Ribellarsi all’estinzione: la disobbedienza civile nonviolenta di Extinction Rebellion

Extinction Rebellion

Ribellarsi all’estinzione: la disobbedienza civile nonviolenta di Extinction Rebellion

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L’arte di fare e di non stare ad aspettare, il coraggio di indignarsi contro le crisi ecologiche e climatiche, e di catalizzare l’energia per qualcosa di positivo, fattivo e dal forte impatto sociale. Un’intervista a chi ha smesso di trovare scuse e ha iniziato a battersi per trovare soluzioni, o meglio, per contribuire a realizzare quelle già presenti. Parlando con Gianluca Esposito, esponente del movimento Extinction Rebellion (letteralmente “Ribellarsi all’Estinzione”), riscopriamo il ruolo della vera disobbedienza civile nonviolenta, chiave di volta per forzare un cambiamento troppo lento.

Movimento di resistenza che diventa scelta strategica e base valoriale per tutti coloro che, nel mondo, hanno scelto di agire e di costruire nuovi modelli di esistenza. Un’intervista rivolta in particolare a chi non ha paura di dire la verità, a chi si batte per il cambiamento sociale e a chi non ha ancora smesso di amare la vita.

Ribellatevi con noi, in diretta! Stasera nuovo appuntamento con le nostre “Dirette Resistenti” , alle ore 21.00 sulla pagina Facebook Aware – Bellezza Resistente, dove parleremo di ambiente e futuro sostenibile. Largo alle domande, quelle scomode.

Il logo di Extinction Rebellion.

Gianluca, Extinction Rebellion è un movimento ambientalista ed ecologista transnazionale cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi due anni. Cosa ha fatto crescere in maniera così rapida il movimento? Credi che ci sia una nuova coscienza globale in tema di ambiente?

Extinction Rebellion è un movimento per la giustizia ambientale che ha raggiunto oggi oltre 1100 gruppi locali nel mondo. Personalmente ho sempre evitato di far parte di movimenti, sottolineando ogni volta con attenzione che «io COLLABORO con questa associazione/questo movimento». Due anni fa, appena ho scoperto dell’esistenza di Extinction Rebellion (XR), mi sono fiondato online e ho guardato dei video di azioni che si stavano svolgendo a Londra. La prima cosa che ho sentito guardando lo schermo è stata una forte emozione. Ho immediatamente pensato: «Finalmente. Ora non ho più scuse». Persone di ogni età, colorate, determinate e allegre, si esponevano col loro corpo, bloccando strade e zone importanti di Londra, a oltranza.

Per me quello che ha fatto la differenza è stata prima di tutto l’umanità. Ma veniamo al dunque: sicuramente ci sono dei cambiamenti nella coscienza globale. L’emergenza ecologica e climatica è evidente, e ogni giorno che passa la mancanza di risposte dal Governo sta lasciando la popolazione esposta e vulnerabile. La comunità scientifica ci dice che un collasso sociale, dovuto all’emergenza ecologica e climatica, è sempre più probabile. Le misure che si stanno adoperando non sono sufficienti e non sembra che ci siano delle reali soluzioni tra quelle proposte. Come molte persone stanno dicendo a gran voce in tutto il mondo, siamo (quasi) fottuti. E non è soltanto una questione ambientale, ma è anche il fatto che questo sistema non funziona più e c’è bisogno di un cambiamento sistemico. Le soluzioni ci sono, manca soltanto la volontà politica di cambiare davvero le cose.

L’ispirazione nonviolenta del movimento trova radici trasversali: Gandhi, M.L. King, le suffragette ma anche movimenti locali come “Occupy”. Cosa accomuna queste diverse anime?

Prendiamo spunto da tutte queste realtà, ma anche da molte altre storie e persone. Questi movimenti, o meglio, queste persone avevano in comune il fatto che le loro richieste fossero inizialmente impensabili da raggiungere, in particolare attraverso la lotta nonviolenta. Considerando la nonviolenza sia come scelta strategica sia come principio etico, si può apportare un cambiamento vero e duraturo alla società. Quando penso a loro, come quando penso a tutte le persone che anche oggi, nel mondo, scelgono di resistere, di esistere chiedendo che venga rispettata la vita, mi sento parte di una grande famiglia. Quello che penso le accomuni è il coraggio di fare qualcosa di bello senza la certezza assoluta di un lieto fine.

Disobbedienza civile: nell’era della smaterializzazione e digitalizzazione della maggior parte dei processi sembra anacronistico parlare ancora di un tipo di azione nonviolenta utilizzata nelle lotte per i diritti civili degli anni sessanta. Come si modella questo tipo di attivismo al sistema sociale attuale e perché pensate sia ancora efficace?

