Dalla panchina di una stazione, la storia di J.

Da una panchina storia di J.

Dalla panchina di una stazione, la storia di J.

 446 

Ieri il mio amico J. mi ha scritto dopo diverso tempo. Era felice, finalmente. Mi ha raccontato che da un paio di mesi lavora per una grande azienda a Castel San Giovanni (PC). Dopo le prime settimane di prova hanno visto la sua buona lena e gli hanno proposto un contratto a tempo indeterminato, “a vita” come lo chiama lui. Qualche giorno fa lo hanno anche premiato offrendogli un incarico di responsabilità. Non ho capito bene di che tipo, il suo italiano ha ancora qualche lacuna e di tanto in tanto incespica tra parole che conosce poco. Però ho capito che è felice, finalmente si sente sereno in un luogo dove viene trattato come tutti gli altri, per quello che è, un lavoratore, un ragazzo.

Mi ha raccontato che all’inizio non è stato facile. Castel San Giovanni è un paesotto della Padania. Il suo colore della pelle così scuro, i suoi occhi così bianchi e molli, il suo sorriso troppo largo e caldo, le sue parole calme e pesate, rotte dall’incertezza di una lingua ancora sconosciuta, ogni dettaglio scritto in volto lo mostrava diverso e lontano ai più. Una macchia di vernice tra le zolle dure e i campi secchi della pianura. Per un mese e mezzo ha dormito nella stazione del paese, coperto da un sacco a pelo e qualche maglia lasciata in prestito. Non c’erano alternative, in paese tutte le porte erano chiuse. “Non affittiamo in questo periodo” “Non abbiamo posto” “Non possiamo” “Ci dispiace” “Prova da qualche altra parte”.

Nel silenzio dei binari vuoti J. si alzava tutte le mattine presto dalla panchina di marmo grezzo nascosta dietro le banchine, facendo attenzione a fare prima del treno regionale per non destare sospetti. Una sciacquata della faccia nel bagno pubblico, le ascelle, i denti. Il tempo di cambiare la maglietta, ammucchiarla con tutta la roba nello zaino che di notte serviva da cuscino e via verso la fabbrica. Negli occhi le venature rosse di chi ha visto passare la sera senza averne assaporato la pace. Per fortuna nel capannone ci sono gli spogliatoi dove lavarsi con più tranquillità. Nascondeva i vestiti stropicciati sotto il camice da lavoro ed eccolo camminare calmo verso i macchinari, in silenzio, come tutti. Sirena, fine turno, saluti, strette di mano e via a raggranellarsi di nuovo nel suo nascondiglio, a due passi dai tabelloni con gli orari di arrivo e partenze. Un mese e mezzo. Un mese e mezzo senza un luogo da chiamare casa, senza una porta da chiudere di ritorno dal lavoro, senza un fornello dove cucinare qualcosa di caldo di prima mattina.

Un giorno poi ne parla con un collega, uno di quelli che lo guarda per quello che è, un lavoratore, un ragazzo. Ha una stanza libera nel suo appartamento, gli propone di venire a stare da lui, divideranno le spese, vivranno insieme. J. raccatta il suo zainetto rappezzato e si trasferisce nell’appartamento. Sino ad allora ha vissuto in strutture di fortuna, centri di accoglienza, stazioni dei treni, per la prima volta scopre il piacere di una casa vera, di un luogo dove aprire le finestre e guardare il mondo fuori con sicurezza, serenità, pace.

Ora J. sta bene, finalmente. Arriva a lavoro con occhi riposati. Torna a casa e può stendersi su un letto vero. Cucina, sorride, parla di domani. Ci sono ancora decine di nuvole che annebbiano la sua mente ma almeno, adesso, può lasciare che questi stracci di cielo si posino su un divano e, per un po’, escano fuori senza fare rumore. Non sa nemmeno lui bene quanto questa felicità potrà durare. La sua giovinezza ferita e tagliuzzata dall’incertezza gli ha insegnato che ogni cosa è passeggera, tutto è rotto dall’inevitabile capriccio del presente. Ma va bene così, quello che importa è che adesso ha un lavoro, un tetto, qualcuno con cui condividerlo. Ogni cosa è una benedizione, ogni cosa è una piccola lacrima con cui bagna il suo passato inaridito.

Mi ha salutato alla maniera africana «Ti amo anche fratello… buona notte». Nell’inglese della Nigeria non c’è differenza tra voler bene e amare. Le due parole si fondono. Perché trovare una differenza? Il senso profondo è lo stesso. Amarsi, volersi bene, la stessa cosa, cambia solo il modo in cui esprimerlo. Un po’ come noi, in fondo, così simili.

Basterebbe ricordarselo.

Tags:
No Comments

Post A Comment