Cosa succede ai migranti respinti in Libia, tra abusi e detenzione

Migranti respinti in Libia - migranti aspettano al porto di Tripoli

Cosa succede ai migranti respinti in Libia, tra abusi e detenzione

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Centinaia di migranti che cercano di scappare dalla Libia via mare sono intercettati dalla guardia costiera libica ogni settimana. La maggior parte di loro finisce nei centri di detenzione. InfoMigrants ha monitorato e raccontato questo processo. [Traduzione da InfoMigrants.net]

La testimonianza

Affrontare il mare con il sogno di scappare verso l’Europa, solo per essere deportati di nuovo in Libia. Per tanti migranti, il tentativo di attraversare il Mediterraneo dalle coste libiche finisce con un fallimento. Il 31 marzo 2021, ad esempio, 138 migranti sono stati intercettati presso la costa ovest libica e ricondotti verso la base navale di Tripoli dalla guardia costiera. Qualche giorno prima, un migliaio di migranti imbarcatisi sono stati inoltre intercettati nello spazio di sole 48 ore, secondo quanto notificato dallInternational Organization for Migration (IOM). Queste intercettazioni sono spesso un incubo ad occhi aperti per i migranti, che cercano di fuggire dall’inferno libico ad ogni costo. Cosa accade poi a queste persone, una volta deportate di nuovo in Libia?

Contattato da InfoMigrants, Ali, un migrante guineano che è stato varie volte intercettato in mare in questi anni, riferisce la procedura classica. «Una volta ricondotti al porto, ci contano. Poi gli operatori di IOM ci danno delle scatole con dentro cornetti, succo di frutta e una bottiglia d’acqua da 1 litro», spiega Ali. «È sempre così». L’Organizzazione Internazionale per la Migrazione è spesso presente nei siti di arrivo dei migranti lungo la Libia. Contattato da InfoMigrants, uno dei portavoce, Safa Msehli, ha dichiarato che, oltre a cibo e acqua, l’organizzazione delle Nazioni Unite fornisce kit per l’igiene personale.

Membri di IOM poi eseguono esami medici presso il punto di raccolta, ha raccontato Msehli. I casi più critici vengono trasportati presso cliniche vicine in ambulanza. «Gli operatori IOM chiedono se ci sono persone malate tra noi» continua a raccontare Ali, aggiungendo che però la gran parte dei migranti, che hanno spesso passato vari giorni in mare prima di essere riportati sul suolo libico, non ricevono nessun’altra visita medica.

Per le persone che non sono mandate in cura per problemi di salute, i centri di detenzione sono la tappa successiva. «La maggior parte di questi migranti finisce in detenzione arbitraria», dice Msehli, e nessuna informazione è loro fornita a riguardo. Varie strutture di questo tipo sono presenti nel Paese, come le prigioni Tariq Al-Sikka a Tripoli, Sharah Zawiya nel sud della capitale, Zintan nel sud-ovest. Sono numerosi, inoltre, i centri illegali gestiti da milizie e gruppi armati.

Che siano legali o meno, le condizioni di vita in questi centri sono deplorevoli. Numerose testimonianze sono state raccolte riguardo violenze, torture, privazione alimentare. «IOM svolge visite regolari presso questi centri per fornire supporto, sostegno umanitario, assistenza medica e psicologica ai migranti», afferma Msehli. Ma non ci sono misure di sicurezza in questi luoghi che possano proteggere i detenuti e le detenute dagli abusi.

La situazione all’interno di questi centri è molto opaca. La prigione Sharah Zawiya, per esempio, dovrebbe essere un centro di transito dove i migranti intercettati in mare sono interrogati prima di essere trasferiti verso un centro di detenzione ufficiale. «Teoricamente, i migranti non dovrebbero rimanere lì per più di 48 ore», IOM ha dichiarato a InfoMigrants nel Febbraio 2020.

Nonostante ciò, molti migranti raggiunti da InfoMigrants hanno raccontato di essere stati rinchiusi lì per più di due giorni e mai interrogati. Per poter lasciare questi posti è spesso necessario pagare una certa somma di denaro. Senza questa, la detenzione può durare anche vari mesi.

In alcune rare occasioni, i migranti riescono a fuggire da questi centri di detenzione oppure sono rilasciati dalle forze libiche dopo lo sbarco. Questi sono tuttavia casi rarissimi che non seguono alcuna logica, afferma IOM. «Questi rilasci sono del tutto arbitrari, non seguono alcuna regola chiara», ha specificato Msehli. Ali racconta di essere stato rilasciato nel Gennaio 2020, insieme ad un altro gruppo di persone con le quali era stato intercettato in mare. È stata la prima volta: in tutte le altre occasioni è stato trasportato nei centri di detenzione, a parte in un solo caso in cui è riuscito a fuggire.

Nel tempo, tenere traccia di questi migranti si è dimostrato impossibile. «Non c’è alcun sistema di registrazione predisposto dalle autorità libiche», dice Msehli. «I migranti sono spesso spostati da un luogo all’altro. E le Nazioni Unite hanno ricevuto documentazioni su scomparse e traffici di esseri umani in questi centri». In effetti, alcuni amici di Ali sono completamente svaniti nel nulla. A seguito di un’intercettazione in mare, sono stati mandati presso il centro Sharah Zawiya e Ali non è riuscito a rintracciarli mai più.

Il nostro commento

Le politiche europee in materia di migrazione restano criminali e razziste, così come gli accordi che continuiamo a rinnovare con la Libia, pur sapendo delle innumerevoli violenze e violazioni dei diritti umani, ben documentate, operate dalle milizie costiere libiche e dal governo stesso. Non devono stupire, a tal riguardo, le recenti dichiarazioni di Mario Draghi sull’accordo Italia-Libia, che ben esprimono l’approccio Europa: esternalizzazione delle frontiere, respingimenti illegali, rimpatri e non un accenno a riforme sulla cittadinanza. Abbiamo assistito in questi anni ad una propaganda via via sempre più feroce sulle persone migranti, la cui semplice esistenza è stata criminalizzata. E ad ogni “ricambio” politico, niente di concreto è stato fatto per una reale svolta, se non un cambiamento più di stile che di contenuti nella comunicazione pubblica.

Intanto, sono 1.096 i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo nel 2020 (fonte OIM) mentre in totale circa 3.174 persone sono morte lungo le rotte migratorie mondiali nell’anno appena trascorso, dato per altro da considerare incerto a causa delle difficoltà di monitoraggio dovute al Covid-19. E solo qualche giorno fa, il 30 marzo 2021, 3 donne e 2 bambini hanno perso la vita dopo che il barcone sul quale si trovavano è affondato al largo della costa libica. Inoltre, attivistx e associazioni impegnate nel soccorso e nell’accoglienza sono criminalizzati e sottoposti a pressioni indegne.

Chiediamo di porre fine al razzismo istituzionale, di inaugurare una stagione di riflessioni e riforme in materia di migrazioni che siano davvero rispettose dei diritti umani inviolabili e di tornare a parlare di riforma della cittadinanza e nuovi italiani!

[Immagine in evidenza: Migranti presso il porto di Tripoli, Libia // credits: APA]

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