Fuga dall’Ucraina. Impressioni dalla stazione: seconda parte

Dall'Ucraina continuano a scappare migliaia e migliaia di persone ogni giorno, principalmente attraverso la Polonia. Sara ogni settimana va in stazione, ad Amburgo, in Germania, per dare il suo contributo come volontaria e interprete. Attraverso questo esercizio di accoglienza, sta scoprendo le storie di chi sperimenta quotidianamente la violenza dell'abbandono più profondo. Ecco la seconda pagina del suo personale diario dal fronte.
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Quelle qui riportate sono brevi storie di persone incrociate alla stazione centrale di Amburgo, dove l’autrice fa da volontaria in un’associazione per supportare e coordinare l’arrivo e il viaggio di chi cerca rifugio dalla guerra in Ucraina. Ogni giorno, dei volontari si danno il cambio in turni di 3-4 ore in cui viene prestato un servizio di accoglienza (dando cibo, acqua e altri servizi essenziali come i gettoni per i bagni) e di assistenza che include l’aiuto con il trasporto verso luoghi sicuri. Per fare ciò, chi sa parlare russo o ucraino si mette ad ascoltare quello che viene richiesto dalle persone in arrivo, cercando di coordinare il restante viaggio insieme a Deutsche Bahn, la compagnia di treni tedesca di proprietà statale (un po’ come l’italiana Trenitalia) che si offre da tramite per il trasporto delle persone attraverso la Germania. Per questo, all’associazione è stata assegnata una piccola stanza proprio accanto al “Reisezentrum”, ossia la biglietteria della stazione, con qualche sedia e attrezzata con acqua calda, prese della corrente e panini fatti al volo dai vari volontari. Gli “interpreti”, gruppo di cui l’autrice fa parte, sono perlopiù persone di origine russa che sono da molti anni in Germania o all’estero.

Fin dai primi momenti della guerra, il flusso migratorio di persone dall’Ucraina verso altri Paesi Europei è stato incredibilmente massiccio. Per fare fronte alle ovvie difficoltà che si presentano durante un viaggio del genere, moltissime persone si sono rese disponibili ad aiutare in ogni modo possibile. Ad Amburgo, l’associazione di volontariato a cui chi scrive ha iniziato a fare parte, proprio per prestare soccorso a chi è in arrivo, ha organizzato il coordinamento non solo in stazione, ma anche di raccolta di soldi, vestiti, cibo, mobili, e chi più ne ha più ne metta, per far fronte alle esigenze delle persone.

Qui sotto, una cartina dell’Europa centro-orientale per orientarsi con alcuni dei posti indicati nei vari racconti, e per tenere a mente la distanza percorsa in treno dalle persone in fuga dalla propria città.

Tante persone, volti che si susseguono uno dopo l’altro. Gente stanca, gente arrabbiata, gente insoddisfatta delle mie risposte, gente che ringrazia a non finire per l’aiuto dato. Di tutto, quello che mi impressiona di più è l’infinita fantasia delle persone dai Paesi post-sovietici sul come indossare una mascherina1.

Due donne mi chiedono informazioni: esiste un volo gratis per l’Islanda? Questa mi è nuova. No, mai sentito che si possa. Ok, che fare allora? Magari si può andare in Svezia? In Svezia, mi chiedo, ma che strano. Ok, cerchiamo. Si può arrivare in un modo o nell’altro, ma non è detto che li accettino, ultimamente dai Paesi nordici vengono notizie strane. Magari ci pensano un po’, per ora hanno un hotel dove pernottare, hanno un bambino di tre anni malato e due altri bambini più grandi, devono parlarne e decidere il da farsi, per ora possono stare lì. Mi chiedono se posso trovare qualcuno che le aiuti con i bagagli, hanno tre grosse valigie e non sanno come fare. Di nuovo ci troviamo al punto in cui essere a fine turno capita al momento giusto. In qualche modo riusciamo a sganciarci dalla folla e le accompagniamo al bus, e poi fino all’hotel. Si chiacchiera, sono due donne alla mano, simpatiche e positive. Sono felici e riconoscenti anche solo dell’essere vive, continuano a ringraziare noi, Dio, la Germania, la Polonia che le ha accolte prima. Ci chiedono di rimanere in contatto per dar loro più informazioni su come raggiungere la Svizzera (a quanto pare si erano confuse sulla destinazione desiderata). Ci abbracciamo prima di salutarci.

