Bolivia nel caos, gli aggiornamenti da La Paz

Bolivia nel caos, gli aggiornamenti da La Paz

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La Bolivia è nel caos. Morales vola in Messico e l’esercito scende in strada per garantire la sicurezza. Il Paese si spacca in due e mentre l’incertezza istituzionale acuisce il conflitto si affaccia lo spettro della crisi umanitaria.

 
Lunedì, sera. La Paz ed El Alto sono sotto assedio, come tutte le principali città della nazione andina. L’odore di gas riempie ovunque le strade, gli scoppi sordi delle esplosioni spezzano il silenzio surreale con cadenza ciclica. Non ci sono auto, le persone si muovono a piedi, agli angoli dei marciapiedi cassonetti di lamiera bruciano senza sosta. Molti abitanti li utilizzano per riscaldarsi fuori dalle proprie case, vegliando affinché non vengano saccheggiate; la chiamano la “vigilia”, ovunque ci si prepara ad una notte senza sonno. Interi palazzi sono ridotti a cenere, i resti dei bus della città fatti carbone campeggiano spogli al primo buio. Il suono freddo delle sirene della polizia impregna a intermittenza l’aria.

Nella giornata di domenica, l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) ha pubblicato le tredici pagine del Rapporto Preliminare sulla revisione riguardante la legalità e trasparenza delle elezioni presidenziali tenutesi in Bolivia lo scorso 20 ottobre. La relazione ha certificato numerose incongruenze, circostanziando le accuse mosse dalle opposizione che incolpavano il presidente uscente Evo Morales, da quattordici anni alla guida del paese, di frode elettorale e delegittimando i risultati diramati dal Tribunale elettorale il 25 ottobre che confermavano la vittoria al primo turno del rappresentante del Movimento al Socialismo (MAS) per il quarto mandato consecutivo (qui il documento completo).

Alla notizia, le pressioni dei movimenti civili e delle opposizioni che chiedevano le dimissioni del presidente in pectore si sono fatte ancora più forti. In un clima diffuso d’instabilità e guerriglia urbana in corso da giorni, con scontri quotidiani tra i sostenitori del MAS e i manifestanti d’opposizione, i rappresentanti delle forze di polizia e dell’esercito hanno sciolto la riserva schierandosi a favore delle forze di protesta e chiedendo a loro volta le dimissioni del presidente.

Alle ore 16:51 della stessa domenica Morales ha allora ufficializzato la volontà di rassegnare le dimissioni, sottolineando che questa scelta è stata presa unicamente per garantire una rinnovata pace nel paese. A seguito della conferenza stampa sulla rete nazionale, il presidente socialista si è rifugiato nella propria residenza privata nel Chapare, poco lontano da Cochabamba, da dove ha incitato i propri  sostenitori a difendere le istituzioni contro i leader delle opposizioni, Carlos Mesa e Luis Camacho in primis, definiti in un tweet “razzisti” al servizio del capitale straniero.

Bolivia - Evo Morales

Evo Morales ha guidato la Bolivia ininterrottamente per quattordici anni

All’annuncio, tra le strade di Santa Cruz e La Paz sono scoppiate manifestazioni di giubilo e fiumane di cittadini e cittadine hanno invaso i quartieri del centro armati di bandiere nazionali. Ben presto però la situazione è cambiata e sono scoppiati i primi scontri tra i manifestanti e coloro che hanno visto nella scelta di Morales il risultato di un golpe architettato dalle opposizioni appoggiate dalle forze armate. Nella cittadella di El Alto numerose persone vicine al MAS sono scese in strada al grido di «Ahora si, guerra civil!» attaccando vari edifici di rappresentanza e appiccando fuochi in giro per i viali principali. La polizia ha risposto con gas e cariche senza sosta. Nella giornata di lunedì gli scontri sono proseguiti senza pausa. Si registrano numerosi feriti, oltre a mezzi della polizia ridotti alle fiamme e palazzi e bus cittadini finiti in cenere.

