Riconosciamo nell’altro noi stessi: il valore del presente ai tempi del Coronavirus

Meditazione attiva

Riconosciamo nell’altro noi stessi: il valore del presente ai tempi del Coronavirus

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Riconosciamo nell’altro noi stessi.

Da che io ricordi, non mi sono mai trovato “bene” all’interno di una chiesa. Le ho sempre trovate fredde, inospitali, talmente piene di ornamenti e preziosi particolari che un po’, rispecchiandosi in essi, veniva a perdersi il significato più profondo di tali luoghi sacri. Dove l’estetica, che concerne le sensazioni e i gusti del bello di tali monumenti, ingurgitava in un sol boccone la disarmonia e la stomachevole importanza di una ricerca, una comunione, una fede. Ricordo, invece, che dentro quella cappellina, ero veramente a mio agio. E fu lì che si accese una scintilla che, a distanza di mesi, incastrandosi tra una vita che corre e dei pensieri arenati, emana ancora una fievole luce.

Eravamo un gruppo di ragazzi. Diversi e distanti tra loro, ma accomunati da un’esperienza fortissima, così potente da averci colorato la pelle con sfumature nuove. Le nostre facce raccontavano le vite delle persone incontrate lungo il nostro cammino. Leggendo gli occhi lucidi di alcuni di noi, mi rendevo conto a piccole dosi dell’esperienza appena vissuta. Eravamo un gruppo di ragazzi di ritorno da un anno di servizio civile in giro per il mondo. Eravamo cresciuti imparando dalle persone con le quali condividevamo un tetto, eravamo cresciuti imparando da noi stessi. Ci sentivamo diversi, ma non arrivati. Semmai appena partiti.

L’esigenza di voler proseguire questo percorso, questo cammino intrapreso, era talmente forte che la distanza dalle nostre vite di prima, non ci faceva paura. Avevamo voglia di imparare ancora, anche qui. Per alcuni di noi, l’idea di ritrovarsi e raggrupparsi un momento per meditare, fu solo uno dei tanti modi emersi per far fronte a questo incalzante desiderio di scoprirsi ancora di più. Non fu né l’unico, né il più utile, ma fu una proposta che a me piacque molto. Un mondo che ho sempre conosciuto, ma che non ho mai avuto la prontezza di abbracciare, di sperimentare, e che in quei giorni sentivo di poter avvicinare.

Eccoci, quindi, alla fantomatica cappellina. Fu proprio in quella stanza, adornata a chiesetta, che ci ritrovammo per la prima sessione di meditazione. Eravamo in pochi, quattro o cinque, e questo clima di intimità ti abbracciava tra l’oscurità della stanza dove i pochi fasci di luce, partoriti da dei vecchi lumini a cera, mostravano con intermittenza i disegni di traiettorie di fumo di palo santo. Il suono del respiro dei miei compagni di viaggio, gli odori delle nostre vite, la sensazione di aver dato un nostro personale valore a quel luogo in quel preciso istante. Tutto questo mi fece sentire l’energia di questa condivisione, così spontanea e genuina quanto cercata e ritrovata.

Diventò un appuntamento fisso di quelle sere: dopo l’ultimo pasto della giornata, prima di coricarsi, ci eravamo creati uno spazio per noi, per confrontarci e canalizzare tutte le nostre energie in quella postura così naturale, ma faticosa e in grado di farci aprire delle lunghe parentesi dove conservare e sminuzzare pensieri fluttuanti. Al suono scandito da un campanellino improvvisato, si leggevano dei pezzi di un tale Jiddu Krishnamurti. All’epoca dei fatti non sapevo chi fosse, ma quel cognome così indiano, scritto sopra a quel titolo – Il libro della vita: meditazioni quotidiane – mi fece sentire al posto giusto nel momento opportuno, e per di più con il libro giusto tra le mani (riflessioni, queste, generate da una mente neofita e profana alla materia in questione). Una di quelle sere, dopo il tintinnio dei metalli, illuminate dal lumino, vennero lette queste parole:

