore e musicista italiano che racchiude già nel proprio nome d’arte il riflesso del suo lavoro creativo: una ricerca profonda del ritmo vibrante delle cose, nel solco di quella teoria detta “cimatica” che tenta di raccontare come l’universo non sia altro che un mélange di onde sonore.

Nella serata del 13 agosto sarà ospite e protagonista del nostro Festival delle Cose Belle con un live elettronico dalle profonde venature oniriche. Lo abbiamo incontrato per conoscere di più del mare profondo che si nasconde dietro alla magia dei suoni criptici e prepararci a vivere un’esibizione dal “sapore rurale e naturale”.

Cyma in un momento di relax bucolico.

Il nome Cyma, oltre all’assonanza con il tuo congnome “Cima”, prende spunto dalla parola “cimatica” (cymatics), ossia la teoria che tenta di dimostrare un effetto morfogenetico delle onde sonore. Per caso puoi spiegare brevemente cosa sia in pratica questo effetto morfogenetico delle onde sonore? In particolare, tu cerchi di dimostrare qualcosa con la tua musica?

Secondo la teoria cimatica le forme e strutture ricorrenti in natura sono generate da una vibrazione, da un suono: esistono in natura dei pattern che contengono l’informazione del campo vibrazionale in cui sono immerse. Si vede ad esempio nelle figure di chladni, ovvero quelle figure che si generano su una lastra vibrante su cui è disposta della sabbia, la sabbia si dispone in figure diverse in base alla vibrazione della lastra. Quindi per la teoria il suono e la vibrazione periodica sono fattori generanti delle forme naturali, cioè, parafrasando un linguaggio architettonico, la forma segue la vibrazione. Detto ciò io non credo di voler dimostrare nulla con la mia musica, sono solo consapevole del fatto che niente è immobile intorno a noi, tutto è vibrazione. Non so quanto questo agisce inconsciamente sulla mia musica, so però che per me il suono e il timbro sono il punto di partenza.


Cercando su varie piattaforme streaming, abbiamo notato che esistono altri artisti con il tuo stesso pseudonimo. Ne sei al corrente? Quali sono le caratteristiche che ti contraddistinguono inequivocabilmente da qualsiasi omonimo o altro musicista?

Succede a molti artisti di avere degli omonimi, in particolare capisco che altri abbiano scelto un nome come il mio, con un significato così legato al suono. Comunque sì, ne sono al corrente, ma mi sento abbastanza rappresentato dal mio nome. Penso ovviamente che ogni artista sia unico e abbia diverse facce, io posso solo provare a descrivermi, personalmente spero di trasmettere la mia prospettiva al di fuori di ogni comparazione con altri artisti o generi musicali. A me piace molto muovermi tra stili diversi, aldilà dei confini tra i generi, tanto che un ascoltatore esterno potrebbe anche non trovare una coerenza tra i miei lavori. Infatti, ho sempre avuto difficoltà a identificarmi con uno stile preciso. Quindi quello che vorrei trasmettere di originale è questo percorso amorfo da un colore all’altro per poter poi mescolare tutto senza interrompere il flusso, per questo mi piace introdurre il concetto di fluidità di genere in ambito artistico. 

La tua musica ha un timbro estremamente onirico, qualcosa che la fa sentire distante ma allo stesso tempo interiore. Inoltre ogni pezzo sembra avere un concetto dietro, una emozione o un’idea che ne segna l’intreccio. È davvero così? Come ha origine di solito il flusso creativo dei tuoi brani?

Sì, mi piace molto il trasporto nel suono, la spazialità. Cerco sempre di lasciare che il timbro sia il protagonista, in ogni brano che faccio mi piace lasciare molto spazio a determinati suoni sognanti, fluidi. Ti ringrazio tantissimo per aver usato le parole “timbro onirico” infatti.

Di solito il flusso creativo dei miei brani ha origine in diverse sessioni di improvvisazione, nelle quali cerco di sperimentare suoni diversi o raggiungere un’idea sonora. In un secondo momento riascolto ciò che ho fatto e cerco di dargli un significato (anche se non è essenziale che ci sia).

Poi probabilmente ogni suono, ogni musica ha un concetto dietro, ma penso che non sia tanto l’artista a dettarlo quanto l’ascoltatore singolo. Io come artista mi pongo come ascoltatore e il concetto o l’emozione viene come conseguenza dell’ascolto. C’è un’idea dietro, l’idea è il suono stesso il più delle volte ed io concepisco i brani a partire da questa idea sonora, il concetto viene di conseguenza, che è sempre un po’ come scoprire o riscoprire il suono. 

La maggior parte dei tuoi dischi sono quasi del tutto strumentali. Tuttavia nel tuo recente lavoro Nebula si percepisce la volontà di mettere nero su bianco dei testi e di cantarli. Quali sono le motivazioni che hanno motivato questa scelta? Ti senti soddisfatto del risultato?

È vero, i miei lavori sono principalmente strumentali, però ho sempre scritto linee vocali e brani cantabili sin da quando ho iniziato a fare musica. Mi piace molto usare la voce come strumento e improvvisare la linea vocale. Infatti più che mettere dei testi nelle canzoni, mi piace mettere la voce, il suono della voce nelle canzoni, il linguaggio poi è parte integrante del suono così che il brano ha poi diversi piani di lettura. il testo e il significato letterale è sempre qualcosa che viene dopo, come un tentativo istantaneo di spiegare a parole cosa è successo e cosa ho provato, che è molto personale e cambia da momento a momento in base a diversi fattori. 

