Gli irrefrenabili viaggi di Sandro Joyeux: «Parlo al bambino interiore per svegliare le coscienze»

Sandro Joyeux è cantautore e artista poliedrico di origine francese. Nella giornata del 15 agosto ci regalerà un live tra i faggi di Passolanciano (CH) in occasione del nostro Festival delle Cose Belle - Ferragosto Resistente 2021.

Sandro Joyeux è un artista complesso, fuori dagli schemi ordinari, con una moltitudine di influenze e di inspirazioni. La complessità della sua arte è legata a doppio filo con la sua biografia: fa la spola fin da piccolo fra Italia e Francia, alla ricerca di suo padre. I suoi sono viaggi improvvisati, in autostop stringendo amicizie con chiunque fosse così gentile da aiutarlo, nascosto nei treni, o qualsiasi altro mezzo di fortuna. La musica lo ha sempre accompagnato in tutti i suoi spostamenti, infatti grazie ad essa è riuscito a sopravvivere, l’unica certezza che non l’ha mai abbandonato.

Spinto dalla sua irrefrenabile voglia di conoscere ed ampliare le sue vedute, si spinge verso mete molto lontane dall’Europa, in modo da far conoscere al popolo occidentale che altri modi di fare musica esistono, e possono coesistere! Infatti, nei suoi brani ci sono testi in dialetti africani come Bambara, Wolof, Malinke…

Vista l’attitudine sociale che ha sempre dimostrato con la sua musica, non poteva che far parte dell’edizione del Festival delle Cose Belle – Ferragosto Resistente 2021 a Passolanciano (CH), con un live dal sapore esotico. Per l’occasione, prima di gustarci l’atmosfera fra i faggi della Majella, abbiamo avuto modo di approfondire un po’ tutta la sua visione artistica, e qualche aneddoto in più riguardo al suo vissuto.

Sandro Joyeux sarà ospite e protagonista del Ferragosto Resistente 2021 di Aware a Passolanciano (CH).

Ciao! Come va? Che progetti stai portando avanti in questo periodo?

Da giugno sono ripartiti i concerti dopo più di un anno che non suonavo. Quindi per me è una grande gioia riprendere a suonare davanti al pubblico. Poi in questo momento, fra un concerto e un altro, sto preparando il terzo disco, che mi prende un po’ di tempo.

La tua musica è composta da una moltitudine di lingue e linguaggi: dal francese all’africano passando per mille influenze. Come costituisci il tuo processo di scrittura, e come definisci il passaggio da una lingua ad un’altra?

In questo momento sto scrivendo delle canzoni prima in madrelingua, poi con amici africani le traduciamo nelle loro lingue. Questo è un metodo di scrittura che uso molto, quindi ad esempio un amico del Senegal mi traduce le canzoni nel dialetto Wolof, la lingua del Senegal, e via dicendo.

Ad ogni modo le mie canzoni parlano sempre di viaggiare, ritrovarsi a capo del mondo in posti dove non conosci la lingua locale, ma in qualche modo avere la capacità di ritrovare sempre la propria strada. Mi piace raccontare storie di gente dall’altra parte del mondo che ha una vita particolare o che soffre perché deve lasciare la propria terra, magari deve emigrare rischiando la vita… In generale storie molto legate ai viaggi.

Il tuo stile e sound musicale è molto influenzato dai tuoi viaggi in Africa, come testimonia il tuo abbracciare lo stile Mandingue, fra i tanti. Come definisci la tua arte?     

Mi piace essere didattico, quindi far conoscere al pubblico occidentale questi nuovi dialetti, scale, melodie… questi modi di vedere la musica che sono molto diversi dai nostri. Quindi spesso capita che faccio cantare cori in dialetti improbabili al pubblico: voglio fare da ponte, da tramite fra i continenti.

Pensi che senza il tuo peregrinare in giro per il mondo saresti stato comunque un musicista?

Penso che sarei stato un musicista, però magari non in quel campo afro-world. Ho sempre fatto musica, anche prima di conoscere la musica africana. Ho spaziato dal rock, al metal, dal reggae al blues, sono passato dalla lirica… ho toccato tante tipologie di musica, tanti generi vari.

