Il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul minaccia le donne di tutto il mondo

Il presidente Erdogan ritira la Turchia dalla Convenzione di Istanbul: una minaccia nei confronti della lotta alla violenza sulle donne.
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Il 20 Marzo 2021 la Turchia di Erdogan ha annunciato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul, a cui sono seguite proteste da parte delle donne di tutto il Paese. Qui ripercorriamo quali sono gli obiettivi di uno dei trattati più importanti per la cooperazione a livello nazionale e internazionale contro la violenza di genere e domestica, e quali tratti assume la scelta del Presidente turco, figura autoritaria e oppressiva.

Che cos’è la Convenzione di Istanbul?

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è un trattato internazionale che si propone di prevenire la violenza di genere, favorire la protezione delle vittime e impedire l’impunità dei colpevoli. Viene chiamata “Convenzione di Istanbul” perché è stata aperta alla firma l’11 maggio 2011 in occasione della 121ª Sessione del Comitato dei Ministri nella capitale turca. Ed è stata proprio la Turchia, a marzo 2012, il primo Paese ad averla ratificata (fonte: www.coe.int/en/web/istanbul-convention/turkey).

Il trattato è aperto alla firma degli Stati membri, degli Stati non membri i quali hanno partecipato alla sua elaborazione e all’adesione degli altri Stati non membri dell’Unione Europea. La convenzione è stata ratificata finora da 34 stati (33 con il ritiro della Turchia), e solo firmata da 12 paesi, tra cui il Regno Unito, che ormai da tempo è stato incitato a procedere alla sua implementazione. Lo Stato che si limita a firmare, infatti, non ha obblighi, ne autentica semplicemente il testo. Invece, gli Stati che hanno ratificato la convenzione sono giuridicamente vincolati dalle sue disposizioni. In Italia, la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità la ratifica della convenzione il 28 maggio 2013 e, sempre all’unanimità, il Senato ha convertito il testo in legge il 19 giugno 2013.

La Convenzione di Istanbul è «il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza». Il trattato definisce la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e come una forma di discriminazione. La violenza psicologica; gli atti persecutori e lo stalking; la violenza fisica; la violenza sessuale, compreso lo stupro; le mutilazioni genitali femminili; la sterilizzazione forzata; le molestie sessuali; i crimini commessi per “onore”: questi, si legge nel testo, sono i reati che il trattato si impegna a contrastare.

Inoltre, la Convenzione utilizza l’espressione “violenza di genere”, circoscrivendone significato e contesto e esplicitandone la natura di violenza perpetrata nei confronti delle donne in quanto donne, come risultato di rapporti di potere diseguali tra i generi e discriminazione sistematica verso il genere femminile. Tuttavia, gli obiettivi che si pone il trattato riguardano tipologie di violenze di cui anche dagli uomini possono essere vittime, seppur in misura minore e in forme meno severe, come ad esempio la violenza domestica o il matrimonio forzato. La Convenzione perciò, pur ponendo il suo focus principale sul genere femminile, incoraggia gli Stati firmatari ad applicare i suoi principi anche nei casi di violenza su uomini, così come bambini e anziani. 

La violenza maschile sulle donne non è un’emergenza, né confinata a spazi e luoghi specifici. È invece la “normalità”, è universale e trasversale a religioni, etnie, classi sociali, culture. È dunque una questiona politica, come ricordano le donne dell’Associazione femminista turca Mor Çatı in un comunicato diffuso sui loro canali in questi giorni. Guardiamo un attimo al nostro Paese, l’Italia: solo nei primi tre mesi del 2021 sono 13 le vittime di femminicidio. E sappiamo bene come anche qui da noi il raggiungimento di una piena uguaglianza di genere, presupposto necessario al contrasto della violenza sulle donne, sia ancora ben lontano, a dimostrazione di come anche la Convenzione di Istanbul non sia uno strumento risolutivo se non si intraprende un impegno serio e progettuale capace di coinvolgere tutta la società e gli organi istituzionali. Decidere di uscirne, tuttavia, come nel caso della Turchia, non fa che aggravare una situazione già di per sé problematica.

Convenzione di Istanbul - Paesi membri
La mappa dei paesi membri della Convenzione di Istanbul (fonte:www.coe.int)

Il dietrofront della Turchia

Cosa sta succedendo in Turchia? Il 20 marzo 2021, nove anni dopo la ratifica, il Paese ha revocato la propria adesione alla convenzione, attraverso un decreto firmato dal Erdogan. Tuttavia, molti hanno già denunciato la natura assolutamente incostituzionale di questa decisione, che si configura come un vero e proprio abuso di potere. Secondo l’articolo 90 della Costituzione, è il Parlamento che interviene in materia di ratifica di trattati internazionali che, una volta approvati dalla legislatura, sono implementati nel diritto interno dello Stato: oltrepassare il Parlamento e abrogare la ratifica del Trattato è contro la stessa Costituzione, in quanto il Presidente non esercita alcuna funzione legislativa (art.104), come spiegato qui.

Infatti, il partito Popolare Repubblicano (CHP), la principale forza politica laica e socialdemocratica del Paese, ha criticato tempestivamente la mossa di Erdogan. Gokce Gokcen, deputata del CHP, ha twittato che abbandonare il Trattato significa «classificare le donne come cittadine di serie B, e lasciare che vengano uccise».

Gokce-Gokcen-CHP-Turchia
Gökçe Gökçen, la vicepresidente del CHP, il Partito Popolare Repubblicano della Turchia

Gli esponenti dell’AKP (Justice and Development Party, il partito conservatore di Erdogan) sostengono che la Convenzione rappresenti una minaccia per la struttura famigliare e che incentivi i divorzi nel paese. Inoltre, vedono l’impegno da parte della Convenzione verso la parità di genere come promotore dell’omosessualità, perché nel testo del Trattato si fa riferimento all’impegno degli Stati firmatari di eliminare le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.

