Bolivia, la tempesta prima del voto

Bolivia - protesta contro Evo Morales

Bolivia, la tempesta prima del voto

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La Paz è una polveriera. Oggi 20 ottobre 2019 in Bolivia avranno luogo le elezioni presidenziali, le prime dopo l’annuncio del presidente socialista Evo Morales di voler ignorare l’esito del referendum tenutosi il 21 febbraio 2016 che ne chiedeva sostanzialmente le dimissioni. Sindacati, partiti politici, associazioni di categoria: si moltiplicano le manifestazioni di protesta e le sommosse di piazza.

Hanno cominciato i minatori di San Cristobal, chiedendo maggiori diritti e garanzie per i propri contratti collettivi. Si sono uniti poi i medici e i farmacisti di tutta la nazione, allarmati dalle conseguenze del piano sanitario appena approvato che sulla carta prevede l’estensione del diritto alla salute a tutti i cittadini ma nella pratica manca di prevederne la copertura economica. Nell’ultimo fine settimana hanno incrociato le braccia anche i conducenti del trasporto urbano, inferociti contro l’amministrazione cittadina per l’introduzione di un nuovo servizio pubblico di linea su ruota che rischia di sottrarre passeggeri al trasporto informale in minibus e “micro”. A rendere ancora più instabile la situazione contribuisce l’attuale crisi ambientale nella Chiquitania, regione amazzonica del sud devastata da un ciclo d’incendi senza precedenti, e le accuse del sindaco di La Paz Luis Revilla Herrero, agli arresti domiciliari per un presunto abuso d’ufficio nell’ambito della gestione dei rifiuti urbani, nei confronti del presidente Morales, esponente del partito rivale Movimento per il Socialismo, di utilizzare lo strumento della giustizia per eliminarlo dalla scena politica.

Un clima tutt’altro che sereno a cui fa da sfondo una campagna elettorale dai toni referendari dove l’intero dibattito sembra incentrarsi sulla figura del presidente Morales, oramai da quattordici anni in carica alla guida del paese, e uno stato economico del paese nient’affatto felice. La Bolivia è il paese più povero del Sud America in termini di PIL pro capite, dopo la Guyana e il Paraguay, con un reddito medio annuo che si aggira sui $ 7,200, 124esima nazione a livello mondiale. Tanto basta per capire che le sfide per il prossimo presidente, comunque vada, saranno innumerevoli e tutte di portata pantagruelica: rendere sostenibile il sistema sanitario pubblico da poco varato; potenziare il piano infrastrutturale, a cominciare dalle connessioni su terra ormai in decadimento; combattere la piaga della corruzione all’interno degli apparati pubblici; riprogettare il piano energetico del paese, ridotto a bacino d’utenza per le economie straniere, solo per nominare alcuni dei punti in agenda.

Lo scenario appare quanto mai teso e delicato. Alle turbolenze interne, causate da una economia fragile e da un tessuto sociale sbrindellato, si contrappongono le spinte internazionali e gli interessi economici delle lobby straniere che vedono nella Bolivia un luogo perfetto per investimenti a basso costo. La verità è che l’intera America Latina sta attraversando un periodo cruciale per la propria storia politica. Dopo l’inversione di tendenza registrata nella maggioranza degli Stati del continente avvenuta nel primo ventennio del 2000, quando ai governi filo-socialisti sono succeduti partiti caratterizzati da una forte componente populista di estrazione neo-liberale (vd. Bolsonaro in Brasile, Macri in Argentina, Kaczynski in Perù), la Bolivia, assieme al Venezuela ormai ridotto alla guerra civile, rischia di rappresentare l’ultimo baluardo di una tradizione politica formalmente di sinistra.

Questo lascito si porta dietro evidenti conseguenze in termini di simpatie economiche e relazioni a livello globale. Nell’ultimo decennio il paese è divenuto terreno fertile per gli investimenti cinesi, mirati in particolare a sfruttarne il potenziale energetico e minerario. Una eventuale inversione di rotta in termici politici potrebbe aprire le porte agli investimenti provenienti dagli Stati Uniti, paese con il quale al momento non corre buon sangue (qualche settimana fa Morales ha accusato pubblicamente Trump di sostenere il narcotraffico nel paese sudamericano al fine di creare il pretesto per installare basi militari sul territorio).

In questa contingenza, l’uomo forte è sicuramente lui, Evo Morales, il politico del popolo, il sindacalista cocalero di origini aymara asceso alla guida del paese per plebiscito popolare. Seguendo a tratti la tristemente famosa scuola politica sudamericana degli anni ’70, Morales sta utilizzando tutti gli strumenti totalitari a sua disposizione per guidare il consenso delle masse. I canali di comunicazione sono sostanzialmente asserviti alla propaganda del partito di maggioranza. È stato recentemente aumentato il salario minimo delle forze armate così da garantirne la fedeltà. Gli avversari politici sono vittima di campagne d’odio architettate ad hoc (se non addirittura d’intrighi giuridici, come sembrerebbe essere nel caso del sindaco di La Paz). Rifugiati e immigrati sono quotidianamente vittime di abusi ed espulsioni indiscriminate in nome di un protezionismo ideologico.

Di contro, la voce delle opposizioni appare scemare nel fumo della politica dittatoriale malcelata dal profumo di un socialismo di facciata. Le stesse organizzazioni internazionali, come Amnesty International e Human Rights Watch, vivono la difficoltà di operare all’interno del territorio, vittime di una campagna di chiusura senza eguali. Gli occhi, oggi, sono tutti sul popolo boliviano, stretto nella forbice di un progresso che stenta ad arrivare e di una tradizione ancestrale ormai contaminata dai modelli occidentali. Sceglierà ancora la guida dell’uomo forte o dirotterà lo sguardo verso un’apertura neoliberale? Tutto sembra presagire la prima opzione. A meno che lo sguardo della storia recente saprà suggerire alla maggioranza qual è il rischio che si nasconde dietro al quarto mandato consecutivo del presidente in carica.

In Bolivia si gioca una partita pericolosa dalla quale dipendono gli equilibri dell’intero continente. L’ombra della crisi venezuelana campeggia sul paese, infuocato da proteste e scioperi. La speranza è che il suo esito non rappresenti l’ennesima spartizione d’interessi elitari, lontani anni luce dalle reali esigenze di un popolo allo stremo.

[Immagine in evidenza: Santa Cruz, Bolivia, 4 ottobre 2019: un gruppo di manifestanti protesta contro le misure del presidente Evo Morales di fronte agli incendi boschivi. Credits: Rodrigo Urzagasti / Reuters].

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