Eddy e l’insegnamento degli occhi

Eddy

Eddy e l’insegnamento degli occhi

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«Cosa te gusta mas de aqui?» «Todos». Eddy mi guarda con le pupille grandi, come se volesse incollarmi addosso il suo senso di gratitudine. Sposta lo sguardo sul giardino attorno, poi un po’ più in là verso gli alberi di lugma, limone, cedro, ferma un attimo i pensieri sul campetto da calcio in fondo vicino al fiume. Chiude gli occhi e sembra annusare il sapore delle piccole onde sui sassi, ascoltarne il suono limpido. Poi torna a guardarmi e allarga le guance in un sorriso da bambino. «Todos!».

Eddy è nato con una malformazione al lato destro del corpo, un marchio indelebile che ne ha condannato il destino sin da neonato. La madre è morta dandolo alla luce ed il padre è scappato da casa quando aveva solo due anni. Gli otto fratelli allora hanno letto nel suo handicap una colpa senza rimedio, un peso inutile. A poco più che due anni è stato abbandonato in strada, come uno straccio logoro e fradicio che non può servire più. Raccolto dalla pietà di una cholita della quale ricorda solo le mani grandi e il profumo di casa, inizia la sua processione tra un istituto per minori e l’altro, scoprendo che in fin dei conti quelle mani storpie potevano servire a vivere con e per gli altri. L’infanzia è colorata dai giochi e cartelloni pralinati del centro di accoglienza La Paz, una casa per più di 100 orfani gestita dall’instancabile equipe di volontari boliviani e olandesi. Ormai adolescente è costretto a trasferirsi nell’istituto ISPI, quattro mura di cemento che chiudono i sogni dei ragazzi che vi vivono creando un ghetto nascosto agli occhi del mondo fuori.

Scappa, vive in strada, storpio, orfano, solo. I suoi occhi grandi svelano il grigiume di una società indifferente, che si sciacqua la coscienza con proclami a favore dei disabili ma poi nella pratica dimentica la pietà dell’assistenza. Scopre per caso la Comunidad Papa Juan XXIII, una realtà che a La Paz si occupa soprattutto di assistenza a coloro che soffrono di dipendenza da sostanze o non hanno un tetto sulla testa alla sera. Viene accolto nell’Hogar S. Vicente a Tembladerani. Qui il tepore di una famiglia si fa vivo. Tra ragazzi di strada come lui e vittime della dipendenza, sperimenta le possibilità di un luogo dove la porta protegge e non confina, dove gli educatori lavorano per costruire un legame di carità senza opprimere, dove sentirsi libero di ricominciare daccapo lontano dal cappio di un passato violento. Vive a S. Vicente per anni, prima di trasferirsi nella Comunidad di S. Aquilina a Bajo Lipari, un appezzamento di terra in aperta campagna a due passi dal Rio Abajo dove si offre riparo gratuito e una terapia di reinserimento ad alcolisti e senza dimora. Vive finalmente in un appartamento tutto suo, tra alberi verdi ed il silenzio delle stelle alla sera.

È qui che ho conosciuto Eddy. Mi ha raccontato la sua storia spolverando un vecchio libro di fotografie ingiallite, con uno sguardo serio e nostalgico, consapevole di aver barattato la possibilità di un’infanzia dignitosa per un presente finalmente sereno, felice. Ora partecipa ai taller di artigianato e cucito, dà una mano in cucina, martedì scorso è sceso anche in campo per giocare la partitella di calcio settimanale. Per i ragazzi che stanno affrontando il programma terapeutico è un fratello, un esempio di gratitudine e semplicità, qualcuno dal quale andare quando nasce l’esigenza di una iniezione di naturalezza.

Lo guardo e leggo nei suoi occhi leggeri un animo puro, graffiato, risorto dal proprio passato con la coscienza di un bambino ancora vergine ai panni sporchi dell’adulto, nonostante la vita ne abbia provato le fibre. «Todos». Questo è quello che gli piace di più del posto dove vive, delle giornate che gli riempiono le mani. Tutto. Ieri è una carta sporca volata via, le sue braccia storpie sopra ogni cosa gli ricordano quotidianamente l’importanza incrollabile della volontà, il sorriso largo benedice il sole che l’accompagna al mattino. Guardarlo, solo guardarlo negli occhi diventa una preghiera di benedizione alla vita. Un omaggio alla resilienza, alla gratitudine, alla semplicità.

Dopo averlo scrutato leggero per qualche secondo anch’io ho rivolto il mio sguardo sul prato d’intorno, sugli alberi, il campo da calcio, il cielo largo. Vi ho visto l’immagine viva della bellezza. Un quadro semplice e vero della realtà.

Allora ho capito che questo è l’insegnamento più profondo che Eddy mi abbia segretamente sussurrato: d’imparare a guardare  le cose per quello che sono, semplicemente, profondamente, belle così come si mostrano.

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