Malattia mentale: sfatiamo insieme qualche mito

Salute mentale - miti da sfatare

Malattia mentale: sfatiamo insieme qualche mito

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«Pensa positivo!», «È tutto nella tua testa», «Non puoi fare un dramma per ogni cosa!»: questi sono solo alcuni esempi di quotidiana banalità rispetto al modo in cui la società è abituata a trattare i disturbi di natura mentale e chi ne soffre. Sembrano parole tutto sommato poco gravi, al massimo  un po’ superficiali, ma insomma, c’è di peggio. Certo, c’è sempre di peggio. Eppure, frasi come queste contribuiscono a rafforzare l’idea che, in qualche modo, la malattia mentale sia una scelta e dunque una colpa del singolo, impedendo perciò una conversazione più consapevole e responsabile su un tema tanto delicato. Oltre ad essere un peso ulteriore che può avere conseguenze devastanti per chi combatte contro questi disturbi.

Abbattere lo stigma che circonda la malattia mentale è il primo, fondamentale passo per iniziare a sviluppare una coscienza collettiva rispetto al dolore e all’esperienza dell’altr* e per imparare ad essere un supporto concreto in questa battaglia. Come si comincia? Parlandone, innanzitutto. Ma nel modo giusto. Per questo abbiamo raccolto in questo articolo alcuni “miti” comuni sul tema salute mentale, per decostruirli insieme e ribaltare una narrazione troppo spesso ancora falsata e colma di stereotipi e pregiudizi.

Nel farlo, vogliamo parlare a tutt*, ma proprio tutt*! Stai vivendo un momento particolarmente critico o combatti da una vita contro uno o più disturbi mentali? Non hai mai vissuto quest’esperienza in prima persona ma conosci qualcun* che sta affrontando questa battaglia o semplicemente vorresti saperne di più? Questo articolo è per te. Perché il vero cambiamento si fa insieme, inevitabilmente.

Ecco allora alcuni dei miti da sfatare!

La malattia mentale è una colpa

 
Viviamo in un società in cui il “successo” nella vita si misura in produttività e performance. In questo sistema una performance che devia dall’immagine del vincente viene classificata come fallimento. Siamo talmente imbevuti e imbevute di questa retorica che a volte riconoscerla e scardinarla è davvero difficile, soprattutto quando riguarda noi stess* o le persone che fanno parte della nostra vita. Tutt* in qualche modo ne soffriamo e ne paghiamo le conseguenze, sviluppando un rapporto con il fallimento e l’insuccesso morboso e tossico.

Per chi soffre di disturbi mentali questo è tanto più vero. Spesso, proprio perché i segni di queste patologie non sono sempre visibili dall’esterno, la sofferenza viene minimizzata e l’incapacità di avere una performance socialmente “adatta” è ricondotta ad un fallimento individuale, dunque una colpa. Non ti impegni abbastanza, devi credere di più in te stess*, se vuoi puoi, sei solo pigr*! Usare queste espressioni comporta rinforzare l’idea che la malattia mentale sia una scelta. Penseresti mai questo di una persona col ginocchio ingessato? Alcune ferite sono invisibili, ma lasciano tracce più profonde. E, soprattutto, per guarire o imparare a convivere con certi traumi serve tempo. Ed è un tempo non lineare, confuso e pieno di alti e bassi. Però ci si può lavorare, se impariamo ad accettare la sofferenza non come una colpa, ma come una realtà tra le varie della vita. Non siamo macchine. E questo ci porta dritti al punto due.

Farsi aiutare significa essere deboli

 
Se la sofferenza non è una colpa né un fallimento, allora possiamo liberarci anche dal peso che vede nell’atto di chiedere aiuto il marchio della debolezza. La vita è fatta di alti e bassi, dicevamo, tempi storti e muti, cadute e disorientamenti. Per tutt*. Chiunque, prima o poi, ha bisogno dell’aiuto di qualcun*. Se ti rompi un ginocchio, tornando all’esempio di prima, non ti fasci da te la gamba perché andare dal medico è una vergogna. Chiami subito chi di competenza e ti affidi alle cure di chi può aiutarti. Proprio come nessun* taccerebbe mai di debolezza questi comportamenti, nessun* dovrebbe mai farlo con chi cerca un aiuto per affrontare un disturbo mentale recandosi da un* specialista.

E la questione, forse, non è nemmeno questa. Il punto è che la debolezza fa parte della realtà umana e in quanto tale andrebbe normalizzata e ripulita dalla vergogna che l’accompagna. La vulnerabilità è parte dell’esperienza della vita, anche se spesso nascondiamo a noi stess* questa verità. E per accettare la debolezza, in fondo, occorre tanta forza.