Andrey2 è in fila alla cassa poco distante da me con due ragazzoni. Vanno a prendere il biglietto, vedo che chiacchierano fittamente. Quando escono, si salutano con dei grossi abbracci, da vecchi amici. Quando chiedo ad Andrey come mai, borbotta una risposta vaga.

Un altro fine turno di una serata particolarmente piena di delusioni. Una famiglia numerosa mi chiede dove possono dormire per la notte. Non vogliono andare nel centro di primo soccorso perché i bambini (ne hanno cinque, di cui due nate da una settimana, e uno da un mese) sono malati e hanno bisogno di stare al caldo e tranquilli. Cerchiamo un hotel che li accolga a pagamento, perché quelli che fanno accoglienza gratuita sono, a quanto pare, pieni. Chiedo in un hotel vicino alla stazione, la ragazza alla reception mi dà le informazioni, torno dalla famiglia. Il prezzo è alto anche per una camera con otto letti, ma se lo fanno andare. Una volta arrivati, la receptionist inizia a chiedere i documenti di tutti per registrarli. Sette documenti inseriti nel sistema, minuti che passano, bambini sempre più stanchi e adulti sempre più insofferenti. La ragazza mi chiede se sono vaccinati o hanno fatto il test per il coronavirus. Il mondo mi crolla addosso. No, non ce l’hanno. No, non si può pernottare in questo hotel, mi dispiace. Mi sento a terra, poi mi sale la rabbia, ma non posso farci nulla, se non mandare la famiglia nel centro di primo soccorso.

Sono a fine turno, è già passata l’ora e bisogna staccare. Vado incontro ad Andrey, e lo trovo che sta andando al Casino DB (un ristorante convertito in rifugio per la notte per chi deve prendere un treno la mattina dopo), pieno di borse, aiutando una coppia di signori sulla settantina e una ragazza a cui, a occhio, do’ circa sulla ventina d’anni, forse più. Accompagno Andrey e la famiglia. Arrivati a Casino, scopriamo che è pieno e non ci sono materassini per sdraiarsi, ci si può solo sedere. A me si spezza il cuore e propongo ad Andrey di chiedere loro di venire a casa da noi, per quella notte. Siamo unanimi nella decisione che sì, non li si può lasciare lì. Avvicino la ragazza e le chiedo di parlare in privato, appena più in là: non voglio che gli altri sentano, quindi rimango sul vago. Lei sbarra gli occhi, è in panico, guarda la nonna che però le infonde coraggio e le dice di andare a sentire cosa voglio. La rassicuro, e le spiego che io e Andrey abbiamo un divano letto dove i suoi nonni possono dormire, e per lei ci inventeremo qualcosa, ma meglio di starsene seduti lì certamente. Ne parla con i nonni, che accettano l’ospitalità. Andiamo verso la macchina, carichi di borse.

Mentre si va verso casa, ci si presenta e ci si racconta un po’: chi siamo noi, cosa facciamo, chi sono loro, da dove vengono, cosa facevano prima di scappare. La signora si chiama I. M., è una matematica in pensione, mentre il marito, N. R., faceva il militare. Sono entrambi pensionati da qualche anno, e M. è la loro nipote. Suo padre è rimasto in Ucraina, a Charkiv, insieme al fratello di M., per via della legge marziale. Non viene nominata la madre, sospetto sia rimasta a fianco del marito e abbia lasciato andare la figlia minore con i nonni verso cieli più sereni. Offriamo loro quello che possiamo. La giovane M., che nel frattempo scopro avere sedici anni, e non i venti e passa che le davo, dovrà accontentarsi di un rifugio sul pavimento, accanto al divano letto, fatto di svariati strati di coperte, perché tutti i materassini che avevamo li abbiamo dati ad Hannah3 il primo giorno di guerra per aiutarla con i suoi parenti in arrivo dall’Ucraina. M. è di poche parole, non si lamenta. Ci si mette a dormire velocemente, la giornata è stata lunga e intensa. Almeno non devono prendere il treno alle sei di mattina, dato che mi offro di accompagnarli alla stazione all’ora preferita.