Abbiamo bisogno di azioni che possano cambiare realmente la percezione della popolazione riguardo all’emergenza climatica ed ecologica, e che possano rendere consapevoli le persone che o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. È in corso un vero e proprio ecocidio,  e nemmeno questa pandemia globale ha potuto rallentarlo. Le logiche di disobbedienza civile, accompagnate da una narrativa chiara, possono spostare la percezione del problema e influenzare il dibattito pubblico. Potremmo discutere molto su questo, ma entreremmo nella metodologia. Invito caldamente tutte le persone in ascolto, anche solo per curiosità, a partecipare ad una formazione alla strategia e all’azione diretta nonviolenta. Attualmente le organizziamo online ogni settimana.

Condivido un esempio:
Se per un giorno si bloccasse una città occupando la strada a milioni, il sistema sarebbe in grado di assorbire il danno causato e forse ne parlerebbero al telegiornale. Se si continua a fare solo attivismo online, scrivendo post nella propria bacheca o nelle pagine, senza fare altro, tutto continuerà a sembrarci lontano. Se si bloccasse una capitale per settimane, se non mesi, in modo fermamente nonviolento, replicando questo modelli in altre capitali nel mondo, sarebbe tutto diverso. I mass media verrebbero da noi, le forze dell’ordine si troverebbero in una situazione di dilemma, non sapendo cosa fare col nonnino che parla loro della preoccupazione per il futuro delle nipoti o con un gruppo di persone che, sorridendo, offre loro dei biscotti. Ma sarebbe soprattutto il Governo a chiederci di fermarci, com’è successo a Londra durante la prima ribellione, dopo una settimana di proteste. La dichiarazione di emergenza ecologica e climatica fu solo un piccolo primo passo. Posso assicurare che si tratta di una ribellione determinata, festosa e accattivante. È al passo coi tempi. Per citare Emma Goldman, se non posso ballare non è la mia ribellione!

La crisi sanitaria sta mettendo in discussione la centralità di molte politiche produttive. Allo stesso tempo la contrazione economica che ne sta conseguendo rischia di generare un contraccolpo, offrendo l’incentivo per un ritorno ad un tipo di sovrapproduzione fuori controllo (vd. grandi opere, incentivi al comparto automobilistico ecc.). Cosa vedi nel dopo-crisi in tema ambientale? Un rischio o una opportunità?

L’opportunità ci sarebbe se potessimo realmente bloccare per settimane tutte le città principali d’Italia come Roma, Milano e Venezia. Temo che questa situazione sia molto pericolosa perché limita una vera ribellione nelle strade. Nulla è cambiato. Si stima che il coronavirus porterà un calo delle emissioni CO2 del solo 7% nel 2020. Se nemmeno una pandemia globale è in grado di ridurre in modo drastico le emissioni, dobbiamo più che mai renderci conto della situazione di emergenza nella quale viviamo. Dobbiamo diventare consapevoli delle difficoltà che dobbiamo affrontare. Non possiamo tornare indietro. Le opportunità ci sarebbero se si dichiarasse lo stato d’emergenza oggi, se si costituissero delle assemblee deliberative di cittadini e se ci fosse un cambio del sistema produttivo, cercando di rigenerare e rispettare gli ecosistemi, prima che sia troppo tardi. Personalmente ritengo che questa emergenza sanitaria abbia avuto un risvolto positivo: anche l’Occidente è stato toccato da una vera e propria emergenza, che ha distrutto le nostre certezze e ha sconvolto il nostro ideale di società stabile e sicura. Da ora in poi, parlare di emergenze non sarà più percepito come un qualcosa di improbabile. Se non agiamo oggi, questa pandemia potrà essere solo un picnic al parco rispetto agli effetti della catastrofe ecologica e climatica che ci aspettano.

Il vostro attivismo è molto orientato a stimolare cambiamento nelle politiche nazionali. Quanto è centrale invece il ruolo del singolo nel processo di cambiamento ambientale ed ecologico? A tuo avviso, quali sono le principali pratiche da adottare all’interno della sfera privata per contribuire alla creazione di modelli di vita comunitaria sostenibili?