Sono molto soddisfatto di Nebula e penso che sia una fedelissima foto del periodo in cui ho scritto i testi e delle emozioni che mi hanno portato a scriverli. Ho voluto metterli nero su bianco per rendere quelle idee più concrete, senza i quali sarebbero rimaste nascoste. Ho usato la lingua italiana e latina per richiamare un linguaggio corale e dedicare i brani a una persona molto importante per me, che identifico come la personificazione del Sole.

Nel tuo singolo Tornerai dici “Non saremo soli. Noi saremo il Sole” e, dato l’attuale momento pandemico, tale frase non può non risuonarci in testa. Cosa pensi verrà ad illuminare il nostro futuro?

Tornerai è una canzone di speranza, di reazione psicologica positiva proiettata nel futuro e con nostalgia di un passato più luminoso. Sinceramente non ci avevo mai ancora pensato che potesse essere adattato a questo momento storico, ma effettivamente nella vita ci troviamo spesso in momenti di buio, quindi questo può essere un testo adatto a tutti quei momenti, per ricordarci di cercare la luce dentro di noi. 

Per quanto riguarda il nostro futuro,difficile anche solo immaginare cosa verrà a illuminarci, ci manca davvero troppo la bellezza di vivere momenti insieme, fianco a fianco. Non possiamo permettere che il distanziamento fisico necessario per la sicurezza sanitaria, diventi anche distanziamento sociale. L’’uomo è un animale sociale ed è insieme che si trovano le soluzioni migliori, si trasmette conoscenza, si fa cultura… Io sono positivo, in un modo o nell’altro dovremo imparare e andare avanti, ci dobbiamo adattare e cercare nuove cose, sperimentare nuove soluzioni. Dobbiamo prendere questo periodo come una grande occasione per cambiare approccio, cambiare la nostra visione, altrimenti continueremo solo a distruggerci da soli. Spero che quando si studierà in futuro la crisi del coronavirus si parlerà soprattutto dei cambiamenti sociali, economici, politici, ecologici e psicologici che ha portato.
Spero che ognuno di noi in questo momento stia già cercando soluzioni nuove e alternative nel suo campo, per lo sviluppo di un mondo nuovo, più unito, più forte…


C’è bisogno di immaginare cose nuove, sono molto curioso di vedere cosa verrà ora. 

In una tua recente intervista hai detto “Mi piace la fisica teorica ma non sono abbastanza costante da dedicarmici seriamente”. Se invece potessi dedicartici seriamente, quali teorie studieresti e perché?

Ah sì è vero ahahaha ci sono molte cose che mi piacerebbe studiare più a fondo, non mi sento abbastanza concentrato per farlo, è un problema di testa. In generale vorrei studiare a fondo la termodinamica statistica e la meccanica ondulatoria. Poi non so, oggi ti dico che vorrei approfondire i sistemi dinamici e la teoria del caos, proprio per studiare più a fondo la formazione di certe strutture ricorrenti come i pattern frattali e le correlazioni (se ci sono) tra questi e la formazione delle figure di chladni. Mi incuriosisce molto anche la teoria delle stringhe, forse un po’ scontata ahahah.

Il tuo ultimissimo EP “Port-Amì” è un’odissea artistica che fonde le sonorità di tutto il mondo, dal jazz europeo alla musica tribale sudafricana e oltre. Cosa hai voluto comunicare al tuo pubblico con questo viaggio intercontinentale? Tra l’altro, ti sei cimentato in questa impresa completamente da solo o hai collaborato anche con altri musicisti? 

Port Amí è un progetto corale, nel senso primordiale della parola: queste tracce mi portano in quei luoghi in cui la musica fa parte del corpo di ogni persona, dove non esiste il musicista e l’ascoltatore, ma tutti sono coinvolti nella produzione e tutti trovano la propria voce. Non credo di aver voluto comunicare qualcosa di specifico, più che altro volevo trasmettere l’idea di un viaggio dall’astratto al concreto, da un approccio europeo a uno più africano, dove i suoni naturali sono la prima ispirazione nella costruzione degli strumenti e dove le pulsazioni ritmiche hanno tutto un altro effetto.

Le risonanze qui hanno un sapore più rurale e naturale. Pelle, legno, metallo… è tutto molto più concreto, come toccare qualcosa e sentire che suono fa: puoi percuotere il suono, sfregarlo o accarezzarlo e sentire che timbro esce.
Invece secondo l’approccio che con i ragazzi di Asiko abbiamo definito “nord-europeo” è come se il suono fosse un concetto astratto: penso il suono per come è all’interno di me e cerco di ricostruirlo.

I ragazzi di Asiko hanno molto a cuore il concetto di musica Trans-Atlantica, e tutta la produzione del disco l’ho condivisa con loro sin dall’inizio. Molti suoni e strutture li ho proprio pensati insieme a Giulio Pecci, che è un mio grande amico nonché fondatore di Asiko. Poi in “Ciuritura” troviamo il sax di Vittorio Gervasi, jazzista romano. Tutto il resto ho provato a suonarlo io, in futuro mi piacerebbe portare le tracce dal vivo con un ensemble di percussioni.

A questo punto non possiamo che terminare l’intervista con un’ultimissima domanda: ci andresti su Marte?

Certo! Sì! Vorrei vedere il tramonto blu, magari dall’Olympus Mons.

Intervista a cura di Mellifrugo, introduzione di Guglielmo Rapino.

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Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.