Fuga dall’Ucraina – Impressioni dalla stazione: Parte 5

Un bimbo ucraino che ha voglia di dire "ciao" in russo, un lamento assordante ai lati dei binari, un grazie lasciato cadere negli occhi lucidi. Sara ci apre gli occhi sulle storie quotidiane di chi è in fuga dall'Ucraina. Continua il diario di accoglienza dalla stazione di Amburgo.

Quelle qui riportate sono brevi storie di persone incrociate alla stazione centrale di Amburgo, dove l’autrice fa da volontaria in un’associazione chiamata ASB per supportare e coordinare l’arrivo e il viaggio di chi cerca rifugio dalla guerra in Ucraina. Ogni giorno, dei volontari si danno il cambio in turni di 3-4 ore in cui viene prestato un servizio di accoglienza (dando cibo, acqua e altri servizi essenziali come i gettoni per i bagni) e di assistenza che include l’aiuto con il trasporto verso luoghi sicuri. Per fare ciò, chi sa parlare russo o ucraino si mette ad ascoltare quello che viene richiesto dalle persone in arrivo, cercando di coordinare il restante viaggio insieme a Deutsche Bahn, la compagnia di treni tedesca di proprietà statale (un po’ come l’italiana Trenitalia) che si offre da tramite per il trasporto delle persone attraverso la Germania. Per questo, all’associazione è stata assegnata una piccola stanza proprio accanto al “Reisezentrum”, ossia la biglietteria della stazione, con qualche sedia e attrezzata con acqua calda, prese della corrente e panini fatti al volo dai vari volontari. Gli “interpreti”, gruppo di cui l’autrice fa parte, sono perlopiù persone di origine russa che sono da molti anni in Germania o all’estero.

Fin dai primi momenti della guerra, il flusso migratorio di persone dall’Ucraina verso altri Paesi Europei è stato incredibilmente massiccio. Per fare fronte alle ovvie difficoltà che si presentano durante un viaggio del genere, moltissime persone si sono rese disponibili ad aiutare in ogni modo possibile. Ad Amburgo, l’associazione di volontariato a cui chi scrive ha iniziato a fare parte, proprio per prestare soccorso a chi è in arrivo, ha organizzato il coordinamento non solo in stazione, ma anche di raccolta di soldi, vestiti, cibo, mobili, e chi più ne ha più ne metta, per far fronte alle esigenze delle persone.

Qui sotto, una cartina dell’Europa centro-orientale per orientarsi con alcuni dei posti indicati nei vari racconti, e per tenere a mente la distanza percorsa in treno dalle persone in fuga dalla propria città.

Una signora accompagnata dalla madre e dal figlio sui cinque anni si avvicinano per chiedermi informazioni. Inizio a parlare, quando sento strattoni leggeri sulla manica del giubbotto: è il bambino che ci tiene a dirmi “privet!” (ciao, in russo).

Un’interprete mi chiede di aiutare una signora che ha fretta, lei e la famiglia devono prendere il treno per Berlino e la volontaria non sa esattamente dove sia, è da poco ad Amburgo. Corro con la signora per raggiungere il marito e i bambini, che stanno sul binario. Mi mostrano treno e orario, ormai passato. Sono confusi, perché il treno non era lì dove avrebbe dovuto essere? Inizio a chiarire loro che ad Amburgo le banchine dei treni sono divise in sezioni, e il loro treno partiva dalla sezione A fino alla C, ma loro erano sulla parte tra D ed E, dunque probabilmente non lo hanno visto partire. La donna inizia un lamento a voce altissima che continuerà per tutto il quarto d’ora in cui cerco di aiutarli a capire cosa fare. Perché la volontaria non li ha accompagnati direttamente al binario? Perché non ha aiutato per bene? Io difendo la volontaria in questione, che mi ha detto di essere lei stessa una rifugiata ucraina ad Amburgo da un mese, ma la donna non sente ragioni e continua il suo lamento aggressivo contro i volontari, Amburgo, il marito, chiunque. Il marito rimane calmo e cerca di capire il da farsi. Cerchiamo il treno successivo, che purtroppo arriva solo tra due ore, poi guardiamo il prezzo dell’Intercity (ma essendo giorno pre-festivo e a ridosso della partenza, costa ovviamente troppo), cerchiamo autobus e altre alternative. Nulla rimane se non quella di prendere il treno tra due ore. Decidono allora di tornare al Reisezentrum e aspettare lì. La donna parte all’attacco per andare a lamentarsi ulteriormente con la responsabile, e io ringrazio velocemente il caso che mi fa fermare sulla banchina per altri dieci minuti con un’altra donna che mi chiede informazioni, così che quando torno al centro, la donna si è già calmata.

Una ragazza in fila per la cassa mi chiede al volo se è il posto giusto per chiedere i biglietti gratuiti per gli ucraini. Le chiedo per cosa, se è appena arrivata, e mi dice che è arrivata stamattina da Düsseldorf, dove vive, per fare non so cosa. Ora deve ritornare a Düsseldorf. Le inizio a spiegare della nuova regola della DB per cui non è possibile fare quello che pensa di poter fare, e lei allibita mi dice che stamattina a Düsseldorf le hanno dato il biglietto per Amburgo gratuitamente. Io sono senza parole, mi monta la rabbia verso l’inettitudine della DB.

