Orizzonti vicini: Jenisch

Jenisch

Orizzonti vicini: Jenisch

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Zingari Bianchi

La parola ‘zingari’ viene usata dai molti in senso dispregiativo. In realtà, consultando l’enciclopedia Treccani, è la definizione di un popolo nomade che non conserva una memoria scritta della sua storia e delle sue tradizioni. L’enciclopedia sottolinea anche che queste comunità hanno origini indiane, e subito viene da pensare al popolo Rom o al popolo Sinti, per citarne due.
Se invece vi dicessi ‘Zingari bianchi’?
La terza maggiore popolazione nomade europea, presente in paesi come Germania, Svizzera, Austria, Paesi Bassi, Francia, Belgio, Italia e Spagna, non ha origini orientali, bensì celtiche e germaniche, da cui deriva la denominazione (sempre in senso denigratorio) di ‘Zingari bianchi ‘. Ma, per loro, tale terminologia rappresenta solo la base della loro diversità linguistica; infatti, a differenza di molte altre comunità nomadi, sono in possesso di un idioma tipico.
Vi presento gli Jenisch.

Dallo Zigeuner-Buch alla Missione Evangelica

Ci sono tracce che indicano la presenza di gruppi Jenisch nella Svizzera del XI° secolo e nella Germania del XIII°. Come detto, se non si ha l’abitudine di trascrivere il passato, si tende ad avere poche fonti sicure per definirlo nel presente: le origini degli Jenisch sono così avvolte nel mistero, e coperte da un sottile velo di ipotesi. Che derivino dai Celti, da commercianti nomadi ebrei o da migranti del Cantone di Berna non ci è dato saperlo con sicurezza, ma si hanno dati e statistiche solide dai primi del Novecento. Gli Jenisch, così come i Rom e i Sinti furono aspramente perseguitati nella Germania nazista, rinchiusi nei campi di concentramento e pagarono un alto prezzo in termini di vite umane. Uomini, donne e bambini furono discriminati: prima schedati nel cosiddetto “Zigeuner-Buch” (trad: Libro degli zingari), poi sterilizzati e internati perché ritenuti inferiori. Subirono però un trattamento particolare. Proprio perché tedeschi, gli Jenisch erano trattati in antitesi con la politica seguita nei confronti degli ebrei. Se gli ebrei puri dovevano essere uccisi, mentre chi aveva un quarto o metà sangue ebraico veniva in genere risparmiato, con i nomadi avveniva il contrario. Gli zingari Mischlinge, ovvero ‘sangue misto’, furono condannati allo sterminio perché Himmler e compagnia erano convinti che solo la feccia del popolo tedesco potesse sposarsi con gli zingari.

«Gli Zingari risultano come un miscuglio pericoloso di razze deteriorate»
disse il Dottor Robert Ritter, direttore del Centro Ricerche per l’Igiene e la Razza di Berlino.

Come affronteremo meglio più avanti, la fine della Seconda Guerra Mondiale non ha certo migliorato la situazione sociale degli Jenisch.
Per quanto riguarda il credo religioso, in un popolo abituato a girovagare fa entrare nella sua cultura più fedi, che mischiandosi fra loro danno risultati meticci. Definire quindi una ‘religione comune’ è impossibile, però si può sottolineare un grande numero di Jenisch cristiani (cattolici o protestanti) che, data la difficoltà di accedere alle parrocchie organizzate sul territorio, ha formato la Missione Evangelica Zingara, che si occupa dei servizi religiosi ma anche di organizzare grandi aree per le roulotte e le tende della comunità.

i ‘privi di patria’

