Mario Mieli e la rivoluzione queer italiana

Mario Mieli

Mario Mieli e la rivoluzione queer italiana

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La storia italiana degli anni Settanta può vantare una figura rivoluzionaria e poliedrica come quella di Mario Mieli, oggi purtroppo poco dibattuta e conosciuta. Attivista, scrittore, teorico degli studi di genere: Mieli era questo e molto di più; e forse varrebbe la pena riscoprirlo proprio nella nostra contemporaneità, in cui il suo pensiero risulta più che mai attuale.

Paradiseide

A lui, Luca Scarlini ha dedicato un libro dal titolo L’Uccello del paradiso, prendendo spunto dall’appellativo che Ennio Facchinelli aveva dato a Mario Mieli, per cogliere il suo fascino androgino. Appellativo calzante per un’altra fondamentale caratteristica: come il maschio dei paradiseidi non sembra appartenere alla sua specie, allo stesso modo Mieli non sembra appartenere alla nostra, così lontano da ogni definizione circoscritta, nel suo desiderio di scardinare etichette e confini.

«il nome coglieva benissimo un aspetto importante del nostro: la capacità e la volontà di stupire, che è solo uno degli aspetti del suo complesso, articolato, multiforme, identikit». (L. Scarlini)

Mario Mieli nasce a Milano nel 1952, in una famiglia borghese benestante di origine ebraica. I continui scontri con il padre, il difficile rapporto con le figure genitoriali, caratterizzeranno la sua vita e le sue opere, fino al giorno della sua morte. La sua polisessualità emerge da subito, accompagnata da uno spirito provocatore, desideroso di decostruire ogni dettame sociale e tradizionale. Ma solo in Inghilterra avverrà la vera folgorazione: a Londra entra in contatto con il mondo gay intento a celebrare il suo primo Pride nel 1972. La Londra del glam-rock, di Ziggy Stardust, di Twiggy, modella dal fascino androgino, stupirà e accoglierà Mieli con la sua cultura psichedelica. Qui entra in contatto con il Gay Liberation Front e, tornando a Milano, fonda con altri Fuori!, la prima associazione del movimento omosessuale italiano, le cui rivendicazioni appaiono nell’omonima rivista.

Il ruolo del corpo

«il corpo deve diventare luogo e mezzo di conoscenza e di evoluzione personale e di gruppo. L’essere umano è potenzialmente libero, ma poi l’educazione, la famiglia, l’ambiente lo condizionano e solo attraverso il corpo, “nostra vera e unica proprietà” in senso stirneriano possiamo riconquistare la nostra libertà e dunque lottare anche per la libertà altrui, anche perché un gay è ben conscio delle non libertà e dunque sa da dove partire».

Mario Mieli intraprende un discorso rivoluzionario che comprende il corpo, in particolar modo il corpo omosessuale, come punto di partenza per liberare il mondo dalle costrizioni della tradizione capitalistica e fallocentrica. Il corpo è il veicolo con cui abbracciare ed esprimere l’identità multiforme di cui tutti siamo dotati: nessuno infatti, secondo Mieli, nasce eterosessuale. Abbiamo tutti una sessualità polimorfa che viene persa nell’età adulta, “castrata” dalle restrizioni e censure della società, nonché dalla “tirannide famigliare”.

Vivendo, quindi, liberamente il nostro corpo, possiamo esprimere questa pluralità celata e dimenticata. Dal canto suo, Mieli decide di farlo ricorrendo anche da un’estetica d’impatto; non si priva di trucco, tacchi ed abiti femminili, rompendo ogni differenza di genere decisa dal mercato. Infatti, dice Scarlini, «il corpo era celebrato collettivamente soltanto nella sua parte presentabile, utilizzata dal capitale come seduzione per vendere ogni sorta di merci». Mieli sposa le teorie marxiste e la fa sue, le declina e introietta nella sua rivoluzione.

Si trovava più a suo agio con il movimento proletario che non con la sinistra dell’epoca, colpevole di non rappresentare i diritti degli omosessuali. In un clima politico e sociale del genere era necessaria, dunque, una rivoluzione che partisse dai principali movimenti dell’epoca: quello omosessuale e quello femminista.

«io sono convinto del fatto che, se c’è una possibilità per la specie umana di salvarsi, salvarsi da quel suicido al quale sembra condannata, è attraverso le donne, i neri e gli omosessuali. Le donne sono portavoce del futuro».

Mario Mieli

Mario Mieli / Ph: Circolo di cultura omossessuale Mario Mieli

Una figura a-normale

Mario Mieli riesce a diventare una figura di spicco nel dibattito sulle tematiche omosessuali e viene invitato a parlarne più volte in Tv. La RAI lo invita in un programma durante il quale, in tuta da lavoro e tacchi a spillo, intervista gli operai della fabbrica dell’Alfa Romeo, interrogandoli sul tema dell’omosessualità. Nonostante il forte impatto visivo dato dal contrasto estetico della scena, non c’è stridore e si percepisce il magnetismo affabile di Mieli.
Era questa la sua forza: calare la sua figura a-normale in quella norma maschiocentrica e maschilista che desiderava scardinare. Lo stesso fa durante l’ultimo Festival del proletariato giovanile quando, fischiato e insultato dal pubblico, risponde con slogan provocatori al limite del farsesco.

Il ruolo della follia

Mieli ha conosciuto anche un periodo di reclusione in una clinica psichiatrica per una diagnosi di schizofrenia. Questo lo avvicina alla psicanalisi che vede, positivamente, come un modo per riscoprire il sé, per dare spazio alla voce del “malato”. Col tempo questa definizione sarà allargata anche alla malattia mentale: nevrosi, follia, schizofrenia sono tutti modi per far uscire l’io sepolto; degli stati di alterazione utili ad accedere a una diversa coscienza. Rientrano in questo quadro anche le droghe, cui Mieli si avvicina sempre di più.

Complice forse la delusione del panorama socio-politico, inizia ad incupirsi; le tematiche da lui affrontate cambiano, per orientarsi verso una lotta alla società sempre più individuale e interiorizzata. Il suo pensiero a volte estremo lo rende ancora oggi non facile da accettare. Nel corso della sua vita si è espresso su tematiche come necrofilia e coprofagia: ciò ha contribuito a renderlo odioso a molti e scomodo anche a chi sposava la sua lotta. Il rifiuto alla sua persona lo perseguiterà anche dopo il suo suicidio nel 1983: la sua famiglia, infatti, cerca di far cadere nell’oblio la sua memoria osteggiando la pubblicazione del suo libro Il risveglio dei faraoni.

Nonostante le controversie che possono accompagnare ancora oggi la sua persona, quella di Mario Mieli è una figura brillante e ante-litteram da riscoprire. Il suo pensiero in qualche modo antesignano, può giocare un ruolo fondamentale nella comprensione di quella sessualità fluida, di quell’io multiforme che faticano a trovare spazio nella nostra società ancora cristallizzata nel binarismo.

Immagine in evidenza: Mario Mieli, Credits: Fabrizio Garghetti / Archivio Garghetti Milano

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