Spesso hai usato la tua musica come mezzo di sostegno sociale, ad esempio suonando in ospedali, carceri o l’Antischiavitour a sostegno dei migranti. Come definisci questa tua attitudine?

Per quanto riguarda i luoghi di sfruttamento, di caporalato, i villaggi fantasmi di braccianti africani in mezzo al nulla, mi è sembrato normale portare un po’ di musica in questi luoghi dove non arriva proprio niente di culturale, sono abbandonati a loro stessi. Quindi portare loro un po’ di musica è anche rendere all’Africa quello che lei mi ha regalato. Sono stato lì, ho avuto la fortuna di imparare il loro modo di fare musica, e mi sembrava giusto restituirla al loro legittimo proprietario.

Al di là di tutto penso che la musica abbia un ruolo sociale, perciò orfanotrofi, bambini disagiati, minorenni, migranti, ospedali, carceri… voglio fare la musica per chi magari soffre e non ha accesso a queste arti comunicative.

La tua vita è sempre stata un po’ un migrare da un posto ad un altro, senza avere un posto fisso. Ora hai raggiunto una qualche stabilità, visto anche il periodo che ci impedisce di viaggiare molto?

Per forza, sono rimasto bloccato a Parigi per molti mesi, e mi sono dedicato ad altro rispetto alla musica. Ho potuto fare cose che mi mancavano, tipo edilizia. Ho ristrutturato la casa a Parigi, quindi tutt’altro.

Ora invece sono in Sicilia, mi sto riposando un po’ prima di ripartire in tour.

Nella società odierna si millanta spesso l’idea del corpo perfetto, noi di Aware con la tematica del festival “a corpo libero” abbiamo voluto sottolineare proprio il contrario: una celebrazione di tutti i corpi, indistintamente. Come ti poni a riguardo? In che modo secondo te si potrebbe cambiare la percezione distorta che abbiamo riguardo la ricerca continua della perfezione dei corpi?

Io di base nella vita ho sempre preferito essere piuttosto che avere, mi sembra interessante sviluppare la propria mente, il proprio carattere e magari anche il proprio corpo confrontandosi con chi è diverso, chi sembra lontano dalla propria sfera culturale, per respingere i limiti e le barriere che si possono avere sulla visione del mondo, per avere una percezione più ampia, più varia. Ho visto bambini di pochi mesi morire di malaria, ho visto situazioni di povertà estrema, quindi non mi pongo la domanda rispetto all’altro se è bello, se è brutto, se è grasso o magro… Io cerco solamente di parlare al suo bambino interiore grazie alla musica, per far emergere un sentimento di gioia e voglia di cantare, perché cantare fa bene.

Aware è un collettivo indipendente che attraverso il festival di Ferragosto tenta di ricucire uno spazio in cui l’arte e l’incontro rappresentano il cuore pulsante della relazione. Cosa aspetti di ricevere tra i faggi della Majella? E quale credi sia il ruolo di collettivi culturali come il nostro nel panorama sociale contemporaneo?

Il vostro ruolo è essenziale perché la gente va educata a tutta una serie di sensibilizzazioni, che siano musicali, che siano artistiche, che siano di condivisione di spazi, che sia inventarsi un nuovo modello di funzionamento più ecosostenibile. Quindi questo festival è una boccata d’aria per gente come me, che odia la mediocrità del popolo italiano e mondiale in generale, nel senso che queste tipologie di festival richiedono comunque degli sforzi. Meglio puntare in alto con questi progetti, cercando di elevare le coscienze come fate voi.

Per il mio live sarò da solo, quindi mi aspetto che la gente si diverta a cantare, ballare e fare i cori, è il più bel regalo che mi può fare un pubblico.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Come ti ho accennato sto preparando il terzo disco, e poi quando si potrà voglio tornare in Africa a studiare un po’, perché ho bisogno di studiare cose nuove, per poterne trarre ispirazione.

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Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.