La mattina facciamo una buona colazione, e poi li accompagno in stazione. Il treno è già sul binario, e questo mi dà la possibilità di cercare qualcuno della Deutsche Bahn che possa indicare loro quando scendere. Vanno a Neumünster, c’è qualcuno là della Croce Rossa che li aspetta. Ci salutiamo pieni di emozione. I. M. ci chiamava già da quando eravamo in macchina la sera precedente “Sarochka” e “Andriushinka”, come due nipotini. Ci abbracciamo e auguro loro buona fortuna.

Altre due ragazze che vogliono tornare a Varsavia. Dico loro che senza pagare il biglietto non è possibile, ma chiedo se mi possono dire qual è il motivo. Mi dicono che non sanno dove andare stanotte, non hanno idea di come fare a trovare un posto. Io spiego loro quello che so, ma soprattutto che Varsavia è piena e probabilmente la situazione è anche peggiore che ad Amburgo, in termini di quante persone ci sono da accogliere. Do’ loro indicazioni varie, e dopo un po’ noto che non sono più sedute dove stavano. Se ne sono andate. Chissà se hanno trovato un posto.

La cosa peggiore che può succedere in stazione, per me, è non avere risposte alle domande delle persone. Quando mi chiedono cosa possono fare, e io non ho una risposta certa da dare. Soprattutto quando mi chiedono dove possono trovare un posto dove vivere ad Amburgo, non riesco a non farmi prendere da un senso di ansia, mi sento sperduta, come se fossi io stessa a dover cercare. Non riesco nemmeno a immaginare come deve essere lasciare tutto e semplicemente andare, dove non si sa, ma lontano, ancora di più, ma non troppo perché quando arriverà il momento di tornare, bisogna essere vicini a casa. Dall’Ucraina ad Amburgo si passa attraverso diversi Paesi. Fermarsi per qualche giorno significa, nella maggior parte dei casi, andare in qualche posto in comune con centinaia di altre persone, dormire quasi per terra, su dei materassini, e cercare dove andare. E poi? E poi non lo so. Cosa succede dopo il centro di primo soccorso, io non lo so. Ci sono persone che vengono mandate in altre parti della Germania: dove vivranno? Avranno una stanza tutta per sé, o dovranno ancora vivere in un centro fino a che troveranno una stanza, un appartamento? Io queste cose non le so. Forse, saperle non mi aiuterebbe a dormire serena.

Una signora che mi chiede se la traduzione di Google dal russo al tedesco per “grazie per il vostro supporto” è corretta, perché sta scrivendo su un foglio i suoi ringraziamenti per il nostro lavoro in stazione.

Dalla stazione di Amburgo. Ph: Sara Cerioli, 2022.

1 Nel marzo 2022 siamo ancora in piena pandemia e indossare mascherine FFP2 è obbligatorio nei posti al chiuso.

2 Il mio ragazzo, che partecipa insieme a me ai turni in stazione.

3 Mia collega e amica, di origine ucraina, che dal primo giorno di guerra ha accolto in casa sua i vari parenti in fuga e che si è prodigata nel far arrivare aiuti di vario genere all’ospedale dove lavorano sua zia e sua cugina, nei dintorni di Kiev.

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* Sara condivide sul magazine di AWARE una nuova pagina del suo diario di attivismo ogni settimana. Per leggere l’articolo della scorsa settimana clicca qui.

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