La malattia mentale ha sempre la stessa faccia

 
Una ragazza ripiegata sul letto, il volto apatico e bianchiccio, occhiaie profonde come crateri. I capelli sporchi le cadono sulla fronte, non si lava da giorni perché non ne ha la forza. Attorno a lei buste stropicciate di cibo spazzatura, pillole sparpagliate un po’ ovunque. Probabilmente è questa l’immagine che vi verrà in mente, più o meno, leggendo la parola depressione. Per quanto questa descrizione possa in alcuni casi corrispondere alla realtà, essa non è certamente l’unica rappresentazione possibile di questa patologia. Io l’ho sempre chiamata, ad esempio, “la grande trasformista”, perché è capace di prendere le forme più diverse e impossessarsi della vita di chi ne soffre nei modi più contorti (e talvolta quasi ironici) possibili. La depressione si attanaglia, brulica e cresce su qualsiasi cosa e può assumere aspetti molto diversi.

Complice anche un certo immaginario veicolato dai media, la nostra idea della malattia mentale è fortemente marcata su una rappresentazione quasi monolitica. Eppure non è così. Ogni esperienza è diversa, seppur avendo, ovviamente, dei punti di contatto, caratteristici della specifica patologia. Ma il modo in cui ogni persona reagisce, gli ambiti della vita coinvolti, l’intimità di ciascun*, le dinamiche profonde possono cambiare. C’è chi soffre di depressione e magari esce con gli amici, cucina, va a fare la spesa. Addirittura sorride e scherza. Forse è proprio quello studente brillante, che prende 30 e L ad ogni esame attirandosi l’invidia dei colleghi. Questo ci porta verso una riflessione importante: non sappiamo nulla di ciò che una persona si porta nel cuore, del suo bagaglio di esperienze e sofferenze. Allontanarci sempre di più dal bisogno di giudicare e categorizzare le altre persone dovrebbe essere una prassi quotidiana. E la gentilezza una rieducazione relazionale ed emotiva.

La soluzione è imparare ad essere sempre positivi

 
Don’t worry, be happy è una canzone bellissima, ma non sempre funziona così. Non basta sforzarsi di essere positivi e tutto magicamente tornerà “a posto”. Semplicemente perché non c’è alcun “a posto” verso cui tornare, perché la vita non è una linea retta in cui di colpo, magicamente, si passa da uno stato di felicità ad uno stato di dolore. Questa visione è distorta e non aiuta a inquadrare la realtà della malattia mentale e, in generale, della vita umana. Il nostro compito non è cercare l’ingranaggio andato perduto, ma comprendere perché si è inceppato a monte: ed è tutta un’altra faccenda. Nella vita felicità e dolore, gioia e disperazione, vittoria e sconfitta si intrecciano, insieme a tutta la gamma delle emozioni ed esperienze nel mezzo. La “cultura della positività” sembra rinnegare tutto questo, rimuovendo del tutto la sofferenza, la malattia, il dolore e persino la morte dall’orizzonte dell’esistenza. E ciò che viene rimosso diventa impossibile da riconoscere e affrontare quando si (ri)presenta.

Certo, è importante sforzarsi di mantenere un atteggiamento speranzoso nei confronti del futuro, come è fondamentale operare quei piccoli cambiamenti quotidiani che ci permettono di attivare comportamenti che possono facilitare il percorso di consapevolezza e guarigione. Una cosa è prendersi cura di sé, trovare il tempo per coltivare piccole abitudini che aiutano a valorizzarsi e prendere contatto con se stess*, altra cosa è pensare che basta un vago atteggiamento positivo a “star meglio”. La malattia mentale è una questione di salute e come tale andrebbe affrontata. Dire ad una persona che soffre di depressione, ad esempio, di sforzarsi di essere positiva manca del tutto di consapevolezza di cosa significa convivere con un disturbo di tale portata, oltre ad essere controproducente e colpevolizzante, rischiando di ricondurre quella persona nel circolo di auto-denigrazione e senso di fallimento.

La “positività tossica” non ha niente di positivo: è una narrazione facile, banale e piuttosto pericolosa. Ci illude di poter avere il controllo su tutto e questa è una bugia che facciamo fatica a riconoscere, perché apre l’abisso sull’incertezza e sulla paura. Eppure, qualsiasi percorso di guarigione – fisica, mentale, emotiva, spirituale – passa inevitabilmente dall’accettare che siamo fragili, incompleti e il frutto di esperienze e vissuti diversi, intrecciati e spesso tra loro confusi e inaccessibili persino al sé. E che il dolore fa parte dell’esperienza umana e a volte, semplicemente, occorre starci in quel dolore, riconoscerlo e sentirlo, per andare avanti. Alla propria velocità.

Quali sono secondo te gli altri “miti” da sfatare? Facciamolo insieme! Scrivici su info@beingaware.it o sui nostri canali social FacebookInstagram.

 

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