Elisa Pomarelli e la violenza della narrazione etero-patriarcale

Elisa Pomarelli

Elisa Pomarelli e la violenza della narrazione etero-patriarcale

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Elisa è stata uccisa da Massimo, un uomo che non ha voluto accettare un NO come risposta, un uomo che non ha voluto rispettare il rifiuto sessuale di lei e che andava raccontando in giro, mentendo, che la ragazza fosse la sua fidanzata, nonostante lei più volte gli avesse detto di volere solo un’amicizia, nonostante lei fosse lesbica. Massimo l’ha strangolata, ha occultato il cadavere, si è nascosto cercando di crearsi un alibi per 15 giorni, facendosi anche vedere in giro come se nulla fosse. Braccato dalle forze dell’ordine, consapevole di non avere scelta, ha poi confessato il femminicidio e lesbicidio. Elisa aveva solo 28 anni e tanti sogni. Un legame speciale con le sorelle, che oggi la piangono insieme a tutta la famiglia, distrutta dalla perdita. Elisa era solare, dolce, piena di vita. Aveva tanti amici e amiche che sentiranno terribilmente la sua mancanza.

Car* giornalist*, ho smesso di credere all’ingenuità ed incompetenza di molt* di voi. Credo invece alla vostra malafede. Il nauseabondo articolo di Andrea Cuomo per Il Giornale in risposta alle dichiarazioni di Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, ne è la riprova. La narrazione che ne emerge è la solita: è colpa nostra se ci ammazzano (o se ci stuprano), colpa nostra perché scegliamo le compagnie e amicizie sbagliate, colpa nostra perché “neghiamo” del sesso al maschio, ma continuiamo a voler essergli amiche. Colpa nostra se diciamo no, colpa nostra se diciamo sì. Colpa nostra se ci piacciono gli altri uomini, o le donne, o entrambi persino… e allora diventa inaccettabile il rifiuto, perché cavolo, “la dai a tutti”, perché proprio a me NO?

Troppo facile rinnegare e criticare le “etichette” che ci “sviliscono” quando voi giornalisti- e mi rivolgo qui alla quasi totalità delle testate mainstream – siete stati i primi a riportare la vicenda del femminicidio di Elisa Pomarelli in una cornice eteronormativa, sessista e viscidamente colpevolizzante nei confronti di quella che è e resta la vera vittima, l’unica e sola. Elisa era lesbica e sì, occorre ribadirlo altre 100 volte, perché l’avete raccontata come la compagna un po’ confusa di un uomo che lei, invece, non ha mai voluto né avrebbe potuto volere, un uomo incapace di accettare un rifiuto sessuale, perché questo è il succo. Avete presentato il rapporto tra Elisa e il suo omicida come una relazione sentimentale entrata in crisi, un morboso e autodistruttivo rapporto in cui, in fondo, ognuno ha la sua parte di colpa. Come giornalisti, come esperti di comunicazione e informazione, come gente che dovrebbe seguire un’etica  ben precisa e un codice deontologico piuttosto chiaro dovreste solo vergognarvi.

E allora sì, Elisa è morta due volte, anche con la vostra complicità. Perché siete responsabili del vilipendio del suo nome, della sua identità e dignità di donna che voleva essere padrona di se stessa e della propria vita sessuale, perché avete sovradeterminato la sua storia e persona ignorando la sua libertà, fatto ben più grave ora che non può più parlare né rivendicare alcunché, perché uccisa da quell’uomo che oggi vi prodigate tanto a presentare come un sempliciotto incapace di comprendere la portata di ciò che ha fatto o la sostanza del rapporto che lo legava ad Elisa. Quell’uomo che andava in giro a dire che Elisa fosse la sua “fidanzata”, nonostante lei avesse più e più volte chiarito di essere solo un’amica. Avete rimesso in circolo quella bugia e questa è una forma di violenza, doppia, inaudita.

C’è chi tra voi ha sostenuto che «proprio in quanto lesbica lei [Elisa] aveva probabilmente deciso di potere gestire un rapporto ambiguo che l’ha fatta finire sotto un metro di foglie e sterpi in una fossa da cinghiali e non da donne»… non notate la contraddizione in termini? State praticamente, qui, dimostrando il punto e aggiungendo motivi per denunciare con fermezza questa narrazione. State dicendo che essere lesbica significa essere costitutivamente fonte di frustrazione e ambiguità per il maschio etero, come fosse una colpa da saper gestire in qualche modo per non finire in situazioni spiacevoli. Per non finire ammazzate, in questo caso. Siete l’esempio lampante di una società che non ha ancora imparato a rispettare l’identità sessuale di chi etero non è, identità che è inevitabilmente causa di fraintendimenti e che non può che essere ri-letta tramite la lente del paradigma etero-patriarcale, per essere normalizzata, criminalizzata o persino entrambe le cose.

Mi rivolgo anche a voi, amici di la Repubblica, e a lei, Valerio Varesi, che, dopo averci consegnato un ineccepibile tentativo di vittimizzazione dell’omicida, scrive di «un equivoco e un gioco alla fine pericoloso». Un gioco. Mentre scrivo tremo, pensando a me, alle mie amiche, a mia sorella, a come sarebbe narrato ancora oggi un mio ed un loro rifiuto che potrebbe condurci allo stesso destino. No, vedete, anche io ci casco: al diavolo il destino, al diavolo i raptus, la follia, l’ossessione, il tragico dramma. Basta con questa lettura romantica della violenza. Basta definire destino ciò che dipende da qualcosa di umano, troppo umano.

Per quanto ancora dovremo sentirci quasi in dovere di giustificare i nostri desideri e rivendicare pieno possesso del nostro corpo, sesso, cuore? Per quanto ancora dovremo sorbirci le foto che ritraggono le nostre sorelle, madri, amiche con l’uomo che le ha ammazzate? Per quanto ancora dobbiamo essere additate subdolamente come colpevoli, doppiogiochiste, p*****e, manipolatrici, approfittatrici, ambigue, ai danni dell’ennesimo uomo fragile, bonaccione, “semplice”, “goffo”, forse un po’ troppo primitivo, un po’ troppo analfabeta emotivo, «incapace di distinguere tra un sentimento e l’altro, tra l’amore e la tenerezza, tra la gita e il bacio, tra il pranzo in trattoria e il sesso» (cito testualmente dall’articolo de Il Giornale).

Decidetevi, come dobbiamo comportarci? Assertive o comprensive? Categoriche e brusche nel rifiuto o dolci e accomodanti? Il punto è che non importa, in ogni caso sarà colpa nostra, ancora. Nel primo caso avremo provocato l’ira omicida perché “troppo dure”, nel secondo non saremo state abbastanza chiare, abbastanza comprensibili.

Sono stanca. Sono rammaricata. Ma non sconfitta.

Che la rabbia diventi carburante, trasformandosi in passione, determinazione, desiderio di lotta e coraggio di rivendicare la nostra libertà, la nostra autonomia, il nostro diritto di amare e fare sesso con chi scegliamo noi.

Per Elisa, per tutte.

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