Il caso Floyd: razzismo, violenza, speranza

Il caso George Floyd - razzismo e Black Lives Matter

Il caso Floyd: razzismo, violenza, speranza

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Questo articolo non ha la pretesa di analizzare l’intera storia dell‘oppressione e del razzismo in America. Tantissime persone hanno dedicato la loro carriera e vita a raccontarla, a scrivere libri, organizzare proteste, denunciare violenze. Ciò che è certo, è che non è stato sufficiente. Chi qui scrive lo fa in quanto privilegiata rispetto a questa questione, nata nella parte “giusta” del mondo e con la pelle bianca. Posso forse raccontare veramente ciò che vive e combatte la comunità afroamericana? Assolutamente no. Ma posso contribuire, con la mia voce, al raggiungimento di una coscienza collettiva di cosa accade da secoli, e non deve più accadere. Perché chi è privilegiato non può aggrapparsi con le unghie al suo privilegio, ma combattere per la parità e per abbattere quei sistemi di oppressione su cui quel privilegio sorge.

Il 25 maggio 2020 Derek Chavin, agente di polizia in servizio nel distretto di Minneapolis, uccide George Floyd, un uomo afroamericano di 46 anni. Il poliziotto ha soffocato Floyd premendo il suo ginocchio sul suo collo per più di 8 minuti, il tutto registrato e documentato da passanti. L’ennesimo omicidio, le ennesime scuse, l’ennesimo dolore. Ma questa volta la reazione è stata immediata, prorompente e forse inaspettata. I cittadini e le cittadine di Minneapolis hanno reagito, il movimento Black Lives Matter e la comunità afroamericana è scesa per le strade a manifestare con forza contro l’ennesimo omicidio di un uomo afroamericano per mano della polizia. La protesta è violenta, distruttiva, infuocata. Il dolore si è sfogato lungo le strade, contro gli edifici e il commissariato.

«This is America, don’t catch you slippin’ now, look at how I’m livin’ now, police be trippin’ now!»
– Childish Gambino, This is America

C’è chi si lamenta di questa rivolta, chi continua ad insistere che la protesta dovrebbe essere solo pacifica. Ma se guardiamo indietro, ogni grande rivoluzione e ribellione nasce dal caos. Per decenni le comunità afroamericane e tutti coloro che credono nella giustizia e nell’uguaglianza hanno combattuto con manifestazioni pacifiche, petizioni, marce contro l’oppressione e il razzismo. Ma purtroppo non è mai cambiato nulla.

Oggi però, qualcosa è cambiato. Il poliziotto che ha ucciso Floyd è stato arrestato. Probabilmente verrà condannato, ma l’ingiustizia serpeggia ancora tra gli scranni dei giudici e tra le fila dei potenti. Il capo d’accusa è omicidio di terzo grado. Ciò implica che Chavin non avesse intenzione di uccidere Floyd. Un sorriso amaro percorre il mio viso.

Un agente in servizio da anni sa perfettamente qual è il limite. Chavin sapeva. E l’ha superato. Oltretutto, l’autopsia negherebbe che Floyd sia morto per asfissia o soffocamento. Insomma, oltre al danno la beffa. La palese assenza di giustizia ci viene buttata addosso come una secchiata d’acqua gelida. E ancora c’è chi ha il coraggio di ritenere le proteste eccessive. Di dire che non è una questione di razzismo.

«Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato.»
– Martin Luther King

Ma è davvero così marcio il mondo in cui viviamo? Come ogni volta che esce una notizia dirompente, ho passato buona parte del mio tempo a leggere vari articoli. Ma anche a leggere i commenti. Ed è proprio qui che emerge la banalità del male, la mancanza di empatia e giustizia nel cuore e negli animi di molte persone:

«Invece quando sono bianchi va bene???»

«Credo che sia un errore puntare il dito contro il razzismo. È una persona che ha (intenzionalmente o meno, pare che lo decideranno in seguito e qui non mi esprimo), ucciso una persona».

«[…] Qui a me sembra che questa “protesta” in onore di Floyd, sia una scusa bella e buona per anarchici e co di fare un po’ di casino. Serviva solo il pretesto, come al solito».

«Può capitare se decidi di delinquere».

Il problema non è solo nei corpi di polizia. E non è solo negli Stati Uniti. Ma è endemico, radicato. Un marciume che continua a crescere nonostante tutti gli anni di lotte, proteste, discorsi, trattati, libri, report. Il mostro è anche a casa nostra, nelle strade che conosciamo, attorno a noi. Mi ritrovo a pensare agli anni passati, alle notizie dell’ennesim* ragazzo/a afroamerican* uccis* a sangue freddo, per il solo motivo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, con la pelle del colore “sbagliato”.

Ripenso a come invece criminali bianchi siano sempre stati trattati con i guanti. Ricordo Eric Garner, ucciso nel 2014 per soffocamento a New York dal poliziotto Daniel Pantaleo. Pantaleo fu sollevato da ogni accusa. Ripenso a Michael Brown, diciottenne di St. Louis, morto per mano di Darren Wilson e della sua pistola. A Tamir Rice, di soli dodici anni, giustiziato da Timothy Loehmann perché in possesso di una pistola finta. A Freddie Gray, morto per quella che viene chiamata «la tortura del furgone», in cui l’arrestato viene ammanettato e lasciato sbattere contro le pareti del vano posteriore del furgone. E l’elenco di violenze e omicidi dovuti al razzismo continua.

Con quale coraggio si può scrivere «può capitare se decidi di delinquere»? Con quale ipocrisia si può definire questa protesta un capriccio anarchico e questo crimine privo di razzismo? Scrivo questo articolo con le lacrime agli occhi e la rabbia nel cuore. Mi chiedo se le mie parole serviranno a qualcosa. Sembrano poco rispetto alle proteste a Minneapolis e negli Stati Uniti, lungo le strade e le vie. Io spero comunque, nel mio piccolo, di fare la differenza. E continuo a scrivere. E tutti noi continueremo a denunciare, a parlarne, a protestare, a scrivere canzoni, a fare graffiti e vignette, a usare tutto quello che abbiamo e che è in nostro potere. Non ci arrenderemo. E cambieremo questo mondo.

«Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità».

– V per Vendetta

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