In quanto donne, storia di rabbia e sorellanza

A volte me ne dimentico anch’io, lo ammetto. Lascio che parole diluiscano nello scorrere asettico delle giornate, permettendo loro di regredire ad uno stadio precedente, a quando nella mia vita non avevano altro significato al di fuori di quello che il mondo avesse già deciso per me. Poi però succede qualcosa, sempre. Un incontro fortuito, una conversazione, uno scontro persino, ed ecco riaffacciarsi – chiaro, luminoso come uno spicchio di luna – il senso accantonato che riordina le carte sparse sul tavolo.

Sono una donna. È un’affermazione neutra? Su quali coordinate regoliamo questa banalissima verità? Su quali mappe riconosciamo la realtà della nostra esistenza, calcando col polpastrello percorsi singoli o collettivi? E dove s’incrociano questi sentieri? Sono una donna e, paradossalmente, a volte me ne dimentico, ma il mondo torna sempre a ricordarmelo, a volte con violenta prepotenza, altre con atrocità agrodolci, veleni zuccherini, disseminati qui e lì sul cammino in micro-dosi che ti abitui ad ingurgitare fin dall’infanzia.

Spesso mi domando che significa “essere donna” e, soprattutto, se questo temporaneo smettere di pensarmi ad ogni momento come tale sia qualcosa di negativo o in fondo positivo. Se equivalga a vivere brevi sprazzi di autentica libertà, scavalcando la maglia di costrizioni che il mondo mi ha imposto, o se sia piuttosto un tradire ciò che sono, un rinunciare a condurre il mio corpo e la mia mente a spasso per questo universo rivendicando ad ogni passo l’orgoglio del mio essere inequivocabilmente, irrimediabilmente, selvaggiamente donna.

Allora? Quale delle due? Ho rimuginato per due interi giorni su questo pensiero. L’ho sentito farsi pesante dentro di me, aggrovigliarsi in nodi densissimi e poi allargarsi ed espandersi in migliaia di diramazioni diverse, ciascuna con una propria identità, ciascuna portatrice della propria intricata verità. In quanto donna. Da femminista sono abituata ad usare questa frase nelle mie discussioni. In quanto donna. Può diventare una prigione anche questa? Può indurci a ripiegarci su noi stesse, a rincorrerci senza mai trovarci davvero? Può replicare dentro noi il marchio che la cultura ci ha imposto? Percepirci sempre e comunque come corpi sessualizzati, non come soggetti, ma oggetti rappresentati, pensati da altri, mai davvero presenti, nemmeno a sé.

Vorrei potermi pensare neutra. Ho cullato questa fantasia ancora per qualche giorno, finché non si è fatta insopportabilmente fastidiosa. Un’insofferenza antica mi ha pervasa. Mi sono sentita di nuovo, dopo tanto tempo, arrabbiata. Incazzata per non sapere – ancora! – collocare pienamente la mia identità di donna e rivendicarla senza amarezze. Sentivo quel tentacolo amaro salirmi in gola e dimenarsi lì, dove nasce la rabbia, quella furia che se non impari a gestire si tramuta in odio, disprezzo persino. Ma non è nell’odio né nel disprezzo che la libertà germoglia.

Ed è stato in questo contesto, sballottata dalla marea di queste riflessioni, che ho avuto una conversazione illuminante. Un incontro giusto, al momento giusto. Ho parlato con una persona – una donna – della vulnerabilità percepita che accomuna l’esperienza femminile e di come uscirne; ho discusso con lei di paura e rabbia. È stato un raccontarsi quasi automatico, un fluire spontaneo e genuino di pezzi di esistenza scanditi da parole, sguardi, giudizi. Dal puzzle che abbiamo iniziato a comporre in questo passo a due di reciproco rispecchiamento, emergeva chiara una verità che ogni tanto, ecco, dimentico. Ed è per questo che la sto scrivendo qui, per metterla definitivamente nero su bianco.