Con le dimissioni di Morales, sono arrivate anche quelle del vicepresidente Àlvaro Garcia Linera e dei presidenti rispettivamente di Senato e Camera, Adriana Salvatierra e Victor Borda. Seguendo il dettato costituzionale, la guida della nazione sarebbe devoluta a Jeanine Aňez, rappresentante d’opposizione eletta per il partito Democratas, vicepresidentessa del senato boliviano. Nella sera di lunedì Aňez ha confermato l’intenzione di accettare l’incarico «esclusivamente per il tempo necessario per arrivare a nuove elezioni trasparenti», individuando la data del 22 gennaio 2020 come la più probabile per la prossima tornata. Tuttavia, allo stato attuale l’Assemblea Legislativa non ha ancora approvato la lettera di dimissioni del presidente Morales, essendo stata rimandata la seduta ad hoc della Camera dei Deputati per ragioni di sicurezza pubblica. Questa incertezza istituzionale non ha fatto che acuire il clima d’instabilità all’interno del paese.

Ad aumentare la criticità della situazione è arrivata anche la notizia dell’arresto per brogli della ex presidentessa del Tribunale elettorale, Maria Eugenia Choque, la quale agli inquirenti ha ammesso di aver agito «prigioniera di decisioni imposte».

Di fronte alla escalation di violenza il comandante dell’esercito boliviano, Williams Carlos Kaliman Romero, ha ufficializzato il pattugliamento da parte delle forze armate delle strade delle principali città boliviane dichiarando di voler ristabilire l’ordine in tutto il paese. Attualmente polizia ed esercito stanno coordinando un piano operativo di comune accordo per sedare gli atti di vandalismo. La preoccupazione è che questa operazione sfoci in una manifestazione di forza delle autorità e non faccia altro che acuire la durezza del conflitto.

Bolivia - manifestanti pro Evo Morales

Manifestanti pro-Evo

Nel mentre, attraverso i propri canali social il presidente Morales ha fatto sapere di aver ricevuto proposta di asilo politico da parte del Messico ed in queste ore sarebbe in viaggio all’interno di un convoglio nazionale verso la capitale del paese dove troverà protezione.

La situazione è critica in tutto il paese e una soluzione pacifica non sembra essere all’orizzonte. La militarizzazione delle strade delle principali città, unita ad una instabilità istituzionale senza precedenti, sono i fattori principali che accendono ulteriormente il clima sociale divenuto infuocato negli ultimi giorni.

I sostenitori di Morales non esitano a chiamare quello che sta avvenendo in queste ore “un golpe di stato” promosso con l’aiuto di stati stranieri, vedendo nella pressione delle forze armate il fattore determinante la scelta di dimissioni. Dall’altro lato, gli oppositori fanno valere i risultati del monitoraggio eseguito dalla OEA e arrivano a denunciare un presunto piano delle forze masiste per riconquistare il potere attraverso la violenza.

In questo clima di estrema incertezza, la comunità internazionale si spacca in due blocchi seguendo le direttrici presenti nel Paese. All’accusa di golpe rilanciata da Maduro in Venezuela, fa da eco il sostegno espresso dal presidente brasiliano Bolsonaro alle forze di opposizione.

L’ombra nera di una crisi umanitaria in Bolivia si fa sempre più scura. Supermercati svuotati, ospedali che lavorano ad intermittenza, aeroporti bloccati con i militari che ne pattugliano il perimetro. La preoccupazione è che il paese cada in un periodo di lotta interna simile a quella che sta consumando il Venezuela. La speranza è che la scelta del presidente Morales di farsi da parte sia effettivamente un motivo di pacificazione e aiuti a ricondurre lo scontro all’interno di un confronto politico. Purtroppo, l’intervento deciso delle forze armate non sembra offrire alcuna garanzia in questo senso.

Bolivia - manifestanti contro Evo Morales

Manifestanti festeggiano le dimissioni di Evo Morales

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