Ho visto l’Amazzonia: fumo siamo noi

Amazzonia - Guglielmo Rapino

Ho visto l’Amazzonia: fumo siamo noi

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Ho visto l’Amazzonia. L’ho vissuta camminandoci dentro, bagnandomi del prisma di odori umidi, raccogliendone i sapori sulle mani come fossero fazzoletti di lino appena imbevuti. La cosa che più mi ha affascinato è stata il suo groviglio di rami e radici. Sembra che un architetto fantasioso l’abbia progettata per farne una cattedrale in cui perdersi ad ogni angolo. Il tetto di foglie amaranto legate strette da ragnatele azzurrine e liane brune suggerisce il ritmo al ballo timido dei raggi di sole che sbucano dall’alto. Gli occhi si abituano presto alla quadriglia di ombre e coni di luce che macchiano i tronchi. Pare di entrare in un fiume senza fine. Ogni onda, ogni batuffolo d’acqua, è uguale al precedente eppure così diverso. Il rigoglio di sottofondo riempie ogni straccio di colore di una candida impressione d’immobilità.

Ecco, ecco. Nell’Amazzonia ho avvertito una sensazione che raramente ho riassaporato sulla pelle. Una impressione chiara e indefinita, evidente ai sensi quanto estranea alla mente. Qualcosa di così etereo che le parole sembrano sciogliersi quando ci si avvicinano. Questo: il senso di eternità, il palpito silenzioso e fermo del “sempre”, la visione chiara di essere lì nelle vesti di passeggero e visitatore in transito, parte per un attimo di una sonata incomprensibile eppure perfetta, lontana dalla fibra dei sensi che permettono di viverla. Quell’intrico di colori, profumi, suoni, scopre la chiara visione di un ricordo rimasto impresso sulla terra. Ogni angolo riflette un passato così lontano da cancellarne l’inizio, e tutto diventa infinito. Essere uomo in un luogo così significa percepire la minuzia delle proprie impronte; è l’incontro di un ossimoro naturale tra dimensioni completamente opposte. Immensità e piccolezza, immobilità e movimento, trascendenza e ora, terra e fumo.

Fumo. Vivendo l’Amazzonia ho avvertito io la sensazione di esserlo. Una capriola di fumo abbandonata al vento che non smette di soffiare. Oggi una strana osmosi ha invaso quest’incontro. Il fumo filtrato dagli occhi del passeggero si è depositato tra i rami divenendo oggetto reale, palpabile, duro. La cattedrale senza tempo è rimasta inghiottita dalla voracità dell’impronta fatalmente minuscola. Il profumo umido di panni in ammollo ora è soffocato dall’odore secco dei ceppi grigi, il suono fino del rigoglio è divenuto un intreccio di schioppi, il via-vai di luci ed ombre è coperto dalla danza di guerra delle fiamme nere. L’inesauribile verde della terra è divenuto caduco, passeggero anche lui. Il più grande crimine è tutto qui: aver infettato la pace di ciò che non ha orizzonti del nostro marchio di caducità. La tracotanza ha vinto sulla venerazione. Al posto di lasciarci immergere dai colori abbiamo deciso di incanalarne il flusso in qualcosa di più simile a noi, qualcosa che ha un termine, che si prosciuga.

Vedo le fiamme e sento un sibilo basso, qualcosa di simile a uno stridio, una corda di violino che continua a rompersi ad ogni nota. A pochi chilometri da questo tavolo l’incanto di una natura immobile sta crollando sul peso delle fiamme. Ad ogni schioppo sento la denuncia di una storia chiara, cristallina. È la voce di ciò che siamo diventati, da tempo: portatori insani di una esigenza di dominio. Adepti fedeli della nostra cecità.

Così chiudo gli occhi e rivedo il battito immobile delle foglie. Risento sulla pelle la sensazione di essere io fumo, di fronte all’eternità ferma della terra. Quest’impressione mi suggerisce che la logica della storia rimetterà le cose al loro ordine naturale. Io fumo, lì la terra. Lo stridio basso sussurra però una richiesta ferma d’impegno, volontà, cura. E sopra ogni cosa umiltà, l’umiltà di saperci capriola di fumo aggrappata a una natura perfetta e immobile. Fin tanto continueremo a seguire nell’ideologia dell’ego, sapremo solo chiudere la bellezza tra pareti di un frangente passeggero, perdendo ogni giorno l’occasione di vivere il perfetto spettacolo del nostro opposto.

Torniamo fumo, noi.

Amazzonia

Amazzonia.
Ph: Guglielmo Rapino

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