Sono Edwin, un semplice ragazzo boliviano

La storia di Edwin, uno dei ragazzi conosciuti da  Nicolò Segato nel corso del suo volontariato in Bolivia. Solitudine, amarezza, riscatto, sconforto, comprensione. Nel racconto in prima persona troviamo tutte le pagine di una vita ferita ma non ancora spezzata.

Quando voi a scuola iniziavate a farvi i primi amici, a scoprire a poco a poco il vostro corpo e le prime attrazioni fisiche verso l’altro sesso, quando per voi c’erano le partite di calcio la domenica con i vostri genitori che vi guardavano incoraggiandovi, mentre a casa vi aspettava la torta della nonna e il film da guardare la sera con la pizza, o quando magari stavate per fare la vostra prima vacanza all’estero con la famiglia o stavate preparando lo zaino per il campo scuola… beh io, stavo iniziando un’altra vita. Una vita totalmente differente.

Indifferente.
La strada è diventata la mia nuova casa.
Come divano-letto, quando la sorte mi aiutava, potevo disporre di un materasso sudicio e maleodorante dove poter riposare, sempre se il mio tetto, il cielo e le stelle, mi avrebbe permesso di passare una notte serena ed asciutta. Quando non potevo godere di questa fortuna, la pura strada, fatta di cocci, sassi, terra, piscio e bottiglie di plastica diventava il mio salotto.

In questa mia dimora ho iniziato a bere, non avevo alternative.
Dovete sapere che qui a La Paz l’unica cosa che scandisce il tempo per noi “ragazzi di strada” si concretizza nel trago, un intruglio composto da alcol etilico e qualche altra bevanda che possa smorzarne il sapore violento in gola. Questo è diventato il mio migliore amico per anni.
Sì è vero, non ero da solo. Insieme a me vivevano molti hermanos, maschi e femmine, giovani e adulti, alcuni che si ritrovavano come me nella medesima situazione, senza casa e senza famiglia, altri lì solo per condividere una bevuta e una serata per “staccare” (scappare) dai problemi della realtà. Li chiamavo tutti hermanos, fratelli.
Ma solo per convenzione. Non avevo nessun legame con loro, se non una bottiglia di plastica e un veleno alcolico.

Per racimolare un po’ di soldi bisognava ogni giorno inventarsi qualcosa. C’era chi, molto semplicemente, sceglieva la strada apparentemente più facile, più diretta. A me la vita da ladrones non ha mai ispirato, non mi sentivo adatto. Non so da dove mi sia arrivato questo valore per il trabajo, ma circostanze varie mi hanno portato a rifiutare questa modalità di approvvigionamento del minimo indispensabile per sopportare la vita della calle.
Così, mi sono reinventato lustrabotas (lustrascarpe). Mi piace pensare che anche Gesù Cristo si mise per terra, in ginocchio, a pulire i piedi dei suoi fratelli, in segno di fraternità, umiltà e amore incondizionato verso il prossimo. Io però lo feci solo per guadagnarmi un pasto e soprattutto per continuare a caricarmi sulla schiena la mia croce. L’alcol.

Ho passato tutta la mia adolescenza in questa situazione. Bevendo giorno e notte, escluso e scartato da qualsivoglia percorso educativo, scolastico e pedagogico che voi, dall’altra parte dell’oceano, quasi date per scontato. Non ve ne accorgete. Io, con il tempo, me ne accorsi. Mi accorsi di non avere niente fra le mani, di avere grossi problemi a relazionarmi con le persone, salvo per chiedere dei soldi, per passarsi la bottiglia o per decidere dove andare a rifugiarsi quella notte. Mi accorsi di avere paura. Di me stesso, delle persone, del mio futuro. Della morte.

Per una strana fortuna, conobbi l’hermano Morris, l’Associazione Papa Juan XXIII e la Comunità Terapeutica “S.Aquilina”, situata nella zona Sud di La Paz e decisi di provare a cambiare. Di farmi aiutare da loro. Questa comunità accoglie persone con il mio stesso problema: la dipendenza da sostanze. In questo centro riabilitativo si ha la possibilità di cercare e trovare nuove alternative aiutati da un’équipe tecnica formata da persone qualificate che hanno la funzione e la voglia di accompagnarci in questo cambiamento radicale attraverso gruppi di terapia, colloqui motivazionali, lavori occupazionali come la gestione degli animali (cavalli, maiali, conigli etc.), l’ortoterapia, la produzione di pasta e formaggi fatti in casa, la carpenteria, dove è possibile lavorare con il legno.

Diciamo che ho ancora un po’ di problemi a parlare e lasciarmi andare alle emozioni, non ho ancora questa facoltà di regolare i miei sentimenti. Infatti, molte volte o sto zitto o inizio a parlare senza mai fermarmi, come un fiume in piena, risultando, forse, anche un po’ pesante per il gruppo. Per questo preferisco di gran lunga lavorare in carpenteria. Il lavoro con il legno mi incanta e mi riesce anche bene. Me lo insegnò hermano Morris, nella speranza che potesse diventare una professione per il futuro. Forse anche per questo mi dà così tante soddisfazioni. Perché mi ricorda la prima persona che mi ha aiutato per davvero.

Ed eccomi qui. Nonostante ricadute e fughe dalla comunità, sono ancora qui. Ho imparato molto in questi anni e, a fatica, mi piace ringraziare Dio e tutte le persone che mi sono state vicine e ancora mi stanno aiutando. Penso di aver fatto molti passi in avanti, mi sento meglio. La comunità “S.Aquilina” ormai è diventata la mia casa, la mia nuova vita. Per questo, ora, ho molta paura di quello che mi aspetta fuori. Non so se sono ancora pronto a rivedere la strada, a costruirmi una vita al di fuori di queste mura protette. Ho paura. Tanta paura.

Credo sia per questo che quando vedo e sento che le cose mi stanno andando bene, che sto trovando un equilibrio psico-fisico, mi capita di attuare un meccanismo malsano che mi fa richiudere in me stesso, che mi fa ritornare come prima. Ho ancora tanto lavoro da fare. Ma di una cosa sono sicuro. Devo ringraziare la vita di avermi posto davanti a questa alternativa alla strada. Senza di loro, forse adesso non vi starei scrivendo.

Spero che possiate leggere la mia storia.
Ho sempre avuto il desiderio che qualcuno potesse ascoltarmi veramente.
Anche io ne ho diritto.

Sono Edwin.
Un semplice ragazzo boliviano.

Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.