«L’atto di imparare non è toccato dal passato. La saggezza non è il prodotto della conoscenza: è qualcosa che ognuno deve scoprire. Conoscenza e saggezza non procedono insieme. La saggezza affiora col maturare della conoscenza di noi stessi. Senza conoscere noi stessi non avremo alcuna possibilità di vivere nell’ordine e nella virtù. Imparare su noi stessi non significa affatto accumulare conoscenza su quello che siamo. La mente che accumula conoscenza non sta imparando: sta raccogliendo delle informazioni e facendo esperienza. E basandosi sulla conoscenza che ha acquisito, continua a fare esperienza; quindi non sta veramente imparando, sta solo accumulando altra conoscenza. Il vero imparare avviene nel presente, non ha passato. Quando dite: “Ho imparato”, avete a che fare con la conoscenza che avete accumulato e questo significa che ormai avete smesso di imparare. Una mente che non pretende di accumulare nulla impara in continuazione, e solo una mente simile può capire a fondo quell’entità che noi chiamiamo il “me”, il sé. Io devo conoscere me stesso, la struttura, la natura, il significato di quell’entità che chiamo “me”. Ma non posso farlo se continuo a portarmi dietro tutto il carico di conoscenza legata al passato, alle mie precedenti esperienze, ai miei condizionamenti. Finché mi tengo tutto questo non posso imparare, posso solo interpretare a modo mio quello che vedo con occhi annebbiati dal passato».

Venne letta due volte. Continuava a suonarmi male. La lessi per conto mio, in disparte. Così facendo si ruppe quello stato psicofisico di piacere, di comunione di energia che scorre tra gli oggetti inanimati e le anime dei nostri corpi silenziosi.  Per tutta la finestra meditativa cercai di sollevarmi da carichi di pensiero, liberandomi dal peso specifico di quesiti e risposte vaghe che sedevano comodamente nella mia mente. Dopo aver riletto questo disegno di parole, nuovamente si riaffacciò la burrasca rinvigorita da venti ancor più prepotenti. Cosa mi stai dicendo Krishnamurti? L’atto di imparare non è toccato dal passato? Ma che sciocchezze. Ammetto che mi sentivo non poco preso in giro, in quel momento.

Dopo un anno della mia vita speso in un posto sperduto tra le alture delle Ande, con un oceano di distanza a separare le mie abitudini più care con altrettante scoperte in divenire, con una lingua nuova e un vocabolario sempre più ricco di pratiche di vita estranee a me fino a pochi mesi fa, dopo un’esperienza del genere, dicevo, mi ritrovo a giocare e correre di nuovo nei miei prati, quelli che ho calpestato da sempre, con vecchi e nuovi amici che ho voglia di contagiare con le mie nuove esperienze, con un me stesso diverso, un po’ più sciupato, ma in fin dei conti sempre con due occhi, un naso ed una bocca.

Ecco, io mi sentivo “imparato”. Un’esperienza che mi ha cambiato, ne ero sicuro. Perché son stato molto legato a questo concetto di esperienza e, da sempre, l’ho messo a braccetto con il concetto di apprendimento, vincolandoli l’un con l’altro. Esperienza ed apprendimento. Apprendimento ed esperienza. E invece la bellezza della vita, fatta anche di tante esperienze, è proprio il non lasciarti mai con la piena sensazione di aver appreso, per l’appunto, “imparato” una volta per tutte, ma ti punzecchia, ti infastidisce, ti sorprende fino al punto di ributtarti a capofitto sulla stessa cosa, ricalcolando equazioni d’esistenza questa volta con metodo nuovi, sbloccando dei freni prima invisibili. Ci si rimette in gioco.