La volontaria che viene dall’Ucraina, Tamara, mi si avvicina a fine turno. Mi ringrazia per quello che sto facendo, per l’impegno che ci metto e l’aiuto che cerco di dare. Mi si riempiono gli occhi di lacrime e le dico grazie, che è fantastico essere qui ad aiutare tutti insieme. Mi chiede di dove sono, e il discorso finisce come sempre sulla spiegazione del perché parlo russo così bene.

Se il tempo a disposizione lo permette, tendo a fermarmi a parlare con le persone per chiedere loro come si chiamano e da dove vengono. Il resto delle loro storie poi viene da se’. Quando arriva il loro turno e mi chiedono da dove vengo, o se è da tanto che vivo in Germania, perché sentono l’accento o gli errori grammaticali delle mie frasi, devo spiegare che so il russo perché il mio ragazzo viene dalla Russia. A questa esternazione, la mia paura di una risposta poco gradita o di uno sguardo ambiguo mi porta ad aggiungere velocemente un sacco di dettagli della nostra storia (che ci siamo conosciuti in Italia, che lui ha imparato l’italiano e che io quindi mi sentivo di ricambiare imparando il russo, che ora anche lui è qui ad aiutare e che aver imparato il russo si è rivelato utile). Finora, questa tattica ha funzionato, oppure ho incontrato sempre persone molto gentili. I commenti che vanno per la maggiore dopo questo racconto sono tutti su quanto l’amore sia meraviglioso e faccia fare queste cose. Non ho ancora trovato chi, dopo aver detto che il mio ragazzo è russo, abbia fatto una pausa, un silenzio, come invece accade ad Andrey1 quando gli chiedono da dove viene e lui risponde. O forse non ho ancora lasciato lo spazio per questa pausa, perché mi intimorisce.

Un uomo arriva con un pezzo di carta su cui è scritto l’indirizzo del centro di accoglienza in cui deve recarsi. È il caso più semplice e felice di tutti, anche se purtroppo la corsa finisce al Casino DB, dato che per stanotte gli autobus che dovrebbero portarlo a quell’indirizzo dopo la corsa in treno, già non vanno più. Ma la strada è facile, e lui è uno di quelle persone belle, grate per qualunque cosa, che ringraziano a non finire. Mi bacia pure la mano quando gli dico che può stare da noi a dormire fino a domani, e che qualcuno lo aiuterà poi domani a trovare la strada giusta. Viene da Donetsk, viveva già in Polonia da un po’ quando è scoppiata la guerra. Ora non ha più nulla in Ucraina e così è venuto qua. Voleva combattere in realtà, mi dice, ma purtroppo non ha una buona salute quindi non è potuto tornare.

Un uomo sulla quarantina carico come un mulo si avvicina stanco. Realizzo poco dopo che è completamente ubriaco. Inizia a biascicare qualcosa in un inglese davvero incomprensibile, quindi io gli dico che parlo anche russo. Inizia a spiegarmi spedito allora che deve andare a Berlino, col primo treno disponibile. È sera tardi, quasi notte, i treni diretti per Berlino non ci sono fino alla mattina seguente. L’unico treno che parte in un’ora, ma deve fare un cambio della durata di tre ore, in piena notte, a Schwerin, dove non ho idea di chi possa esserci ad accoglierlo, prima che ci sia un treno per Berlino. E comunque per tornare in Ucraina, come vorrebbe fare, dovrà pagare i treni in Polonia. Lui si perde a ogni mia frase. Vuole salire sul primo treno, solo la mia coscienza mi fa insistere che no, non ha senso, e che dovrebbe decisamente aspettare la mattina. Arriva un suo conoscente, lo sento dirgli che non capisce nulla di quello che gli sto dicendo e io mi inviperisco, me ne vado ad aiutare altra gente. Dopo un po’, torna all’attacco, di nuovo in inglese. Gli rispondo in inglese e mi dice “in russo, per piacere”. Con un sospiro, gli spiego di nuovo perché non ha senso che lui prenda il treno notturno. Lui mi guarda e mi dice che vuole solo dormire, quindi finalmente lo riesco a convincere ad andare a Casino DB per passare la notte e riprendere il viaggio domani mattina. Prego pero’ Andrey di accompagnarlo, prendendo la scusa delle valigie pesanti.

Riesco a liberarmi quasi un’ora dopo la fine del turno. Quasi tutti i miei compagni di turno sono ancora lì. Ho accompagnato con un paio di colleghe due famiglie nell’hotel di fronte alla stazione, l’Europäischer Hof, per aiutarli con i bagagli e la registrazione. La famiglia che accompagnavo era composta da due uomini (fratelli? Amici? Non saprei) e una bambina sui due anni molto vivace, ma di quelle simpatiche. Il padre della bambina è cittadino russo. Dai suoi lineamenti e quelli dell’altro uomo, deduco che siano ceceni. Viveva già da quindici anni in Ucraina. La madre della bambina è incinta di 9 mesi, all’ospedale, dove plausibilmente partorirà a breve. Sono arrivati verso le otto di sera, senza agitazione ma con la fretta del caso, e la team leader ha cercato subito un ospedale per lei e un posto dove accomodare il resto della famiglia. Saranno ospiti dell’hotel per una notte, colazione inclusa. Cosa faranno dopo stasera, non si sa, ma purtroppo è qualcosa che dovranno scoprire domani. L’uomo è su un altro pianeta, si vede che cerca di tenere tutto insieme ma la sua testa è ovunque.

1 Il mio ragazzo.

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* Sara condivide sul magazine di AWARE una nuova pagina del suo diario di attivismo ogni settimana. Per leggere gli articoli delle scorse settimane clicca qui.

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