Ad oggi, gli Jenisch sono riconosciuti come minoranza nazionale solo in Svizzera, e se recentemente si sono riuniti in organizzazioni internazionali, la loro vita in società non è mai stata semplice. I governi hanno sempre ostacolato la libertà nomade. La Svizzera prese la sua attuale forma confederativa nel 1848, e due anni dopo stabilì anche delle regolamentazione per i popoli vaganti. La ‘legge federale sui privi di patria’, del 3 Dicembre 1850, stabilì che la Confederazione e i Cantoni dovevano individuare un diritto di cittadinanza cantonale e comunale per i privi di patria. Oltre a ciò la Confederazione perseguiva anche un altro scopo: voleva assoggettare la povertà itinerante ad un controllo statale efficace e limitare lo stile di vita ed economico non sedentario. Si arrivò alla criminalizzazione di diverse forme di non sedentarietà. Secondo l’articolo 18 della legge «i vaganti e mendicanti itineranti senza mestiere» dovevano essere puniti con «l’imprigionamento o il lavoro forzato». L’articolo 19 proibiva alle persone che «si spostavano per il loro mestiere o attività, […] di portare con sé i bambini in età scolare». Questa disposizione rendeva difficile il sostentamento delle famiglie, la cui unica fonte di reddito veniva dal commercio o attività itinerante.
La situazione che si creò non portò vantaggi né ai nomadi e né ai sedentari. A causa del loro stile di vita gli Jenisch venivano considerati instabili e inadatti ad educare i propri figli a diventare «persone perbene».
Gli eventi che cambieranno la vita di migliaia di Jenisch, nel cinquantennio centrale del ‘900 gettano qui le loro fondamenta.

Ernst Lossa

Targa commemorativa di Ernst Lossa, 14enne di etnia Jenisch vittima dell’operazione di eugenetica nazista durante la Seconda Guerra Mondiale// credits: Wikimedia

La grande famiglia Jenisch

A causa del loro stile di vita, i nomadi sono sempre stati ai margini della società. Il relativo isolamento che li contraddistingue non fa che migliorare le strette relazioni familiari, fino a sfumare i limiti di “singola famiglia” e generare così una comunità unità. Importanti valori sono il rispetto verso l’anzianità e l’ospitalità; insegnati fin da subito ai giovani che vengono inseriti presto nella vita lavorativa e familiare. I più grandi si occupano dei più piccoli, che aiutano gli adulti nei lavori di riparazione o nella vendita porta a porta. Parenti e conoscenti trasmettono, così, le loro abilità artigianali alle nuove generazioni.
Se i giovani uomini imparano il lavoro manuale dei grandi, allo stesso modo le ragazze apprendono repentinamente il mestiere delle madri, tanto che a una Jenisch di 15 anni è in grado di gestire da sola la vita domestica di una famiglia. Ma in questo popolo non si ha la netta differenza tra ‘donna in casa’ e ‘uomo in società’. Sono proprio le donne ad attraversare i villaggi: per vendere prodotti, recuperare oggetti rotti, raccogliere vecchi abiti o mendicare. Nel frattempo, gli uomini riparano il danneggiato, affilano coltelli e fabbricano nuovi prodotti. Quindi sono le donne ad entrare in contatto con la popolazione sedentaria, e come ci mostrano delle lettere dal Canton Grigioni (Svizzera) del 1900, erano anche le uniche a saper leggere e scrivere. Tuttavia, è comunque l’uomo a rappresentare la famiglia in pubblico, a trattare con le autorità e a prendersi la responsabilità delle decisioni importanti.

