La rivoluzione nell’era digitale

La rivoluzione nell'era digitale

La rivoluzione nell’era digitale

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Da una chat di Reddit a sconvolgere gli equilibri di Wall Street: il movimento di massa che sta portando diversi fondi di speculazione finanziaria alla bancarotta apre molte domande. Sara, nel suo primo articolo con Aware, ce ne parla covando una profonda e radicale utopia.

**Avvertenza agli utenti: sto per scrivere di cose che non conosco nel dettaglio, che stanno nella mia testa e che cercano di farsi strada per uscire. Chi è debole di cuore o è estremamente sensibile al trattare argomenti profondi con troppa superficialità, è pregatə di astenersi dalla lettura**.

Quello che sta succedendo a Wall Street in questi giorni mi ha fatto esplodere nella testa immagini e pensieri davvero molto frenetici, estatici e incompleti, che probabilmente messi per iscritto risulteranno ancora più caotici. Quello che mi ha acceso l’immaginazione è stata l’improvvisa realizzazione che, nell’era del digitale, una rivoluzione in piazza è troppo vecchia per funzionare. Come quando i nostri genitori parlano di “quel tuo amico che fa il disk-jokey” e non si può fare a meno di sorridere per la buffa, anacronistica espressione.

Quando ho realizzato che la nuova rivoluzione passa per il digitale, è stato un fulmine a ciel sereno che mi ha lasciata interdetta per la sua ovvietà intrinseca. Da anni ormai, nelle società occidentali, le piazze non sono più quel luogo magico in cui succedono cose che  portano a piccole e grandi rivoluzioni. E qual è il motivo? Semplifichiamo dicendo che il potere, i soldi, non stanno più lì. Quando, nel 1917, la Rivoluzione Russa esplose dal basso nelle fabbriche e poi nelle piazze di San Pietroburgo (Pietrogrado all’epoca), uno dei momenti clou che portò al successo fu la presa dei telegrafi e dei telefoni, i mezzi di comunicazione senza i quali gli zaristi non potevano organizzarsi. Oggi, una cosa del genere ci provoca lo stesso  sorriso sopracitato: nell’era digitale, il blocco di Internet da parte del Governo è praticamente impossibile. Attenzione che non parlo di censura: parlo davvero di un blocco completo e globale.

Quello che è successo con GameStop ci parla di un modo di fare la rivoluzione completamente diverso da quello a cui siamo stati abituati a pensare. Non mi illudo pensando che abbiamo assistito a una vera rivoluzione, sia ben chiaro. Sono consapevole dei limiti di ciò che è successo, e del fatto che porti con sé solo il rischio di essere ulteriormente bloccati e vedere i propri spazi di manovra ulteriormente limitati, regolamentati e infine defraudati. Non si può però ignorare la potenza e la portata del fatto in sé, ossia che un gruppo di persone qualunque ma ben organizzate e ben decise nel loro intento, è riuscito a mettere in ginocchio e letteralmente far piangere alcune delle più grosse compagnie speculative di Wall Street. 

Allora la domanda successiva, dopo la grande estasi, è la seguente: quo vadis? Dove ci porta tutto ciò? Abbiamo gli strumenti teorici per fare quello shift di paradigma che dia il colpo finale al capitalismo sfrenato al quale stiamo assistendo negli ultimi trent’anni? La crisi del sistema non riguarda solo quelle che sono le solite teorie “di sinistra”. Ho la netta sensazione che in Europa (ma non solo), anche una larga porzione di gente che si definirebbe di destra non si riconosce in quello che viene definito ad oggi “di destra”. Economicamente, gli Stati europei si distinguono per politiche più o meno socialiste, con socialismo inteso come politiche di welfare, ma tutti basati sul capitalismo. Nessuna sinistra con un briciolo di intelligenza politica e voglia di salire al potere si metterebbe a parlare di cambiare sistema economico. Eppure, ad oggi quello che vediamo è che combinare capitalismo e digitale è un suicidio su tantissimi fronti. Prendiamo ad esempio il giornalismo: il degrado dell’informazione è riconducibile soprattutto al fenomeno del clickbait, che ha origine nel fatto che la maggior parte delle persone preferisce usufruire di qualunque servizio in modo gratuito. Peccato che “gratuito”, nel mondo capitalista, significhi “basato sulla pubblicità”. Da qui la svendita dei giornalisti e dei giornali per ottenere più click, in una spirale discendente e degradante da cui non si può uscire a colpi di censura, come i Governi vorrebbero spesso credere. 

Questo punto di distacco tra quello che è il vecchio sistema e il nuovo sistema, nessun filosofo-economista della vecchia scuola poteva immaginarlo. Non si sta dunque parlando dello scontro ideologico tra capitalismo e comunismo, tanto per prenderne i due estremi, ma di un passo che da’ una svolta completa al modo di vivere l’economia e la politica, e non solo.

Questo lungo discorso non porta a una risposta, ma a una domanda, come ho già detto sopra. La distinzione tra populismo e rivoluzione sta tutta nelle finalità a lungo termine: se il gruppetto di persone che ha organizzato tutto questo su Reddit continuerà a giocare nello stesso modo, la partita è già bella che finita. Dal mio punto di vista, ciò che serve è una base teorica, un movimento collettivo che individui la finalità della protesta e le dia contenuti ad ampio respiro. Se vogliamo, quello che ha mostrato il comunismo è che un cambio di sistema può avvenire: analizzare l’evento in sé, o meglio, gli eventi che stanno avvenendo in queste ore, ci può portare verso una sintesi di un nuovo pensiero, un nuovo sistema. Essendo io donna profondamente di sinistra, e che tende a radicalizzarsi con l’avanzare degli anni, mi viene naturale pensare a una svolta in quella direzione. 

Ma tu, amicə di destra, per favore non mi lasciare qui a fare castelli di sabbia da sola. C’è bisogno dell’aiuto di tuttə per costruire questo nuovo sistema, quello che deve rinascere dalle ceneri della storica destra e la storica sinistra economica e politica, perché tuttə possano sentirsi rappresentati al meglio.

Soprattutto, c’è bisogno dell’aiuto di tuttə per offrire un nuovo sguardo sul mondo e un linguaggio diverso grazie ai quali potremo chiamare finalmente le persone alla consolle nel nome con cui vengono chiamati nel nuovo millennio: DJ.

[Immagine di copertina da OpenClipart – vectors from Pixabay]

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