***

Dopo più di due mesi, ho riletto questo pensiero.  Questa volta la reazione è stata molto più dolce e spontanea, ho sorriso. Adesso mi sta più simpatico il signor Krishnamurti. Mi ha aiutato molto a vivere questi tempi complessi dove tutto il mondo è chiamato ad affrontare delle scomodissime novità, o ad accorgersi di ingombranti verità assopite negli anni. Tutti noi, cittadini e cittadine di questo pianeta, tasselli interscambiabili dello stesso puzzle, ci siamo ritrovati a dover scontrarci con uno scoglio invisibile. Ci siamo accorti che gli occhiali con i quali leggevamo e ci rappresentavamo la realtà a poco a poco si sono appannati rendendoci ciechi, disorientati e impauriti, come nel bellissimo libro di José Saramago.

«Il vero imparare avviene nel presente, non ha passato». Ancora una volta siamo chiamati a re-inventarci, a provare a svestirci dei nostri abiti preferiti e iniziare a indossare indumenti con tessuti diversi, per dare alla nostra pelle nuove possibilità sensoriali. Scoprire di vivere in un presente che non si può più basare su concetti e dinamiche del passato, ma che dev’essere scoperto nuovamente nell’oggi più attuale, nel qui ed ora. Una scoperta spiacevole, ma arricchente.

Mi ritrovo a viverlo nel mio quotidiano, nella mia professione, quella dell’educatore, che da sempre si avvale di strumenti fondamentali come la cura dell’individuo, le relazioni, la presenza, la progettualità e che sono, ad oggi, minacciati da un nemico incorporeo ed impercettibile che rischia di rendere le persone che gravitano attorno a questo mondo ancor più invisibili di quanto già non lo siano. Lo vedo ogni giorno in cooperativa, quando con stimoli sempre più difficili da incontrare, raggiungo gli appartamenti di semi-autonomia in appalto con il Comune di Venezia, dove vivono un gruppo di minori stranieri non accompagnati (MSNA) arrivati in Italia attraverso le rotte balcaniche e catapultati in un mondo di grandi che non sembra concedere alcuno spazio dove poter far fiorire piccole o grandi ambizioni. Perché non sono soltanto una sigla o un cluster sociale, ma sono delle persone. Anche loro hanno dei nomi e dei cognomi, hanno delle passioni e dei sogni nel cassetto, hanno delle storie che si trascinano con sé, tante volte come fardelli di un mondo che non li ha voluti, tante altre come trampolini sui quali saltare per spiccare il volo. Accolti in progetti di inserimento sociale nel territorio che per anni hanno costruito con infinite difficoltà delle reti sociali che consentissero a questi ragazzi di formarsi nelle scuole e intraprendere dei tirocini che potessero aprire le porte per un loro futuro abitativo e lavorativo.

Ma ora che non solo il presente, ma anche lo stesso concetto di futuro viene brutalmente e rapidamente contagiato, dove sbatteremo la testa? Come continueranno le loro esperienze di vita quando compiranno la maggiore età e si ritroveranno di fronte un mondo acciaccato, che non penserà più a fornire dei tirocini (quando va bene) perché i ristoranti e i parrucchieri saranno probabilmente le ultime attività che riapriranno? E come potranno pagarsi un affitto quando anche questa dimensione rimane coinvolta in negativo? Quando i servizi sociali e le reti del terzo settore non potranno più soddisfare i loro diritti e le loro richieste, si troveranno nuovamente in cammino, in un mondo di adulti, ancor più arrabbiato e provato di prima. Dove andranno?

La risposta ancora una volta, la troviamo nel presente. Perché è nelle mancanze di oggi che possiamo creare dei contenitori da riempire nel domani. È con le buche che ci ritroviamo a dover calpestare, già da adesso, in questi giorni, che bisognerà lavorare per trovar le modalità di coprirle e tornare a camminare senza inciampare sugli stessi errori. Per esempio, diamo maggior valore al welfare sociale, che non sia solo invertito nell’importanza della sanità pubblica, come abbiamo visto pilastro fondamentale della nostra società che per anni ha dovuto far fronte a tagli importanti, ma a tutte quelle forme di protezione sociale di cui una società dovrebbe essere dotata. Uscire da quest’ottica, ormai ancestrale, di un esclusivo affidamento del welfare alla famiglia.

