Liberare le città dall’omobitransfobia: intervista al consigliere comunale Giovanni Di Iacovo

Giovanni Di Iacovo - intervista su omobitransfobia

Liberare le città dall’omobitransfobia: intervista al consigliere comunale Giovanni Di Iacovo

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In vista del primo appuntamento con #TanteBelleCose, il nuovo ciclo di eventi targato Aware, avevamo intervistato Giovanni Di Iacovo, consigliere comunale di Pescara, attivista e scrittore, che sarebbe dovuto essere nostro ospite il 3 ottobre al Lago Goldfish di Rosciano, come da programma, per parlare insieme di paura e contrasto all’omobitransfobia. Come in molt* di voi già sapranno, l’evento è stato poi annullato a seguito di situazioni di tensione con la questura, incertezze e un trattamento riservatoci assolutamente indegno, volto a mettere in dubbio le buone intenzioni del nostro collettivo e l’incontestabile valore culturale e sociale della nostra proposta. Per chi volesse saperne di più, abbiamo raccontato e denunciato la situazione in un comunicato sul nostro sito:basta cliccare qui. Riportiamo comunque l’intervista a Di Iacovo, che ringraziamo per l’entusiasmo e la disponibilità mostrateci, proprio per non perderci nell’amarezza di quanto successo ed evitare che quei frammenti di bellezza e resistenza che iniziavano a prender forma vadano dissipati. Non abbiamo apportato alcuna modifica alle domande, vi invitiamo perciò a leggere l’intervista alla luce di questo. Buona lettura!

Buonasera cons. Di Iacovo, innanzitutto grazie per dedicarci un po’ del suo tempo e per essere nostro ospite il 3 ottobre per il primo appuntamento di #TanteBelleCose. Abbiamo voluto aprire con una giornata dedicata al tema “paura”, emozione che, da qualche tempo, sembra riempire come mai prima d’ora lo spazio e il discorso pubblico, legata a doppio filo ad altre parole come “sicurezza”, “decoro”, “identità”. Con lei parleremo di omobitransfobia e della necessità di combatterla e decostruirla. Quali sono, secondo lei, le strade principali da intraprendere per sfidare e rimuovere questa paura dalle nostre comunità?

Buonasera e grazie a voi di Aware per avermi coinvolto! Credo si debba agire in due direzioni. Innanzitutto approvare in tempi rapidi la legge anti omobitransfobia in discussione in Parlamento. Alle destre e agli integralisti religiosi che starnazzano contro questa legge, gioverebbe comprendere che si limita semplicemente ad includere nei crimini d’odio, oltre a quelli a sfondo razzista, anche quelli contro persone omosessuali, transgender e, cosa da non sottovalutare, anche le donne. Contemporaneamente, va portata avanti una capillare battaglia culturale contro l’omobitransfobia nei luoghi e nella vita quotidiana. Nei modi di esprimersi, nella cultura che respirano gli adolescenti, serve una educazione alle diversità che accompagni la crescita di ogni individuo, così come portare ragionamenti di libertà e diritti nei luoghi di lavoro e di socialità. La battaglia culturale non deve essere rinchiusa nelle nostre illuminate confort zone abituali, ma va portata nei luoghi e negli ambienti ancora profondamente infetti di cultura maschilista e patriarcale.

La strada dei diritti civili in Italia sembra costellata dalla difficoltà di creare punti di raccordo concreti tra attivismo e politica istituzionale, come ad esempio sta succedendo per la legge Zan. Sappiamo che muoversi tra i due canali e renderli comunicanti può essere faticoso, ma assolutamente necessario. Quale interazione virtuosa, nella sua esperienza, può esserci tra istituzioni e movimenti dal basso? Quali punti di conflitto?

Chi vive sulla propria pelle le battaglie dei diritti – e parlo sia dei singoli coinvolti che delle associazioni che sul territorio fanno un lavoro di promozione dei diritti e di culture delle differenze – devono essere ascoltate e sono le loro proposte quelle che la politica deve saper recepire e tradurre in atti concreti, dando loro vera voce. Il conflitto, in questo caso, è quando gli interessi della politica vanno tristemente in contrasto l’ampliamento dei diritti. In ogni caso, a mio avviso, la società è pronta a passi avanti di modernità mentre è la politica ad essere rimasta vecchia e ad avere paura che concedere diritti comporti perdita di consensi o che si rischia di sembrare troppo radicali. A queste persone gioverebbe fare una passeggiata e frequentare persone fuori da Facebook e dai sondaggi, per capire che ormai oggi tanta parte della società è più avanzata di loro e la loro pavidità o, nei casi peggiori azzerbinamento a conservatorismi e qualunquismi, non giova né al loro “consenso” né al nostro Paese.

Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad episodi gravissimi di violenza e odio omobitransfobico anche in Abruzzo. Penso ad esempio ai fatti dello scorso giugno, quando un ragazzo è stato brutalmente aggredito a Pescara perché gay, ma è solo un esempio tra i tanti. Qual è la situazione nella nostra regione in termini di attenzione politica alla lotta contro le disuguaglianze di genere e contro l’omobitransfobia? Si sta facendo abbastanza?

Nella nostra regione sono attive molte straordinarie realtà che combattono mentalità retrograda e omofoba ma le istituzioni sono completamente assenti. Lasciare l’intera battaglia sulle spalle solo dei singoli volenterosi e della associazioni è una strategia per farle spegnere lentamente. La nostra comunità è purtroppo ancora profondamente inquinata da maschilismo, patriarcato, familismo e omofobia e tutto questo è l’humus da cui nascono atti di violenza assurda come quella che hai citato.

Su Aware crediamo nel potere positivo della bellezza in tutte le sue sfaccettature, come propulsore e collante del “fare comunità”. L’arte – in ogni sua forma – ad esempio, può unire e creare occasioni di incontro, avvicinamento, discussione produttiva al fine di generare empatia e consapevolezze nuove. Oggi sembra esserci una grande rabbia sociale, strisciante tra quartieri e discorsi quotidiani, dalle piazze ai social. Come possiamo incanalare questa rabbia in modo che sia motore di cambiamento? Quale ruolo potrebbe avere negli spazi che abitiamo come cittadin* la valorizzazione della “bellezza” – nel senso più ampio ed inclusivo del termine – in questo processo?

Guarda hai detto davvero una cosa giusta e importantissima. Io per anni sono stato Assessore alla cultura e poi Vice Sindaco di Pescara con delega alla crescita culturale e ogni volta che mi veniva chiesto cosa fosse per me la cultura io rispondevo dicendo che per me la cultura è l’unione di bellezza e intelligenza. Diffondere e valorizzare la bellezza portandola in tutti gli ambienti, nei quartieri più difficili, nei luoghi dove le persone si sentono abbandonate. Laddove non c’è bellezza e intelligenza germinano in modo più massiccio tutti quei comportamenti criminali, violenti e ottusi di cui abbiamo parlato. Essere portatori di bellezza è un compito che dobbiamo sentire in noi per poter ricostruire il volto delle nostre città, dei nostri quartieri, del nostro ambiente e ripulirli dalla tossicità di certe idee e situazioni.

Tra le tante cose, lei è anche scrittore, vincitore di molti riconoscimenti prestigiosi, e attualmente insegna presso la Scuola di scrittura Macondo. Su Aware crediamo fortemente nel potere delle storie di cambiare il mondo e il nostro sguardo su di esso e sugli/lle altr*. Lo storytelling, ad esempio, può diventare anche narrazione “politica”, nel senso più ampio e allargato del termine. Venendo da entrambi i “mondi”, qual è per lei il rapporto tra scrittura e politica? Quanto può essere efficace, oggi, usare lo storytelling come strumento politico, per combattere quella paura di cui abbiamo parlato?

A mio avviso la narrazione, lo storytelling in tutte le sue forme è uno strumento potentissimo per permettere di comprendere e far comprendere la realtà e le intime vicende umane anche a chi non ha vissuto queste esperienze.

In un mondo sempre più chiuso su logiche identitarie – ma sempre più fragile – e sempre più votato a logiche meramente produttive, rivendichiamo l’importanza della relazione, dell’educazione emotiva, della fantasia e del gioco come strumenti rivoluzionari. Sarebbe meraviglioso poter inserire nelle scuole corsi di scrittura creativa, laboratori artistici, teatrali e di consapevolezza del sé: tutte attività che proporremo durante il nostro evento. Cosa l’ha convinta ad essere con noi il 3 ottobre? Qualche spunto per i prossimi appuntamenti?

Sono con voi perché ho visto lo splendido lavoro che avete fatto e che state facendo. Le battaglie che portate avanti non sono semplicemente giuste, ma vengono articolate integrandole con tanti argomenti connessi come la cultura, la socialità, l’antirazzismo, il femminismo e l’inclusione perché singole battaglie sconnesse dai contesti corrono il rischio di appassire. Vanno coniugate, come fate voi, con un più ampio e profondo ragionamento sui diritti e sulla bellezza nella differenze.

Sperando di collaborare ancora insieme per generare bellezza e consapevolezza nel nostro Abruzzo, la ringraziamo per le sue parole. A presto!

***

Le #TanteBelleCose, stavolta, sono venute meno. In quanto collettivo di promozione sociale e culturale, ma soprattutto giovani impegnat* sul territorio, abbiamo accolto con sconcerto la notizia di una segnalazione partita dalla questura per “rave abusivo”. Nonostante ciò, gioia e piacere saranno sempre parte fondante del nostro attivismo. La bellezza e libertà dei nostri corpi in condivisione sarà sempre il nostro orizzonte irrinunciabile. Per ora le “Tante Belle Cose” vanno a casa. Per ora. Torneranno piene di colore e fantasia libera. A presto!

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