I figli del mare

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I figli del mare

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Sono tornato in Italia dopo una anno di servizio civile in Camerun con desideri precisi: caffè, pizza, affetto. Non è esattamente quello che si direbbe un assetto da battaglia.

La pulce africana nell’orecchio la devo ad un ragazzo nigeriano conosciuto nel centro di accoglienza straordinario per cui lavoravo, Kabiru, che puntualmente mancava alle riunioni di casa. Una volta gli chiesi cosa avesse dovuto fare di così urgente, mi rispose che era andato a Reggio Emilia (a quasi 20 chilometri di distanza) per comprare i fagioli per la cena. Una persona ragionevole avrebbe forse imprecato o lasciato cadere, oppure avrebbe pensato a una bugia o chessòio. Per me fu un cortocircuito antropologico: da dove viene una persona che si comporta così? E come cavolo ha fatto a sopravvivere fino ad oggi in questo mondo? Così dato che il Decreto Sicurezza sembrava destinato a togliermi il lavoro, forse per orgoglio, decisi di andarmene io. Una volta tornato, il centro di accoglienza “straordinario” era disponibile a riassumermi, e io ho accettato grazie al consiglio di un amico. Se vuoi sapere come sei cambiato, mi ha detto, torna nello stesso posto.

Le lacune del sociale in Italia (le cooperative, i bandi, i partiti, la disorganizzazione, i contratti…) sono proverbiali. È così anche per uno che vive nella patria italiana del welfare. Non c’era bisogno però di andare in Africa per sapere che siamo anche molto fortunati. E avendo la sfortuna di essere fortunati, occorre assumersene la responsabilità, non gettando all’aria tutto, liquidando con facili asserzioni, ma sporcandosi le mani e entrando in questo mare: figlio di guerre, di compromessi e del lavoro di generazioni. Figlio di sprechi e di sforzi. Figlio anche di un altro mare, il mare di sguardi che di là di uno schermo ci guardavano crescere e sperare e ingozzarci e sforzarci.

Ma forse tutto questo non è che uno dei figli di un altro mare, ancora più proverbiale, quello de “è tutto una schifezza”, ovvero: la politica. Io sento di essere cresciuto con l’idea che la politica italiana fosse intricata, corrotta, un magna-magna. Uno schifo. Non è che oggi la pensi diversamente, solo che ammetto – non senza un po’ di vergogna – di non saper dire il perché. Ora quello che mi importa non è avere un giudizio da dare e qualcuno a cui gridarlo – per fare questo occorre ben poco sforzo – ma mi importa provare a capire, per agire, per esserci. Contro qualcuno che agisce consapevolmente puoi litigarci, combatterci, ma contro qualcuno che agisce inconsapevolmente non c’è niente da fare se non tacere. E preferirei essere contraddetto che ignorato. Preferirei suscitare dissenso che insofferenza.

Dunque, anche se il mio non è un assetto da battaglia, sono pronto a provare. Fare i missionari (come tante volte ho ascoltato chiamarmi, con un senso di orticaria che mi partiva dentro) in Africa sono buoni tutti: tu sei là a caccia di problemi e da te tutti se lo aspettano. Ma farlo qui, a casa nostra, è tutta un’altra cosa.

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“Per una proposta d’immagini orizzontali mi servirebbe un aiutino. Sai a chi posso chiedere?”

[Foto di copertina di Camilla Gramegna, a cui è peraltro indirizzata la domanda finale. La risposta di Camilla la trovate qui]

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