Stiamo perdendo la memoria pubblica

Stiamo perdendo la memoria pubblica

Stiamo perdendo la memoria pubblica

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La memoria è uno di quei materiali complessi che sembra soffrire più d’altri dei cambiamenti d’ambiente. Come i polimeri definiti “intelligenti”, che cambiano forma a seconda che siano sottoposti a luce o meno, a seconda che nelle stanza ci sia calore o no. Così la memoria sembra trasformarsi in relazione alle cose che le chiediamo di immagazzinare, ai luoghi in cui la mettiamo, alle voci che ne domandano l’utilizzo.

Esiste una linea di confine tra quanto attiene alla vita personale, anche condivisa con il vicinato, gli affetti, i cari, e alla sfera pubblica, ovvero tutto ciò che non colpisce direttamente le singole storie quotidiane (almeno così di solito viene percepita). Pare che nel tragitto tra le due sponde la memoria sia costretta a camuffarsi prendendo forme che tanto nell’uno, quanto nell’altro caso, risultano distorte all’inverosimile. Evapora il senso unitario per farsi liquido denso da racchiudere in contenitori che hanno utilizzi opposti.

Da un lato infatti, la memoria, è un grimaldello affilato che non manca di scandire i ritmi della vita sociale. In famiglia, tra vicini, amici, amanti, il ricordo è un atto sacro ritualizzato all’inverosimile (anniversari, eventi, luoghi) che definisce il tempo delle relazioni. La possibilità di registrare parole, immagini, frangenti ci permette di realizzare un album di momenti che senza interruzioni si accavallano l’uno sopra l’altro lasciando poco o niente all’oblio. Siamo investiti da un’inondazione di attimi vissuti che restano in tasca, a portata di mano, e vengono tirati fuori ogni qualvolta la realtà ce ne sembra chieder conto.

Dall’altro lato invece, nel mondo che non riguarda la piccolezza quotidiana e la vita personale ma investe lo scenario pubblico e la comunità in generale, sembra di assistere ad una ipocondriaca paura verso la storicità della memoria: date, momenti, affermazioni, evaporano per ricevere la licenza di diventare l’esatto contrario. Lo viviamo nella politica quotidiana, la verità sembra essere seppellita nelle spoglie della sua smentita e nessuno si da pena di chiedersene la ragione. I massimi esponenti della nostra scena pubblica vivono del lusso di poter affermare il contrario di quanto detto in passato (anche un passato recentissimo, come una mezz’oretta prima) perché consapevoli della propria impunità.

È così, la memoria nella realtà della scena pubblica si trasforma e diventa una massa gassosa priva di consistenza. L’esatto opposto di quel macigno perennemente a portata che conosciamo nella nostra vita privata. Ma è sempre stato così?

Probabilmente no. Internet e i social network hanno accentuato una dicotomia di pensiero degna del miglior Orwell, contribuendo a separare in maniera netta l’utilizzo del dato storico in due ambienti: di qua io e la mia vita, di là tutto ciò che è pubblico, “della comunità”. Si è creata una barriera di gomma tra l’individualità e la comunità e la memoria ne è spartiacque, relegata a ruolo di demarcazione tra i due campi. Dove comincia ad essere evanescente è lì che siamo di fronte alla vita comunitaria.

La storia antica ci tramanda innumerevoli esempi illustri di uomini e donne che sono stati messi di fronte all’atto compiuto delle proprie parole pubbliche e sono stati chiamati a farsene carico pena l’irrimediabilità. Oggi invece, armati di qualsiasi strumento utile per registrare e memorizzare il fatto compiuto delle affermazioni scopriamo che la memoria è poco più di un risvolto di carta straccia che può essere camuffato e sostituito a piacimento. Assistiamo all’elogio dell’evaporazione della parola. A parte i limiti di legge, che grazie a Dio sembrano gli unici a mantenere ancora una propria nettezza, tutto il resto sembra vivere della stessa labilità con cui saltiamo da un video all’altro su YouTube. Perché?

Vorrei saperlo anche io e questo articolo probabilmente vuole essere più una richiesta di dibattito che una denuncia. La memoria è l’unico strumento con il quale possiamo definirci e responsabilizzarci. Farla venire meno o, ancora peggio, trasformarla subdolamente fino a lasciarla diventare una coltre sui pensieri passati significa condannarci a non poter più avere un giudizio critico. La perdita di una qualsivoglia responsabilità su quanto detto fa irrimediabilmente sgretolare anche la capacità delle parole di definire chi le pronuncia. Così siamo costretti a vivere in un palcoscenico di metamorfosi dove ogni sillaba è pronunciata e lasciata cadere lì, buona per il tempo dell’ascolto e niente più.

Populismi e sovranismi si alimentano di questa involuzione generale nell’utilizzo della memoria. Se i cittadini non saranno capaci di rifarne uso cosciente, vivremo incapaci di nutrire un giudizio critico all’interno di un agone pubblico dove tutto è il contrario di quanto è stato fino al secondo prima. E a vincere sarà sempre il tono della voce, non il significato della parola.

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