Per anni sono stato relatore di un progetto di consumo consapevole, convinto che la società possa essere cambiata secondo logiche di mercato, dove il compratore decide ed il mercato si muove di conseguenza per soddisfare le sue richieste. Ancora oggi la mia vita è fatta di scelte etiche, dallo spostarsi in bicicletta, al non mangiare determinati alimenti, al non comprare se non per necessità. Ci rendiamo conto però che sebbene parlare di scelte etiche oggi sia importante, la situazione ambientale stia comunque peggiorando anno dopo anno.
In Extinction Rebellion non si richiedono particolari scelte etiche ai membri, tuttavia queste sono benvenute, soprattutto quando queste ci aiutano a lasciare le nostre zone di comfort. Non abbiamo molto tempo per vedere i risultati delle singole azioni, però il fatto che qualcuna stia già lavorando in questa direzione non può che velocizzare il cambiamento. Per raggiungere un cambiamento reale abbiamo bisogno di strategie, di un “Movimenti di Movimenti”. Ci sono molti movimenti con una visione più meno condivisa che non riescono ad accordarsi sulle soluzioni. Grandi movimenti per il cambiamento che si frammentano alla prima sfumatura di differenza. Rispettiamo tutte queste strategie ma cerchiamo allo stesso tempo una vera mobilitazione di massa per fare disobbedienza civile nonviolenta nelle capitali di tutto il mondo. Il cambiamento necessario oggi lo possiamo raggiungere, ma solo camminando assieme!

Questa sera parteciperai alla “Diretta Resistente” di Aware. Tra gli ospiti ci sarà anche la direttrice di Italia Che Cambia, una delle principali testate nazionali in materia di sostenibilità e innovazione. Qual è il ruolo dei canali di informazione nella lotta ecologica che portate avanti?

Sono consapevole che tra i social network e certe testate giornalistiche spesso parliamo tra noi, per questo motivo ci basiamo su azioni di lunga durata per attirare l’attenzione di tutta la popolazione. Si deve parlare di più di collasso sociale, catastrofe ecologica e climatica, sesta estinzione di massa in corso. Non dobbiamo avere paura di dire la verità, non è più tempo di usare un linguaggio controllato tipico delle ONG per paura di destabilizzare i lettori. Oggi più che mai dobbiamo portare questi temi e queste parole, tanto forti quanto vere, nel dibattito pubblico. Il nome Extinction Rebellion, di fatto Ribellarsi all’Estinzione, è una scelta politica, che porta al centro dei riflettori parole come ribellione ed estinzione. Aiutiamoci. La società ha bisogno delle giuste parole per poter chiedere cambiamenti reali ai politici che per ora si sono dimostrati incapaci di rispondere. 

Difesa della terra e delle tribù indigene, impegno per il riconoscimento dei diritti LGBTQ+, lotte contro il neoimperialismo economico e lo sfruttamento del lavoro… credi che ci sia un filo conduttore che lega tutte queste battaglie al vostro impegno per un cambio di rotta in tema ambientale ed ecologico?

Il filo conduttore è l’amore per la vita. Anche noi parliamo di sistemi di repressione e separazione. Tutto questo fa parte del nostro linguaggio. La logica della separazione è quella che alimenta il colonialismo, dall’era industriale dove l’uomo bianco ha un atteggiamento di superiorità. Non abbiamo voluto riconoscere questo e la nostra cultura ha integrato questa separazione, di “noi” e “loro”, a cui integra altri sistemi di repressione. Discriminazione di genere e sesso, LGTBQIA+, singoli individui, animali, classe, aspetto… queste dinamiche si ripetono all’interno di ogni singolo gruppo sociale. Per esempio, un genitore che pensa che la sua opinione debba valere più di quella della propria prole, il fatto che un non laureato debba sentirsi in difetto a confrontarsi con chi una laurea ce l’ha. Non ci ascoltiamo, e questa violenza trova spazio nel nostro linguaggio. Per questo in Extinction Rebellion cerchiamo attivamente di riconoscere e ridurre gli effetti del potere, non nascondendo ma facendo emergere dinamiche tossiche. Nelle nostre interazioni cerchiamo di porci in ascolto attivo, usando la comunicazione nonviolenta. Un messaggio che mi sento di lanciare a tutte le persone attive nel cambiamento sociale è che se non riusciamo a mitigare gli effetti della catastrofe ambientale, perderemo di conseguenza ogni singola lotta per il progresso sociale.

Fridays For Future (FFF): uniti nell’obiettivo ma distanti nelle modalità di attivismo. Perché? Quali sono i punti di maggiore divergenza?

