Un bagno nella tua cultura

Un bagno nella tua cultura - Camerun

Un bagno nella tua cultura

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Noi Bianchi, Caschi Bianchi, “i quattro”… siamo stati pubblicamente rimproverati perché sedevamo con le gambe accavallate, grave mancanza di rispetto, da un ragazzetto diciassettenne, dopo nemmeno un mese dal nostro arrivo in quel di Bafoussam. Siamo stati ripresi perché ci siamo soffiati il naso a tavola, mentre qui tutti sputano a terra gli scarti.

Si sono sorpresi nel vederci viaggiare su un moto-taxi e contrattare un prezzo al mercato, o camminare insieme ad un amico camerunense, il bianco con un sacco di riso in spalla e il nero con solo una sportina. Ci siamo stupiti di essere invitati a pranzare a casa di un’avvocata del posto, nostra coetanea, per poi trovarci a parlare solo con sua madre e suo padre (quest’ultimo dal momento in cui la moglie se n’era andata).

La prima volta che mi è stato assegnato il compito di lavare i bagni in comunità con dedizione ho messo in campo le migliori tecniche in mio possesso per disinfettare, scrostare, lucidare ogni superficie, impiegando ogni prodotto e utensile che ero riuscito a reperire. Uno dei ragazzi camerunensi con cui vivo si è fermato a guardarmi lavorare. E questo è “lavare”? – ha sibilato con aria severa e scocciata. Non vi dico l’emorragia all’orgoglio!

Mi presenta quindi con spirito energico e sbrigativo quella che mi è parsa una pratica delirante, inefficace e pericolosissima: il metodo consisteva nell’inondare il bagno. Munirsi di un secchio e un pezzo di sacco di plastica resistente, che serva da spugna. Con la mano a cucchiaio si gettano abbondanti manciate di acqua e sapone su tutte le superfici: lavandino, water, porta, finestra, murI. Con la “spugna” si massaggia con vigore fino ad ottenere un lago biancastro tra le pareti schiumose. Poi si prende un altro secchio d’acqua pulita e si ripete l’operazione del cucchiaio, facendo colare il sapone fino a terra. Con un arnese da lavavetri si tira quella massa lacustre e ribelle fino all’esterno della casa o ad un punto di scarico. Con molta resistenza etica e qualche difficoltà tecnica mi sono cimentato più volte in questa peripezia, non senza rischiare di restarci in mezzo.

Qui, dove sono chiamato a essere “accompagnatore” o “educatore” che dir si voglia, spesso mi sono sentito delegittimato dal donare il mio punto di vista, che si trattasse di lavare un bagno o far da mangiare, così come che si trattasse di sbattere le porte o urinare a porta aperta. Eppure, mi dico, la cultura è cultura, e pertanto devo rispettarla; ma poi esistono la decenza, la dignità, e su questo potrò ben permettermi di dire la mia?

Poi mi capita una discussione illuminante. A tavola chiedo quali siano i vantaggi di abitare in una comunità cosmopolita. Mi riferisco al fatto che da noi vi sono persone italiane, marocchine, burundesi, nigeriane, oltre che camerunensi ovviamente, e convivono cattolici, protestanti, musulmani e atei. Contro chi risponde a sostenere che la diversità crei solo problemi, la voce inattesa di un mio coetaneo camerunense: «Vivere tra fratelli, con stessa nazionalità e religione, è più difficile che vivere con uno straniero. In ogni relazione infatti ci deve sempre essere uno scemo e un saggio. Con lo straniero i ruoli sono già chiari».

Da una persona così fortemente cristiana mi sarei aspettato qualcosa tipo: «Non dimenticare di ospitare volentieri chi viene da voi. Ci furono alcuni che, facendo così, senza saperlo ospitarono degli angeli» (Ebrei 13, 2); «Siate pronti ad aiutare i vostri fratelli e fate di tutto per essere ospitali» (Romani 12, 13); «Ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25, 35); «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è natio tra voi; tu l’amerai come te stesso» (Levitico 19, 33-34). E invece mi accorgo di una discrepanza con il mio e il suo modo di intendere l’accoglienza, la convivenza con lo straniero.

Da bianchi in una terra nera potremmo scegliere di leggere quel «ci deve sempre essere uno scemo e un saggio» come desiderio di rivalsa di colui che lavora con le mani su colui che lavora col cervello, oppure una ribellione a quell’immaginario di superiorità dell’Europa che si respira nei programmi televisivi, nelle parrucche delle donne e nelle creme sbiancanti per la pelle.

Ma con più cautela possiamo, ad oggi, tirare una semplice conclusione: ricordati che sei qui per imparare, lasciati guidare.

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