Zehra Zümrüt Selçu, la Ministra della Famiglia, del Lavoro e dei Servizi Sociali (gli ex partiti Labour and Social Security e Family and Social Policy, uniti dal 2018), ritiene che il Paese «stia lavorando per difendere i diritti delle donne, e che il sistema giudiziario turco sia forte abbastanza da implementare nuove regole se necessario». Non ha dato, però, una ragione chiara per il ritiro della ratifica.

«Non è necessario cercare rimedi esterni o imitare gli altri per questo obiettivo fondamentale. La soluzione invece è nelle nostre tradizioni e costumi, in noi stessi», ha dichiarato il vice presidente turco, Fuat Oktay. Pur di ottenere consensi, si utilizzano anche pretesti culturali e religiosi per nascondere le manovre misogine e di controllo.

Nell’ultimo mese Erdogan aveva dichiarato di stare lavorando a delle riforme giudiziarie per migliorare il Paese e garantire diritti e libertà, nell’ottica di soddisfare gli standard dell’UE. La Turchia è candidata a entrare a far parte dell’Unione Europea dal 2005. Il ritiro della Convenzione non solo allontana da questo obiettivo il Paese guidato da Erdogan, già colpevole di applicare forti censure verso la libertà d’espressione e di prendere scelte che minano i diritti umani, ma accresce anche la discriminazione nei confronti delle donne: indebolisce le basi legali della lotta alla violenza, incoraggia tacitamente gli autori delle violenza e acuisce il sentimento di vulnerabilità nelle vittime, dissuadendole dal chiedere aiuto o denunciare. Se già in Turchia non si stava lavorando per contrastare efficacemente la violenza di genere e domestica, l’uscita dalla Convenzione rappresenta la cancellazione del problema.

I dati della Turchia sono infatti scoraggianti: la World Health Organization dichiara che il 38% delle donne in Turchia è vittima di violenza domestica nell’arco della propria vita, contro il 25% della media delle donne europee. Nel corso del 2020 sono state 300 le vittime di femminicidio, senza contare le decine di donne uccise in circostanze non chiare, come riporta la piattaforma “Noi fermeremo il femminicidio”. 

«We are not scared, we are not afraid. We shall not obey». Da Istanbul ad Ankara a Smirne, le donne turche sono scese in strada con mascherine e bandiere viola per manifestare la rabbia verso il presidente. In Turchia il movimento femminista è molto forte, ma forte è anche il contraccolpo dello Stato, e il tentativo di uscita dalla Convenzione ne è l’ennesima e triste prova.

“Midnight Degree = Women Angry” la notizia della ratifica è arrivata a mezzanotte (via www.verietyinfo.com)

I pericoli di fare arte libera

Oltre ai diritti umani, anche la libertà d’espressione è ampiamente messa a dura prova in Turchia. L’anno scorso tre membri del Grup Yorum, gruppo musicale turco, sono morti in seguito a uno sciopero della fame che durava da un anno. Il motivo dello sciopero è da amputare alla decisione del governo turco, che aveva sequestrato i loro dischi e impedito alla band di esibirsi dal 2016. In seguito alla morte di due membri, Helin Bölek e Mustafa Koçak, il governo aveva revocato il divieto di fare concerti, pur sapendo che la loro protesta stava durando da mesi. Ibrahim Gökçek, scarcerato, è morto in ospedale dopo tre giorni. La moglie di Gökçek, Sultan Gökçek, è ancora incarcerata insieme ad altri membri del gruppo.

Non solo Turchia

Di recente anche Ungheria e Polonia hanno espresso la volontà di uscire dal trattato internazionale, due Paesi in cui il backlash antifemminista è sempre più feroce e dove governi conservatori trovano nelle nuove destre populiste, omofobe e misogine una base di consenso pericolosa. Notissima la battaglia delle donne polacche negli ultimi anni: in Polonia, infatti, l’aborto è concesso solo in caso di stupro o di pericolo di vita per la madre. Queste insensate leggi non diminuiscono il numero degli aborti, ma alzano il numero di quelli clandestini e i rischi che ne conseguono. Sempre l’anno scorso il PIS (Diritto e Giustizia, partito di estrema destra) guidati dal presidente Andrzej Duda, ha proposto la revoca della possibilità di aborto in caso di malformazione del feto, criticando le finalità eugenetiche di questa pratica.

Anche l’Italia di questi giorni non è lontana dagli stati sopracitati: sono recenti diversi episodi omofobici e la lista dei femminicidi dall’inizio del 2021 sale a quota 13: l’ultima vittima è Ornella Pinto, uccisa qualche giorno fa dall’ex compagno a Napoli. La cronaca ci dimostra tutti i giorni quanto siano necessarie azioni più concrete nelle politiche di ogni Stato: la Convenzione di Istanbul deve essere considerata solo come un punto di partenza.

Ci uniamo al grido delle donne turche ed esprimiamo la nostra solidarietà a loro e a tutte le donne in Europa e nel mondo che devono vivere sotto la scelte di governi abusanti. A tutte le soggettività marginalizzate per la loro identità di genere o il loro orientamento sessuale; all’arte censurata perché portatrice di verità. La lotta all’ignoranza e agli abusi è urgente e necessaria, in tutto il mondo.

 Grup Yorum - Latuff 2020
Un omaggio di Latiff a Ibrahim Gökçek, membro del Grup Yorum

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