La frattura che spesso sento, accompagnata da quello strano desiderio di pretendermi neutra, non è una colpa, ma la conseguenza di una cultura e una società che a quella parola – donna – continua ad attribuire significati negativi, o a svuotarla di senso per riempirla dei propri. Ed è in un questo costante vedersi con gli occhi del mondo, in questa perenne vulnerabilità con cui ci percepiamo, che nasce la frattura e nascono la rabbia e la frustrazione. Ma sono esperienze talmente subdole che spesso torniamo a domandare a noi stesse e a domandarci l’un l’altra: la mia rabbia è valida? Mi sento vulnerabile perché sono minacciata o è il mondo che mi ha educata a percepirmi costantemente come senza potere? Come ripensare la vulnerabilità in chiave positiva, come riappropriarci in maniera sana di un aspetto così intimo che, in fondo, è parte del nostro essere umani?

Mentre mi ponevo queste domande, sono arrivate anche le risposte. La storia di una donna è fatta di sottrazioni e limitazioni, spesso anche auto-imposte. Chi più, chi meno, fa questa esperienza del mondo ancor prima di poterne avere coscienza. E la verità è che, finché queste esperienze sono percepite solo come individuali ed isolate, difficilmente se ne troverà una via d’uscita. È quando confondiamo invece le nostre voci e ci rendiamo conto che quella precisa esperienza riguarda anche l’altra che sorge la consapevolezza di far parte di una storia condivisa. È quando ci rendiamo conto che la nostra rabbia è la rabbia dell’altra che tutto cambia. Allora non vaghiamo più sole, confuse e incazzate, dimenandoci tra il desiderio di pensarci neutre, l’impossibilità di realizzarlo e il senso di colpa per averlo voluto, no.

È questo il momento in cui ci riconosciamo per davvero, in quanto donne: rispecchiandoci nell’altra, mettendo in comune la rabbia, spezzando quella percezione di vulnerabilità che ci vuole sole e senza potere. Perché il potere è proprio nel reciproco riconoscersi in quanto donne, potenziandoci così a vicenda. Allora i nodi si sciolgono e osserviamo con limpidezza come dolori che credevamo personali e incomprensibili siano in realtà parte di esperienze condivise. Questo significa “il personale è politico“: la mia rabbia, la mia vulnerabilità può essere “politicizzata” perché non riguarda solo me, ma tutte noi; perché può farsi strumento di cambiamento e rivendicazione, terreno su cui edificare una diversa cultura e nuovi modi di stare al mondo, pensarsi e pensarci come donne – e uomini.

Buffo come tutta questa consapevolezza provenga, in fondo, proprio dal rivelare la nostra vulnerabilità all’altra. Ecco allora che una vulnerabilità sana c’è, eccome. È l’atto con il quale ci apriamo con fiducia all’altro/a e mostriamo le nostre ferite, ma anche la nostra rabbia, sapendo che verrà accolta e capita senza essere sovrascritta o amputata. Perché nemmeno la rabbia è semplice da rivelare. Il mondo è pronto, se sei donna, a saltarti addosso e affibbiarti gli epiteti più diversi: pazza, immatura, isterica, nevrotica. La mia rabbia è terreno di scontro e reazione e raramente viene legittimata. E allora che liberazione, che meraviglia, quando nel reciproco riconoscersi in quanto donne, anch’essa può fluire dall’una all’altra e diventare chiara, valida. Un luogo di incontro su cui costruire, insieme, e non solo distruggere.

Questa vulnerabilità voglio celebrare, non quella che ci mutila e ci fa piccole, ma quella in cui può germogliare la relazione. Questo aprirsi colmo di fiducia, questo schiudersi allo sguardo altrui che si fa disponibile a ricevere ed accogliere. Il potersi mostrare fragili senza che ci venga imposto di essere solo, irrimediabilmente questo e nient’altro. Questo reciproco riconoscimento in cui pensarci libere…

… in quanto donne.

 

Immagine in evidenza: dal libro illustrato June e Lea, di Sandra Desmazières e Sandrine Bonini, edito da Settenove.

Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.