Ho sniffato la colla per la prima volta

Ho sniffato la colla

Ho sniffato la colla per la prima volta

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Guglielmo è attualmente a Lubumbashi, in Congo (RD), per gestire dei progetti di sviluppo sostenibile negli ambiti dell’educazione e della salute di base. Vivere questa esperienza significa prima di tutto scoprire il peso di una distanza insormontabile e la realtà di una tragedia che si consuma quotidianamente.

Un paio di giorni fa ho sniffato la colla, per la prima volta.

Un piccolo soffio, da una bottiglietta di plastica della Coca Cola tirata fuori da una tasca sbrindellata.

L’ho avvicinata al labbro superiore e ho inspirato per meno di un secondo. Il sapore metallico è subito evaporato in una nebbiolina di sensazioni molli.

Tutto si è fatto lontano per qualche istante, opaco, poi è tornata la normalità.

Le mani che me l’hanno offerta avevano dieci anni.

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Ero appena uscito da una mostra d’arte in centro quando il solito gruppo composto da una ventina di bambini coperti di pochi stracci colorati si avvicina per chiedere soldi, o qualcosa da mangiare. Il richiamo della pelle bianca. Come al solito, comincio a scherzarci.

“E se invece vi dò i miei capelli ricci? Secondo me ci escono delle treccine fenomenali”. Ridono.

Sono bambini, tra i 6 e i 14 anni. Negli occhi spenti e vivaci si legge la vitalità e il peso di un’età stravolta troppo presto.

Gli piace che stia lì a scherzare con loro, che non li allontani in malo modo come fanno tutti. Cominciamo a chiacchierare.

A poco a poco scopro i loro nomi, la dolcezza ruvida dei loro modi e qualche brandello di storie personali.

Storie diverse e uguali, storie disgraziate, storie di abbandono e di vita da cuccioli di lupo per le strade di una città polverosa e senz’anima.

Mi accorgo presto che tra una parola e l’altra, lasciano cadere le labbra nei bordi delle scollature delle magliette sporche. Qualche secondo, per poi tirarle fuori con un leggero sorriso stralunato e un alone rossiccio nelle pupille.

Chiedo a Ngoy, il più estroverso, cosa stessero facendo, tristemente certo di quale fosse la risposta.

“Ci rilassiamo un po’” “Perché?” “Abbiamo fame e la testa che è piena di pensieri, ci aiuta” “Lo sai che effetti ha sul tuo cervello di 10 anni quella roba?” “Si ma è così. Poi tu che ne sai, sei bianco. Prova”.

Ho provato.

Per capire, per essere più vicino, per entrare in quella terra senza nome dove i sogni appassiscono prima del tempo.

È bastato meno di un secondo, è bastato il sapore vitreo sul palato, è bastato alzare le pupille offuscate per capire la disperazione di quei bambini.

Per un attimo siamo piombati insieme nel fango di un capolinea senza uscita. Per un attimo ho avvertito addosso il loro abbraccio disperato. Per un attimo ci siamo fatti compagni di un limbo eterno.

Poi, presto, tutto è tornato come prima. Io uomo bianco in camicia, loro bambini neri scalzi senza casa.

Ci siamo salutati così, come pianeti distanti che si sono ritrovati sovrapposti per una frazione d’istante e subito sono ripiombati agli antipodi.

Ho tentato di smoccolare qualche parola di speranza. Con le lacrime nelle pupille, sono riuscito solo a lasciare nelle loro la promessa di rivederci presto.

Tornando a casa, avvilito, morto, ho avvertito su ogni centimetro di pelle il peso inesorabile della distanza che ci separa.

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A Lubumbashi sono migliaia i bambini finiti in strada perché abbandonati dai genitori.

Migliaia i bambini gettati via come carta sporca perché i genitori credono che sui marciapiedi possano avere un’occasione in più di sopravvivere alla povertà della famiglia; perché uno dei due si risposa e preferisce lasciare andare il peso di figli bastardi; perché esistono chiese dove si racconta di bambini-stregoni che trascinano la famiglia in disgrazia e allora basta un comportamento fuori dalle righe per condannare il bambino alla solitudine del “sorcier“.

Bambini. Da allontanare, da scacciare, da emarginare. Soli, fragili, indifesi.

Bambini che non sono più bambini ma oggetti senza valore, pezzi di strada da evitare.

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Da ieri, nella comodità di una casa vera, non faccio altro che ripensare alla mia d’infanzia. Molle, soffice, inzuppata nell’amore eterno di una famiglia sempre presente.

Mi chiedo chi sarei se fossi nato in questo fazzoletto di terra dimenticato da dio. Dove sarei. Su cosa dormirei la notte. Come calmerei i crampi della fame. A chi chiederei aiuto.

Mi rendo conto, una volta di più, che la vita vissuta è il semplice risultato di un numero infinito di casualità.

Essere qui, dove ogni cosa è tragicamente amplificata, nel secondo paese più povero sul pianeta, lo rende evidente, cristallino, accecante.

Nascere nell’angolo di mondo “giusto” non è una fortuna, ma una colpa, da scontare tentando di accorciare le distanze di un caso ingiusto.

Come? Non lo so, sta ad ogni persona scegliere il proprio modo.

Il mio sarà mantenere la promessa fatta a Ngoy ed ai suoi piccoli compagni di strada.

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Tornerò presto a salutarli, ovviamente senza toccare le loro bottiglie di colla. Ascolterò le loro storie disperate, ci scherzeremo su, proveremo ad immaginare insieme vie d’uscita (anche se sappiamo bene quante poche ce ne siano).

Tutto questo non cambierà le loro vite e non cancellerà la distanza che ci separa, già lo so.

Potrà però creare un legame che ci rende più vicini e apre una frattura nella barriera d’emarginazione in cui sono chiusi. In questo buco potrebbe infilarsi la speranza di un cambiamento, di una rinascita, di una vita normale.

Chissà. Forse. O forse non servirà a nulla.

L’unica cosa di cui sono certo è che in questa promessa è racchiuso tutto il senso di essere qui.

A presto Ngoy.

 

[?: Av. Kabila, Lubumbashi, due bambini e il tramonto]

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