Impariamo dalle tante vicissitudini di migliaia di famiglie che ci raccontano di quanto sia difficile vivere in casa con un figlio autistico, o dover accogliere nuovamente il nonno anziano o il fratello con disabilità perché i centri di assistenza ora sono chiusi. Non dimentichiamoci di questo periodo storico di smart working che ha contagiato anche la scuola e ha messo in risalto l’effettiva disuguaglianza tra studenti. Tra chi anche a casa ha le possibilità tecniche e un supporto umano per poter compensare alla mancanza della scuola e chi, invece, come i ragazzi che seguo, non ha una rete wifi, un PC, un sostegno continuo e vigile sull’andamento e magari è arrivato in Italia da poco e parla un’altra lingua.

Non dimentichiamoci di chi ha scelto di intraprendere un percorso in comunità terapeutica ed ora si ritrova a far fronte ad un contenimento nel contenimento, ad un’inquietudine aggravata da fattori esterni e dove, magari, i rapporti operatore-utente e le stesse strutture non sono adeguate o sono mal supportate. Ricordiamoci che più di 130mila persone in Italia frequentano SerD e strutture socio-riabilitative per le dipendenze e le nuove dipendenze, e che in questo momento o non sono accessibili o hanno variato le modalità di sostegno, dimezzando i contatti e quindi lasciando in mano alle stesse persone con problemi di tossicodipendenza la gestione delle dosi settimanali, per esempio, di metadone. In poche parole il messaggio da riscattare in questi giorni è che non solo dipendiamo dagli altri, ma che siamo anche noi stessi responsabili degli altri.

Ed è ancora nel presente che trovo alcune risposte. Soffermiamoci non solo sulle carenze, su ciò che abbiamo perso, su una libertà bistrattata, sui progetti di un’estate persa. Guardiamoci in faccia e valorizziamo ciò che abbiamo. Se in questi giorni, così pieni di mancanze e senso di impotenza, abbiamo maturato una percezione di non poter aiutare, analizziamo bene questa distanza fisica che si è creata per accorgerci che essa non deve necessariamente essere distanza dalla possibilità di scoprirci solidali. Che la cura, l’aiuto, la protezione nascono prima di tutto da una presenza, che in questi giorni si è trasformata, ma c’è e va difesa, coltivata. E allora anche se dovrò stare a 1mt di distanza, bardato di mascherine, guanti e con la paura di sbagliare, non lascerò che questo possa rovinare la relazione che ho instaurato con questi ragazzi dando per scontato che in questo tempo sia proibito tutto.

Perché le relazioni si snodano in diversi canali e uno di questi è la comunicazione, sono le parole. E allora accorgiamoci degli strumenti e delle modalità che abbiamo sempre dato per scontati e che oggi ri-acquisiscono una valenza propria, forse ancor più onesta. Probabilmente le parole non garantiranno un futuro sicuro a questi ragazzi, e non basterà la presenza nella vita di tutti i giorni di noi educatori per firmare un contratto di lavoro, ma la qualità di queste relazioni che continuano anche quando tutto il mondo si ferma, diventa la strategia pedagogica per allenare delle menti e dei cuori affinché siano resilienti e possano germogliare quando torneremo ad abbracciarci e correre tra i boschi.

Impariamo, dunque, nel presente, a saper stare, ad allenare quelle forme di pensiero-azione cognitive ed emozionali perché siano elastiche. Prima ancora di rincorrere concetti e soluzioni, guardiamo in faccia chi abbiamo di fronte rispecchiandoci come essere umani.

Riconosciamo nell’altro noi stessi. 

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