Arte e Cultura

Se si passa all’inizio della serata vicino a un’area di nomadi, si vedrà invariabilmente un grill con del pollame o carne che cuoce, che sia davanti a una roulotte o nel bel mezzo dell’area, e donne e uomini, in piedi o seduti, intorno al fuoco. Questa non è un’immagine romantica, ma è semplice quotidianità Jenisch. Anche se oggi le norme d’uso dell’area vietano i fuochi all’aperto, il grill resta ed è facile che sia accompagnato da un anziano che parla della sua vita in giovinezza. Il cosiddetto “fuoco serale” può comprendere anche tanta musica di organetto svizzero.
la musica Jenisch è riuscita addirittura ad influenzare la musica popolare da ballo. Senza fisse formazioni di musicisti, i singoli si associano nel clan familiare o suonano da soli in case private. Non sapendo leggere le note improvvisano, imparano, conoscono e compongono le loro melodie ad orecchio. Solo dopo la prima guerra mondiale quella che allora cominciava a essere chiamata musica dei Ländler conquistò anche un pubblico urbano e nel periodo fra le due guerre divenne, nel quadro della difesa spirituale, parte integrante della cultura nazionale svizzera. Fino a tutt’oggi la musica dei Ländler è stata utilizzata per la propaganda politica in quanto elemento conservatore di una «cultura popolare» elvetica.
L’arte ha sempre svolto un ruolo importante per la comunità, anche come settore professionale. La pittura è caratterizzata da colore, luce e magia, e vi si rintracciano metafore delle sofferenze subite, dell’identità persa e dei sogni infranti di un popolo intero.

Jenisch (2)

Fuoco serale nello spazio di transito// credits: BAK – Eric Rose

Kinder der Landstrasse

Oltre ad essere i perenni emarginati della società e vittime della persecuzione nazista, gli Jenisch hanno vissuto sulla loro pelle anche un disumano programma che è paragonabile ad un genocidio culturale. Non esagero a definire in tal modo la lotta sistematica allo stile di vita e la repressione della cultura Jenisch che ha attuato la Fondazione Pro Juventute tra il 1926 e il 1973. Con il sostegno finanziario della Confederazione Svizzera e l’aiuto della autorità, questa associazione ha sottratto migliaia di bambini alle famiglie nomadi allo scopo di educarli come persone sedentarie e «utili» per la società.
Kinder der Landstrasse” (lett: ‘Bambini della strada’) è il nome del brutale programma che in cinquant’ anni ha cambiato la vita di numerose famiglie Janisch, i cui effetti si percepiscono ancora oggi. La Pro Juventute affidava i «bambini della strada» a famiglie, ma per lo più ad orfanotrofi e istituti. I genitori Jenisch si sono battuti per decenni ma senza successo; solo una campagna di stampa portò nel ’73 alla cessazione di questo programma. La base giuridica per procedere fu offerta dalle misure di protezione del figlio contenute nel Codice civile svizzero, entrato in vigore nel 1912, secondo le quali le autorità dovevano intervenire nella famiglia qualora il bene del figlio fosse in pericolo. Dopo essere stati sottratti dalle autorità, i bambini venivano esaminati da esperti. A causa della loro origine nomade, erano considerati affetti da tara ereditaria e furono sistemati in istituti per disadattati o meno dotati. Oltre 100 bambini furono internati in reparti e cliniche psichiatriche. Solo a pochi fu imparato un mestiere per essere effettivamente ammessi in società.
Dopo anni di lotte, fondamentale fu il resoconto critico di Hans Caprez nella rivista “Schweizerischer Beobachter”, dove sollevò la pubblica indignazione che provocò la cessazione dell’opera.
Nel 1986, grazie a un ricorso di diritto amministrativo, i voluminosi atti sulla tutela dei «bambini della strada» furono trasferiti nell’archivio federale. Nello stesso anno il Presidente della Confederazione, Alphons Egli, si scusò per la partecipazione finanziaria della Confederazione all’azione. L’anno dopo giunsero anche le scuse di Pro Juventute. Il parlamento concesse infine 11 milioni di franchi per il «risarcimento» delle vittime. Ovviamente, l’indennizzo non poteva neanche pensare di poter compensare il disagio creato. Aveva un carattere simbolico: insieme alle scuse rappresentava comunque il riconoscimento dell’ingiustizia e delle sofferenze subite. Dopo lo cessazione dell’azione “Kinder der Landstrasse” i nomadi si sono riuniti in associazioni e lottano da allora per la propria riabilitazione e il riconoscimento del proprio stile di vita.