Vedo cosa ci unisce rispetto a cosa ci divide. La divergenza pare essere minore giorno dopo giorno. FFF è nato come movimento spontaneo che porta nel suo nome la sua strategia principale. Fare sciopero partendo dalla scuola. È vero che oggi ha preso diverse forme, differenti da luogo a luogo, e che alle manifestazioni prendono parte persone di ogni età. Extinction Rebellion chiede a gran voce di fare Disobbedienza Civile Nonviolenta il più a lungo possibile, per creare un disturbo, una vera e propria rottura del fitto tessuto sociale. Un’altra differenza è che chiediamo una democrazia reale. La democrazia rappresentativa ha fallito. Abbiamo bisogno che vengano istituite assemblee dei cittadini e delle cittadine con potere deliberativo. La crisi del 29 portò al nazismo, la crisi del ceto medio portò al fascismo, questa crisi sanitaria ha dato pieni poteri ad Orban in Ungheria. La storia ci insegna che crisi ed emergenza causano paure, senso di smarrimento ed è facile cadere in limitazioni delle libertà individuali, è facile cedere la scelta al Governo. Ed è facile essere colpiti maggiormente se non si è parte delle classi sociali più agiate. Di fronte all’emergenza chiediamo più democrazia. È un tema molto vasto, lo potremmo approfondire in un secondo appuntamento. Ad ogni modo, non ho perso nemmeno una marcia organizzata da FFF. Sono un grande sostenitore e ritengo che Extinction Rebellion non escluda FFF, e viceversa. Per questo, invito le attiviste e gli attivisti di FFF a scendere nelle strade assieme alla prossima ondata globale ribellione.

Negli ultimi mesi in Italia sono nati movimenti di aggregazione del basso estremamente attivi da un punto di vista sociale che hanno scelto una maggiore comunicazione con la classe dirigente e politica (vedi 6000 Sardine). Extinction Rebellion sembra si contraddistingua più come un movimento di rottura, meno disposto ad aprire tavoli di negoziato con politici e imprenditori. È davvero così? Perché?

Parliamo con tutti e tutte, ma la nostra tattica principale rimane fare disobbedienza civile nonviolenta. Mi piace pensare ad una situazione dove una persona in politica viene a parlarmi, io la fermo con gentilezza, senza presa in giro, e le dico: «Scusami, ne possiamo parlare dopo? Stiamo organizzando un’azione». Dobbiamo uscire dalle logiche politiche, guidate da scelte di mercato. Se lasciamo che i politici guidino la conversazione, entriamo nel loro gioco e perdiamo la nostra forza. Non vogliamo tavoli di negoziato con le persone in politica, chiediamo assemblee partecipative e deliberative dove a decidere saranno le cittadine e i cittadini.

Leggendo il manifesto di Extinction Rebellion risulta molto chiaro ciò che chiedete ai governi nazionali. Quali sono invece le vostre richieste alle grandi aziende? Quale pensi sia l’incentivo per convincere multinazionali con un valore economico-finanziario pari a quello di intere nazioni a investire per cambiare i propri modelli di produzione?

Siamo in una emergenza ambientale dalla portata impressionante, rischiamo davvero il collasso sociale in pochi anni. Siamo cittadini e cittadine che credono che facendo vera disobbedienza civile abbiamo più possibilità di forzare un cambiamento. In Inghilterra, dopo le azioni di Extinction Rebellion, è aumentata sensibilmente la percezione della popolazione riguardo l’emergenza ecologica e climatica. Se questo dovesse accadere in tutta Europa, poi negli USA, le cose potrebbero iniziare a cambiare. La ricerca di profitto delle multinazionali è parte di questo sistema tossico, noi scegliamo di parlare a persone, non a corporazioni, e allo stesso tempo facciamo pressione al Governo affinché le cose possano cambiare in modo sistemico, portando le aziende a doversi attenere alle scelte. Teniamo a mente che ogni obiettivo è sorretto da dei pilastri, chiamati “pilastri del potere”. Se vogliamo cambiare lo status quo, quindi il “è così, così è sempre stato e così sarà”, dobbiamo mirare ai pilastri che lo sorreggono, tra cui anche Governo, mass media ed economia (multinazionali comprese). Molte azioni sono mirate a colpire le multinazionali dei combustibili fossili, così come quelle del settore della moda fast fashion o del veicolo a motore.

Dove vedi il movimento di Extinction Rebellion tra 10 anni? E cosa personalmente speri di aver lasciato come attivista tra 30 anni?

Dopo la ribellione, la ribelle torna a casa. Spero che XR rimarrà solo un grande ricordo, ma che non ci sarà più bisogno di ribellarsi. Quello che non so è se tra 10 anni avrò o meno una casa. La banca mondiale stima che entro il 2050 saranno oltre 300 milioni le persone sfollate che dovranno cambiare casa per motivi climatici ed ecologici. Altre stime parlano di 1 miliardo, una persona su 8 circa. E io che abito nella pianura padana, a Venezia, rientro in quei numeri. La verità è che non mi immagino tra 30 anni, ma sono sincero nel dire che questo non mi spaventa. Mi vedo e mi sento ora, e in questo momento so che sto facendo la scelta giusta.

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