Mariella Mehr

Un importante testimonianza del programma Kinder der Landstrasse è data da una scrittrice e poeta di etnia Jenisch, Mariella Mehr. Vittima di esso, crebbe in 16 diverse case famiglia e in 3 istituzioni educative. A 18 anni le tolsero il figlio, e diventata ben presto una ragazza ribelle subì 4 ricoveri in ospedali psichiatrici, violenze, elettroshock e venne persino reclusa per 19 mesi nel carcere femminile di Hindelbank, nel Canton Berna. La Mehr, dapprima come giornalista e poi con romanzi e poesie, ha fatto della denuncia della persecuzione l’opera principale dei suoi scritti, che rappresentano ampie descrizioni delle violenze fisiche e psicologiche subito negli anni della sua infanzia e adolescenza. Il suo primo romanzo, pubblicato nel 1981 con il nome di “Steinzeit” (lett. ‘L’età della pietra’) e tradotto in italiano con il titolo ‘Silviasilviosilvana’, analizza la perdita di identità di una donna maltrattata e segregata, con deciso tocco autobiografico.
Per il suo impegno nella difesa dei diritti delle minoranze , nel 1998 ha ricevuto la laurea honoris causa dalla Facoltà di Storia e Filosofia presso l’Università di Basilea.
Così recita una sua toccante poesia:

«Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.
Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli»

Piccoli Jenisch durante il periodo dell’operazione ‘Kinder der Landstrasse’// credits: Tagesanzeiger

Jenisch oggi, la Fondazione ‘Un futuro per i nomadi svizzeri’

Al giorno d’oggi gli Jenisch sono rappresentati ma è scarsa la loro presenza nelle istituzioni. Come già detto, solo in Svizzera sono considerati ufficialmente minoranza nazionale. Non possono tuttavia gestire da sé i propri contributi di imposte, la loro cultura e la lingua sono scarsamente sostenute, le attività ambulanti non ricevono alcun sostegno da parte dello Stato e non hanno abbastanza aree di sosta fisse e temporanee.
Questi sono i punti del giorno che la Fondazione “Un futuro per i nomadi svizzeri affronta dal momento in cui è stata creata nel 1997. Essa ha il mandato di garantire e migliorare le condizioni di vita  dei nomadi in Svizzera, promuovendo a tale scopo la collaborazione delle istituzioni. Il lavoro della fondazione ruota anche attorno al mantenimento dell’identità culturali degli Jenisch, dei Sinti e dei Rom, indipendentemente dalla loro nazionalità. L’attuale non positiva situazione può essere migliorata solo quando gli strumenti di pianificazione del territorio verranno applicati in favore dei nomadi. Perciò la Fondazione si trova ad elaborare documenti, consulenze, convegni e ad informare i media. Quando può, riesce anche ad assegnare modesti contributi finanziari per la creazione di nuove aree di sosta e per progetti diversificati.

La considerazione che l’uomo sedentario ha degli zingari, che siano bianchi o d’origine indiana, è la stessa da troppo tempo. Come già spiegato nell’articolo sui Tuareg , il nomadismo è visto di cattivo occhio dai governi. La libertà dei girovaghi, il fascino di una cultura che mette radici in ogni passo che compie, e il sapore di una vita diversa dagli schemi tradizionali, sono ancora ostacoli per l’uomo moderno. Lo stesso che si chiude in considerazioni ottocentesche e nella sua retrograda retorica di nazionalistica ragione.
Gli Jenisch, la cui discriminazione e persecuzione è passata troppe volte in secondo piano, sono comunque intorno al grill a suonare l’organetto, a cantare e a proseguire una storica tradizione che li vede, e li vedrà sempre, in viaggio verso un mondo migliore.
Forse, non sarebbe una cattiva idea seguirli.

Piccoli Jenisch

Giovani Jenisch suonano e ballano// credits: RSI

Immagine in evidenza: Una famiglia Jenisch posa davanti alla loro carovana, 1932// credits: oubliettemagazine.com

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